Ah, rammento la penna mia dov’è!
Rimembro con rimorso le mie gesta,
Ahimè! un ignobile azione mesta
Ha tolto la biro a sfera via da me!
Pietosamente cadde un bel giorno de
la mano, // ed ora là in pace resta.
Piano il bidello omette ignaro e pesta
La piccola; più niente da far c’è.
Quanti gioviali momenti trascorsi
Et lei con me, epicurea, euforica,
Seco la trae lungi Belzebù...
Buio pesto seguì: destra, su, giù,
manca, // non manca aria mefistofelica
E allora una luce d’inchiostro scorsi:
“Ah, piuma d’oca, petrolio lodante,
Onde stata sei tutto’l periodo?
Sei risorta teogone da Esiodo!
Darai più di ciò che tuttora io do
Nel lontan blu orto con gialle piante
‘Ve c’è ‘n gran cecero cinguettante...”
Venne la veneranda e venerabile,
E van e vengon voci volubili:
Grande e bonaria, garantisce cubili
O, lasciati inutili, ‘ivviene oddiabile?
La natura sua è imperscrutabile,
I vaneggi suoi son no solubili,
Li pensieri suoi nobiscum son nubili,
Et sangue mio gela al suo occhio adombrabile.
Dicevano di tutto
su costei; ma nessuno,
In lutto o dei babbëi,
Lamentava scettico.
Ella poi ascese e al muro
S’appese; nello futuro,
Mese // o lustro, ‘a pertica
Ergerà chiesa etnica.
Cercavan data parola i mortali:
E pensa e pensa e pensa
E confessa e confessa,
Confessan a test’alta
Pura verità // falsa.
Metà stagione passa:
Accorrono alla penna
Futili plebei all’ara
Per massa // legge vara,
Sol per Dio spingerla giù... blasfemia!!
La sagrestia aggrappa ‘l zaffo, moto su
Sol Dio veder l’uomo che veamente
venera: // penna, venereo morbo blu.
