C'è una stanza nella mia casa, posta al centro, tra il giorno e la notte; tra quello che si vede e quello che non si vede; tra la realtà e i sogni. Una stanza dove spesso mi nascondo.
Le pareti sono spoglie e non hanno colore. Al centro c’è un piccolo tavolo, piccolo, e sul tavolo una radio. Una radio a pile, di quelle che non si vendono più. Di quelle che raccontano il tempo anche da spente. A volte l’accendo, ma non mi allietano canzoni, solo del fruscio, rumori gracchianti e brevi pause. Sembrano i silenzi di un cuore che batte.
C’è una finestra, ormai bloccata da anni, che non si apre più. Sulle pareti, umide di un freddo sudore, scorrono gioie, dolori, immagini e suoni di parole ormai dimenticate. I sensi non mi aiutano, faccio fatica a ricordare, guardare, ascoltare. È lo scorrere del tempo che ne accresce l’importanza. Quello che rimane fa fatica a tirare tutto fuori. Il tempo è uno, perché dargli un limite? Difetti umani.
Oltre me, nessun altro è mai stato in questo posto. Solo io conosco l’ingresso.
A volte, uscendo dalla stanza, incrocio mia moglie che sempre più spesso mugugna: «su questa parete, prima o poi, appenderò un quadro».
Commenti