Era la primavera ma non era primavera
Licenziate le rondini: così come i vasi straripanti di terra e di attese del cambio dell'ora.
Le previsioni meteorologiche:
lampadine e fumo di sigaretta.
Oppure lacrime, dipende.
Gli amici probabilmente erano
insospettabili vettori di morte
e gli abbracci un tabù
come il pensiero più perverso
che un essere umano possa concepire.
Erano giorni fatti di mani sulle tempie
e poi sulle ginocchia
con gli occhi davanti a film su film
o al massimo schermi
rigonfi di immagini
come i pacchetti di pop-corn
venduti dai negozi chiusi.
Eravamo fantasmi in mezzo alle distanze,
scherzi della natura
rei d'aver preso in giro l'infanzia della vulnerabilità.
Quindi le nostre occhiaie: fatte di faticose pigrizie,
di minacciose volanti
nel portare i cani a pisciare.
Quindi l'accorgersi che lo stare a casa,
uno zen da sempre praticato,
aveva un retrogusto diverso dal solito:
e allora sussulti di menti e corpi,
tachicardie di incubi semiconsumati
per poi togliere la maschera
e scoprire che il mattino
aveva lo stesso volto.
Dovevano essere scene di film mitizzati
e d'improvviso i cinema vuoti.
Il frigo vuoto d'ebbrezze rassicuranti.
Direi panico, e sentenzio che la matita tremi.
Preferisco dargli del Passato.
Un Re mai si indica al presente.
Perché fa paura.
Licenziate le rondini: così come i vasi straripanti di terra e di attese del cambio dell'ora.
Le previsioni meteorologiche:
lampadine e fumo di sigaretta.
Oppure lacrime, dipende.
Gli amici probabilmente erano
insospettabili vettori di morte
e gli abbracci un tabù
come il pensiero più perverso
che un essere umano possa concepire.
Erano giorni fatti di mani sulle tempie
e poi sulle ginocchia
con gli occhi davanti a film su film
o al massimo schermi
rigonfi di immagini
come i pacchetti di pop-corn
venduti dai negozi chiusi.
Eravamo fantasmi in mezzo alle distanze,
scherzi della natura
rei d'aver preso in giro l'infanzia della vulnerabilità.
Quindi le nostre occhiaie: fatte di faticose pigrizie,
di minacciose volanti
nel portare i cani a pisciare.
Quindi l'accorgersi che lo stare a casa,
uno zen da sempre praticato,
aveva un retrogusto diverso dal solito:
e allora sussulti di menti e corpi,
tachicardie di incubi semiconsumati
per poi togliere la maschera
e scoprire che il mattino
aveva lo stesso volto.
Dovevano essere scene di film mitizzati
e d'improvviso i cinema vuoti.
Il frigo vuoto d'ebbrezze rassicuranti.
Direi panico, e sentenzio che la matita tremi.
Preferisco dargli del Passato.
Un Re mai si indica al presente.
Perché fa paura.
