I.
Se perdendo cotanto del tuo senno,
non trovi strada che non porti ad esso
e cerchi, la vita che resta, al cenno,
dimenticando te stesso e indefesso...

II.
Di chi coglie dal viso la paura,
e fabbrica un sorriso che è di ferro,
sulla loro sorte, più cruda, pura,
edifica e costruisci ben a sterro...

III.
Reca a loro il luogo dell’isteria,
lasciali al cordoglio della lor vita,
spingi oltre, dove giace, la follia,
e misura il lor passo dove invita…

IV.
Sentirai gemere stolte ragioni,
rivedrai nel tempo che li sgomenta,
nel passare di, inutili, Stagioni,
l’insana gioia che poi li tormenta…

V.
Al tratto della vita che il Mito pone
come senso d’un patto innominato,
da un Essere che, da noi, poi ripone,
ma non dona altro che ciò che è stato,

VI.
quel dimenarsi che l’orgoglio alterna
di sovente in mente e qui morale:
della Natura, che in vero, qui governa,
e lascia al bene un raffinato male…

VII.
Produci poi la speme del dissenso,
e troverai prigioni molto in voga,
costruendo, senza tregua, il consenso,
di chi del suo dire ne fa una droga…

VIII.
Li vedrai in lotta con gioie esatte,
nell’estasi di incerte realtà,
per vecchie fantasie, ormai, disfatte,
in molti luoghi e tempi e verità…

IX.
Una pace in sé distorta e corrotta,
vigila attenta sulla vita breve
e la guerra, che assai giova, è rotta,
in frammenti di Fato ancor più greve.

X.
Ma destati dal misero giaciglio,
messia del tuo stesso stupido affanno,
rimesta, poi contesta, lì dal ciglio,
d’arte e parte nel tuo muto inganno...

XI.
Lavori in corso di un’attesa gradita,
da chi nelle menti alterna la sfida:
una rimessa fede, emana, tradita,
il potere da cui sempre diffida…

XII.
In te vi è l’ombra che arranca alla luce,
oh nostra Umanità che poi ne rendi,
lo spazio, ben digiuno, che si riduce
per ciò che sei col passo da cui stendi.

XIII.
Il tuo dominio su questo bel Mondo
devi portarlo ben oltre il finito,
più di prima, adesso, ma dopo in fondo,
sarai ancora qui puntando il dito?

XIV.
Lì dove punti il dito c’è dolore,
e sei sempre tu che ne porti il peso,
che rimane appeso, al cuore, per ore,
che non sempre può essere difeso,

XV.
e la Follia che ogni tanto dirigi,
da te che sei attrice del tuo fine,
resta scarna, di intese, in dì grigi,
per l’unanime stato poco affine...

XVI.
Al ben sano integrarsi del guadagno,
d’una specie che reca solo attesa,
nelle reti, di chi lascia, al ragno,
gli insetti che al giusto non danno resa.

XVII.
Ma per adesso taccio alla tua stregua,
ignoro e perdono senza piacere,
che della vita c’è solo una tregua,
che anche se piace non si può sapere…

XVIII.
La morte che poi ci dona travaglio,
in seno alla vita poi si rinnova,
e tu che stolta, la contendi, al vaglio,
ti rendi vittima di ciò che prova…

XIX.
Termino il mio dire ad un nuovo inizio
il tuo messia oramai si è ben dimesso,
perché sappiamo che è un tuo bel vizio
contare più di quanto ti è permesso...

XX.
Ottenendo tanto dalla pazzia,
non trovi strada che non porti ad essa.
Lontana dalla mia misera via,
resta la tua sorte ormai già rimessa...

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Profilo Autore: Fènix Félix  

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Commenti  

Silvana Montarello*
+1 # Silvana Montarello* 14-05-2020 08:37
Tanti piccoli pezzi di poesia, bellissimo esperimento non ho mai pensato a questo, complimenti.
Adele Vincenti*
+2 # Adele Vincenti* 20-06-2020 14:09
complimenti una prosa a rime alternate, con ripetizione logica fra fatti e fantasia un canto alla vita che prende forma anche di un po' di follia che a volte anche quella serve per tirare avanti e non soffrire troppo…
bravo le rime baciate ed acclamate sono eccezionali
grazie tanto..apprezzo

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