Il cane dei vicini mastica l'ombra dei cipressi,
la inghiotte, la rigurgita in polvere.
L'asfalto sprigiona un tremore di ottone
che sale lungo le gambe dei viandanti
e li costringe a camminare come sonnambuli.
Le colline si gonfiano, si sgonfiano,
ansimano sotto un cielo che non cede
alle minacce serie d'una pistola ad acqua.
Il grano china il capo, non prega;
aspetta soltanto che qualcuno lo implori
di far le fusa una volta pettinato.
Le mie cicale segnano l'ansia con le loro cesoie,
tagliano l'aria alla julienne:
non ho molta fame.
I muri in pietra trattengono il calore per vendetta
e lo restituiscono di notte, a tradimento,
sui gomiti che dormono a bocca aperta.
Quel concerto che scende dal mare vestito
di sardine e benzina
mescola le due cose,
le appiccica alle lenzuola stese,
le spaccia per bandiere mosce
di una guerra persa contro i bisbigli delle comari.
L'acqua del rubinetto esce tiepida,
sputa un filo d'argento stanco,
si ferma nei bicchieri come un animale ferito
che ciondola nella smania di arrugginire.
La sera arriva scalza, coi suoi sudici piedini,
cammina sui coppi ancora bollenti,
si siede sulla soglia delle case
e non dice niente.
Un'enorme tarentola la guarda, diffidente,
poi rientra nel crepaccio
da dove non sono più uscito.
Un rivolo di sudore
sulla fronte dello spazzacamino:
ma chi desidera più desiderare?
la inghiotte, la rigurgita in polvere.
L'asfalto sprigiona un tremore di ottone
che sale lungo le gambe dei viandanti
e li costringe a camminare come sonnambuli.
Le colline si gonfiano, si sgonfiano,
ansimano sotto un cielo che non cede
alle minacce serie d'una pistola ad acqua.
Il grano china il capo, non prega;
aspetta soltanto che qualcuno lo implori
di far le fusa una volta pettinato.
Le mie cicale segnano l'ansia con le loro cesoie,
tagliano l'aria alla julienne:
non ho molta fame.
I muri in pietra trattengono il calore per vendetta
e lo restituiscono di notte, a tradimento,
sui gomiti che dormono a bocca aperta.
Quel concerto che scende dal mare vestito
di sardine e benzina
mescola le due cose,
le appiccica alle lenzuola stese,
le spaccia per bandiere mosce
di una guerra persa contro i bisbigli delle comari.
L'acqua del rubinetto esce tiepida,
sputa un filo d'argento stanco,
si ferma nei bicchieri come un animale ferito
che ciondola nella smania di arrugginire.
La sera arriva scalza, coi suoi sudici piedini,
cammina sui coppi ancora bollenti,
si siede sulla soglia delle case
e non dice niente.
Un'enorme tarentola la guarda, diffidente,
poi rientra nel crepaccio
da dove non sono più uscito.
Un rivolo di sudore
sulla fronte dello spazzacamino:
ma chi desidera più desiderare?
