Giulia, ragazzina dai capelli rossi e con grandi occhi verdi, esile, fragile, un po’ bruttina.

Aveva un sacco di amici e amiche.

Era bello stare in sua compagnia. Trascorrere dei bei momenti a ridere, a scherzare insieme a lei.

Tante cose sapeva fare. Era creativa. Hobby ne aveva tanti! E molti sogni nel cassetto…

Un giorno incominciò a mangiare così tanto da scoppiare …

Passò del tempo. Era così ingrassata che dovette cambiare tutto il guardaroba, non le entravano più i suoi bei vestiti.

Giulia si rese conto che doveva dare una svolta positiva alla sua vita….

Decise di far qualcosa.

E così si alzava la mattina presto per correre nel parco. Ritornava in fretta a casa a prendere i suoi libri per andare a scuola. Nel pomeriggio i compiti e poi faceva chilomentri in bicicletta.

Non si arrendeva, voleva tornare l’esile ragazzina.

Molto tempo è passato. Il suo corpo era cambiato, un po’ di chili li aveva persi.

Era stanca ma felice!

La scuola finì e Giulia si impigrì. Stava sempre sul divano a guardare la T.V., e riprese a mangiare. Le sue porzioni erano sempre più grandi!

Arrivò settembre e Giulia a scuola non voleva più andare. Non aveva il coraggio di farsi vedere così dai compagni e dagli insegnanti.

I genitori la convinsero che la scuola doveva frequentare.

Giulia col passare dei giorni si chiuse sempre più in se stessa. Pensava che non sarebbe più tornata ad essere né magra né la ragazza spensierata e allegra di prima.

Un giorno in biblioteca si sedette al suo fianco un ragazzino (anche lui ciccione). Era moro e ricciolino. Con le sue lentiggini era proprio simpatico.

Si chiamava Angelo.

Giulia si sentì attratta da lui. Era bello che qualcuno l’ascoltava.

E diventò ben presto una grande frequentatrice di quella biblioteca!

Angelo e Giulia si frequentarono sempre di più. Erano così allegri, spensierati. Ben presto tutto il paese li soprannominò: “200 chili di simpatia”.

Facevano i compiti insieme, giocavano, scherzavano, andavano al cinema.

Erano inseparabili ormai.

Erano così uguali!

Angelo un giorno d’estate confidò a Giulia che voleva dimagrire, non si era mai visto magro. Aveva avuto sempre sin da bimbo il problema del sovrappeso ed era desideroso di vedersi almeno per una volta diverso. E poter rallegrare anche i suoi genitori, che tante volte per il suo bene gli avevano detto di dimagrire. Giulia gli disse che era una buona idea e che lo avrebbe aiutato e non solo, avrebbe rincominciato anche lei la dieta!

E così ogni giorno ginnastica, porzioni di cibo sempre più piccole… i due non scherzavano mica, stavano facendo sul serio!

Dimagrirono. La loro lotta contro il sovrappeso ebbe risultati.

Giulia ritrovò la stima di se stessa e scoprì cos’era il vero amore. Per lei Angelo era il principe azzurro.

Per Angelo lei era la sua dolce Principessa.

Angelo e Giulia col tempo si sposarono.

Oggi hanno due figli e la sera rimboccando le coperte ai loro piccoli raccontano la storia dei due ciccioni!

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Profilo Autore: Maddalena Clori  

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Salve! Ho iniziato a scrivere questo racconto da un po' di tempo, in un particolare momento della mia vita e per questo ho deciso di pubblicarlo solamente adesso. Se questo capitolo sarà di vostro gradimento, posterò i successivi.



Il treno avanzava e il cane piangeva. Giaceva assopita la ragazza sui sedili del vagone di coda; trasognante, speranzosa e incerta. In un anno aveva girato l’intero mondo: giù per il rovente Kenya e su per le Langhe; col suo povero cagnetto dal quale aveva assunto l’espressione sognante. Luogo per luogo la sua vita assumeva, ogni volta, una forma diversa. Il suo fiume in piena aveva incontrato numerosi ostacoli- rocce ammassate, alberi sradicati e persino rifiuti gettati dall’uomo moderno-; ma le sue acque sguizzavano or ora su verso il cielo, per poi gettarsi di continuo in una putrida coltre di veleno. Come una lastra di vetro rotto, si contorceva dal dolore il povero cagnetto; con la speranza che le sue ossa avessero fatto una fine migliore. Le intere giornate passate sull’orlo di un freddissimo marciapiede newyorkese, gli avevano intricato le ossa, recandogli una sofferenza maggiore; più di quanto qualsiasi mentecatto potesse credere. E la ragazza, lei coi suoi occhi cristallini, per simbiosi animalesca, si raggrovigliava come il filo di una corda annodata in fretta. La natura là fuori dormiva estasiata e la sua notte, col pallido chiarore assassino invocava i tormenti della mente, pregando loro di soffocare gli indomiti cunicoli dei più angosciosi essere umani. Le luci principali si spensero, quelle d’emergenza ripresero vita e una calma apparente invase i vagoni, nonostante il martellante rumore del vecchio Intercity. Non si ha più niente da dire dopo 12 ore di viaggio, si esaurisce anche il più banale e frivolo dei discorsi. Anime sconosciute che dialogano solo per circostanza, per arrampicarsi alla vita degli altri con il solo scopo di non annegare tra le acque dei propri tormenti; questo è il vero spirito di sopravvivenza. E quando tutto tace, quando la notte si scaraventa vorticosamente sui finestroni del treno, non rimane che farla entrare, ma considerandola sempre un’ospite inattesa. Spicca il volo come un predatore dagli artigli ormai poco solcanti, segnati dal tempo e dal dolore. Non desidera una preda; ne brama migliaia, milioni, miliardi, una specie intera. Una infinità di uomini pronti a farsi percuotere le budella. Questo, al famelico predatore non basta;  si trasforma in un insaziabile licantropo pronto a trangiugare fino all’ultima goccia di aspro, acre, amaro e velenoso sangue.

Tutte le prede giacevano inerte sulle poltrone del treno, mentre il sole prendeva ad albeggiare, tinteggiando il cielo nuvoloso con una vernice vagamente dorata. Scaraventati sull’orlo del precipizio, dove l’anima è lucente a tratti, si apprestavan a cominciare un nuovo giorno, col solo scopo di peregrinare verso nuove mete. Povere creature impavide e odiose! Gli bastava notare un barlume vita per non perire al loro inconsistente futuro. E mentre il nuovo dì prendeva pian piano forma, la ragazza si soffermava ad osservare il vento, che di consuetudine muoveva le foglie appassite e pallide, scaraventandole da una parte all’altra del ponte nebbioso. Il suo nome era Aurora. Ella era una ragazza come tante altre, ma altresì diversa da quelle stesse altre. Queste ultime erano tristemente uguali; stampate con lo stesso inchiostro e la stessa carta ruvida, di quella che si trova a basso costo e risulta essere per questo maggiormente venduta .Era incredibilmente strana, eccentrica, o per meglio dire egocentrica e addirittura megalomane; di gran lunga differente dai modelli che la società proponeva. Aveva tinto i capelli con ogni tonalità del lilla, da quello grigiastro smog a quello violaceo - lo stesso colore delle profumate viole; era incantate dal profumo di quei penetranti fiori; le rievocavano la  morte e paradossalmente le considerava un turbine di vita-. Per un considerevole periodo della sua esistenza aveva desiderato portarli azzurri come il cielo, ma “sembra troppo maschilista”, ripeteva spesso tra sé e sé! E una femminista come lei mai avrebbe potuto compiere un sacrilegio tanto sovraumano. Quello stesso identico cielo, dipinto di lilla, era  senza dubbio alcuno, di gran lunga  più bello. Anche il cielo, nonostante la desinenza maschile, secondo la sua arguta mente doveva essere di sesso femminile; era immensamente leggiadro e infinitamente bello, così come lo era ogni singola donna. Aurora amava catturare con la sua camera ottica- rovinata dal tempo e dai sogni vani- quei momenti, come ogni romantico tramonto, durante i quali il cielo si tinge di rosa per poi candeggiarsi, solitamente al crepuscolo, di quelle tonalità di lilla che tanto adorava; le stesse dei suoi variopinti e leggiadri capelli setati.

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Profilo Autore: Anna Santoro  

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Una bambina di 5 anni e il suo cappottino blu.

Percorreva un viale alberato accompagnata dalla nonna. Credeva fosse un giardino ma non era così. Tutti piangevano. Tutti l’abbracciavano. E lei non capiva cosa stava accadendo. Poi vide una fossa, e le dissero che suo papà e sua mamma sarebbero andati a riposare lì. Col tempo Chantal capì cos’era la morte.

Che tristezza cambiare casa e andare a vivere con la nonna. Alimentazione e abitudini diverse. Era molto più noioso che vivere con i genitori.

Era il 1960.

Quando compì 6 anni, andò a scuola. In classe tutti le volevano bene. Si ritrovò in una grande famiglia. E fu lì che le fu insegnato l’ottimismo e l’altruismo. Chantal era sempre allegra donando un sorriso a tutti. Aiutare chiunque fosse in difficoltà era nella sua indole. Qualcosa di prezioso che l’avrebbe accompagnata nel suo cammino. Però come era triste vedere i bimbi all’uscita correre incontro a mamma e papà! Lei aveva solo la nonna che la viziava un po’.

Chantal si affezionò molto a sua nonna anche se a volte le mancava la sua mammina e il suo papà. Quando nessuno la vedeva andava in cameretta a piangere. Si chiedeva: “Perché proprio a me dovevano morire i genitori?” malediva quell’incidente stradale. Domande su domande…. Poi si asciugava le lacrime e cercava di vedere il lato buono delle cose. Pensava: “C’è chi sta peggio di me, che è solo al mondo. Io almeno ho la nonnina che mi vuole tanto bene!”.

Un giorno Chantal si svegliò tardi. Si vestì di corsa. Non voleva arrivare di ritardo a scuola. Era un giorno importante, aveva il saggio di danza. E non vedeva l’ora di indossare il suo vaporoso tutù….

Andò in cucina.”Dov’è la nonna?”, si domandò. La colazione sul tavolo non c’era. Pensò: “Strano, oggi la nonna fa la pigra! Vado a svegliarla per prenderla un po’ in giro!!!”.

La chiamò, urlò il suo nome ma…. Niente. Nessuna risposta.

Il cuore stanco della nonna si era fermato.

Di nuovo Chantal col suo cappottino blu, percorreva quel grande giardino, e vide calare in una fossa la bara della nonna.

Fu un immenso dolore.

Si sentiva come un puntino in mezzo ad un grande quadro.

L’amarezza il dolore, e la delusione si fecero più grandi quando nessun parente si volle prendere cura di lei. Chantal fu mandata in un orfanotrofio.

Quando entrò nella stanza che le era stata assegnata, vide che non era sola, c’erano ben 10 lettini! I muri scrostati e la muffa. Che squallore! Voleva scappare da quella realtà.

Pensò: “Come potrò resistere qua dentro?”.

Arrivò la notte e Chantal in quel lettino pianse tutte le lacrime che aveva. Per molte notti fece così. Ma poi decise di consolare gli altri che erano lì, forse più tristi di lei. Regalando l’unica cosa che aveva: un sorriso.

Aiutando gli altri avrebbe sofferto un po’ meno della sua triste condizione.

Un giorno chiese se poteva avere dei pennelli e degli acquarelli per dipingere.

Dipingere l’aiutava a volare con la fantasia... Nei suoi ritratti lei era sempre al mare o tra le nuvole, elegante e altera. Mentre nella realtà era vestita di cenci.  

Alcuni bimbi andarono via, erano stati adottati. Ma lei no.

Nonostante avesse un carattere stupendo, solare, nessuna famiglia la prese con sé, ma lei non perse le speranze.

Quando compì 18 anni le dissero che doveva andare via. A un’altra casa doveva andare, in una famiglia ricca, per fare la baby-sitter.

Era felice di lasciare l’orfanotrofio.

In quella casa vide finalmente una famiglia al completo! Le bimbe erano dolcissime.

Chantal amava i bambini e subito le conquistò.

Ben presto si affezionò a tutti i componenti di quella famiglia. Anche al maggiordomo e alla cameriera che divennero suoi amici.

Passarono 2 anni, anzi volarono 2 anni!!!

Chantal era amata e apprezzata. Desiderava che quella famiglia fosse la sua.

Un giorno arrivò Antony, era un ragazzo di colore. Carino. Era il nipote del maggiordomo. Antony aveva un brutto carattere ed era pessimista.

Era stato assunto dalla famiglia come autista.

Chantal voleva vedere Antony sereno e felice.

Ben presto capì che anche lui aveva sofferto molto nella vita e che era stato spesso deriso per il colore della sua pelle.

Chantal lo aiutò a vedere le cose diversamente, gli insegnò a sorridere alla vita e a vedere il lato buono delle cose.

Scoprì che Antony aveva un sogno da realizzare, voleva diventare dottore, precisamente un pediatra.

Ma non aveva il coraggio di iscriversi all’università. E poi si sottovalutava.

Chantal gli disse che bastava un pizzico di volontà e sarebbe riuscito. Doveva provare!!!

Antony col tempo si convinse. Quindi di giorno lavorava come autista e di notte studiava. Diventando sempre più sicuro superando uno, due, tre esami…..

Piano piano arrivò il giorno della Laurea.

Aveva raggiunto il suo obiettivo.

Chantal era felice per lui. Non avendo molto da donargli gli regalò un suo dipinto. Un giorno alzandosi più tardi del solito udì che la famiglia era riunita in salotto, parlavano con Antony.

Chantal non resistette e si mise ad origliare, e sentì una frase; Antony diceva che si era innamorato di una ragazza. E che il giorno seguente avrebbe parlato con lei.

Chantal si sentì morire, era gelosa e pensò: “si sarà innamorato di una universitaria!” Corse in camera a piangere. Quanto avrebbe voluto essere lei la fortunata ragazza!

Si rese conto che era innamorata di Antony.

La tristezza le fu di compagnia per tutta la giornata. Tutti se ne accorsero, e le chiesero cosa aveva, e lei rispondeva: “Non sto bene, passerà”.

L’indomani Antony bussò alla camera di Chantal, lei aprì la porta, lui si inginocchiò, ponendogli tra le mani morbide un pacchettino.

Che sorpresa!!! Conteneva un anello!

“Vuoi sposarmi?” le chiese.

Chantal pensò: “Ecco chi era la ragazza di cui parlava ieri!!!”.

E a gran voce gli rispose: “ Sììììììì ”
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Profilo Autore: Maddalena Clori  

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1.

Non ho mai nutrito particolare simpatia per le giornate di pioggia, specialmente se sono costretto a passarle nel mio paesotto desolato. 

Quel giorno, mercoledì 10 ottobre, la pioggia cadde imperterrita. La sua triste musica si fece udire già dalla sera prima; segno che l'autunno aveva disteso il suo manto sulla superficie terrestre. L'anno era il 1990 : triste decennio in cui ebbi il "dispiacere" di veder cambiare per il peggio le mode, la musica  e il cinema. Tutta la magia degli anni precedenti sembrò scemare ai miei occhi, asciando posto alla banalità più sconcertante.  

Uno spiraglio di luce si aprì quando in mattinata, durante la pausa pranzo a lavoro, lessi un articolo su Repubblica. I miei occhi viaggiarono veloci leggendo  quelle righe : "La città di Milano rende omaggio ad una delle più grandi attrici italiane". Giulietta Masina si trovava a Milano per l'inaugurazione del  "Teatro Giulietta" in via Marghera 28.

Il sogno di una vita : la mia attrice preferita a 30 km da casa mia! Non esitai un attimo : decisi di assistere alla cerimonia il cui orario di inizio era schedulato per le 21.30. 

Il costo del biglietto era di 60.000 lire, ma i soldi all'epoca non erano un problema e per vedere Giulietta ne avrei spesi anche duecento. Avendo svolto il primo turno in litografia, la buona sorte giocò a mio favore concedendomi pomeriggio e serata liberi. 

Una volta a casa, rovistai tra i miei abiti più eleganti, decidendo infine di indossare una giacca monopetto a tre bottoni, camicia bianca, cravatta nera,  jeans scuri e un paio di scarpe derby in pelle ereditate da papà. Portai con me una penna e una foto busta del film "Le Notti Di Cabiria", sperando che Giulietta depositasse la sua firma su quel pezzo di storia pagato una fortuna ad una mostra di reliquie cinematografiche. 

Le lamentele di mia moglie Iris non tardarono ad arrivare. Le telefonai in ufficio poco dopo le 16.00 informandola dell'evento. 

Entusiasta le dissi che sarei passato a prenderla in ufficio dopo le 17.00, ma lei rispose che doveva trattenersi per gli straordinari e che sarebbe rincasata tardi. 

"Ma è proprio necessario che tu vada? C'è da fare la spesa, far sviluppare le foto del mare... ". Iris non simpatizzava molto i "miei colpi di testa", ma  in fondo sapeva quanto era importante per me vedere Giulietta.

Dopo aver ascoltato le mie giustificazioni che somigliavano tanto a quelle di un bambino desideroso di un dolcetto, fece un sospiro e disse : "Ok, ci vediamo quando torni".  

Via Marghera è la zona dei ristoranti : certo oggi è un po’ cambiata rispetto ad allora, ma l'aria intrisa di romanticismo e passione è rimasta. 

Il Teatro Giulietta si presentava decisamente maestoso. La facciata esterna in stile neoclassico, severa e lineare; al centro un portico a terrazza sostenuto da due pilastri lineari, al di sopra un piano attico terminante con un timpano retto da colonne binate e da lesene. L'interno si fece apprezzare ancora di  più : nella curva a forma di cavallo si trovavano diversi ordini di palchi e camerini; un grande lampadario con ottantaquattro lumi a petrolio appeso al centro del soffitto, le decorazione interne disegnate secondo il gusto neoclassico e un immenso palcoscenico.

Una fila interminabile padroneggiava all'ingresso principale, formata per la maggiore da gente di mezza età. Vi erano anche giovani coppie, ma ebbi modo di  constatare che sicuramente ero la persona più giovane presente. 

Dopo un attesa interminabile, giunsi finalmente all'ingresso della platea dove un signore baffuto in frac strappò la superficie del mio biglietto (acquistato poco prima alla biglietteria principale) assegnando il mio numero di poltrona. 

L'adrenalina scorse puntuale nelle mie vene alla vista di quella stupenda platea che sembrava luccicare in ogni angolo. Avvertendo un leggero tremolio alle gambe, mi accomodai sulla confortevole poltrona di velluto rosso. La visuale da quel punto era abbastanza buona; fortunatamente la mia vista allora non  era ancora incerta. Cercai di scorgere qualche personaggio importante tra il pubblico, ma tra tutti quei capi grigio scuri e quelle pettinature a la "Maria Antonietta" non notai nessuno. 

Sul palcoscenico era stato allestito un tavolo lungo circa quattro metri con diverse sedie. Il tavolo era ricoperto da una enorme rivestimento rosso che permetteva al pubblico di scorgere la sua raffinata eleganza. Osservando le intrinseche decorazioni presenti nella stoffa, mi sfiorò il dubbio che tali meraviglie fossero  fatte d'oro.  Sullo sfondo risplendeva una gigantesca immagine di Giulietta nei panni di Gelsomina, la quale insieme a Cabiria fu uno dei personaggi più amati a livello mondiale interpretati dall'attrice.

Finalmente su quell'immenso palco fece ingresso un uomo di bassa statura, dalla evidente calvizie e dall'abito raffinato : Moraldo Lombardi, ideatore e  proprietario del "Teatro Giulietta". 

Consumati i soliti convenevoli, Lombardi introdusse Giulietta Masina. Il tema de "La Strada", scritto da Nino Rota, echeggiò in tutto il teatro tra la tempesta di applausi dalla durata di mezzo minuto. Tutti i presenti si alzarono in piedi ad applaudire Giulietta la quale appari' emozionata. Vestiva una camicetta bianca adornata da numerosi brillantini e una lunga gonna nera. I capelli minuziosamente pettinati e cotonati, orecchini tondi d'oro e una argenteria invidiabile. Il volto, segnato dalle rughe, possedeva ancora quella particolare bellezza; così come lo stupendo sorriso : pregio a me carissimo. Nonostante i tacchi alti delle sue scarpe nere, mi apparve decisamente bassa; come me la ero immaginata per anni. 

Provai un vortice di emozioni nel vederla congratularsi col pubblico, pensando : "Finalmente ho realizzato uno dei miei sogni : vedere dal vivo Giulietta Masina".

Applaudii e sorrisi come tutti i presenti, sperando che Giulietta puntasse lo sguardo verso di me per poterle trasmettere tutte le emozioni che provai  guardando "La Strada". 

"Grazie, grazie a tutti". Disse Giulietta al microfono passatogli da Moraldo Lombardi. Udire la sua voce fu stupendo come quando la sentii per la prima volta nel film "Giulietta Degli Spiriti"; calda, confortevole, squisitamente materna.  

Lombardi la invitò a sedere. Dopo aver presentato gli altri ospiti della cerimonia seduti al tavolo, ovvero critici cinematografici e giornalisti dei quali  non ricordo neanche il nome, Giulietta prese parola. Migliaia di occhi puntati su di lei. 

Giulietta espresse il suo amore per Milano, nella quale aveva vissuto per un periodo e anche per la zia di origini milanesi con la quale visse a Roma. Si sentì profondamente onorata del tributo donatole, esprimendo il suo amore per il teatro. 

Subito dopo incominciò a narrare la sua carriera cinematografica, soffermandosi particolarmente all'uomo più importante della sua vita : Federico Fellini. 

Ascoltai ogni singola parola di Giulietta, sperando che non finisse mai di parlare.  

Dopo circa quarantacinque minuti, per mia tristezza, l'inaugurazione giunse al termine.  L'uscita di scena di Giulietta fu accompagnata da applausi assordanti

di maggiore durata rispetto a quelli del suo ingresso; nelle mani reggeva fiera una targhetta donatagli da Lombardi che annunciava l'inaugurazione del teatro. 

I flash delle macchine fotografiche fecero risplendere il suo volto senza sosta mentre lei si allontanò dal palco con numerosi inchini. 

Vidi scomparire la sua adorabile figura che agitò la mano in segno di saluto.  

"Ciao Giulietta". Pensai soddisfatto di averla finalmente vista udendo le sue dolci parole. 

La platea brulicò di persone intente a raggiungere l'uscita; in testa vi erano fotografi e giornalisti (i quali si erano aggiudicati le prime file) ansiosi di intervistare Giulietta per scrivere un lungo e invitante articolo. Facendomi spazio tra la folla, giunsi nei pressi della biglietteria dimenticando per  un attimo quanto odiassi i luoghi affollati.  

Un'accozzaglia di telecamere e microfoni si era radunata nei pressi dell'uscita : i giornalisti stavano intervistando Giulietta, dandosi spintoni e sfoggiando domande a raffica alle quali non le fu concesso il tempo di scegliere a quale rispondere per prima. Alzandomi sulle punte dei piedi la vidi rispondere cortesemente, felice nonostante l'assedio dei giornalisti la stava facendo quasi scomparire. Al suo fianco vi era Federico Fellini, anche lui stretto nella morsa.

Fellini era un uomo corpulento, mastodontico che superava il metro e ottanta di altezza. Le spalle larghe e il torace me lo fecero apparire ancora più enorme di quanto in realtà fosse.

 Accanto a Giulietta appariva come il suo angelo custode, emanando un caloroso senso di protezione. Nonostante non amasse particolarmente le cerimonie e i ricevimenti, fu fiero di assistere all'inaugurazione e della carriera di attrice di sua moglie, la quale lui stesso fece fiorire. 

Scortati dai propri agenti, i coniugi Fellini si recarono verso l'uscita ancora inseguiti dai fotografi. La mia speranza di stringere la mano a Giulietta e  farmi firmare la foto busta, stava ormai scemando. 

"Hey! C'è Anitona!!!". Gridò un aspirante giornalista dal corpo rachitico togliendosi la penna dalla bocca. 

Ormai Giulietta non interessava più, le lasciarono raggiungere la macchina a braccetto di Federico; ora telecamere, flash e cascate di domande avrebbero  torturato lei : Anita Ekberg. 

Una visione celestiale : stupendamente giunonica, divina; l'espressione massima della naturalezza femminile. Certo, nessuno sfugge ai segni inferti dal tempo, ma Anita apparve immensamente bella nei suoi lunghi capelli biondi e nel suo elegante e lunghissimo vestito nero, il quale credevo fosse quello che indossò  ne "La Dolce Vita"... ma non poteva essere!

Anita stava a fianco di Marcello Mastroianni; sempre raffinato ed elegante, portava un cappello in testa : look che alcuni dicevano avesse ereditato da "8 1/2", altri per coprire la calvizie imposta da Fellini per interpretare Fred Astaire nel film che vedeva Giulietta nel ruolo di Ginger Rogers, appunto "Ginger e Fred".

Non so perché, ma in una delle mie fantasie ho sempre immaginato Mastroianni e la Ekberg cenare insieme al ristorante. Marcellino intento a gustare un gigantesco piatto di cozze e Anita che lo osserva divertita con un piatto fumante di spaghetti al pomodoro. Non sono per niente misteri l'appetito vorace di Mastroianni e il suo fascino verso le donne. 

Altre domande vennero poste e altre foto vennero scattate : ora era il turno di Anita e Marcello. La ressa rese impossibile avvicinarsi anche a loro.

Felicissimo di aver visto cinque pilastri del cinema italiano, ma soprattutto di aver visto Giulietta, decisi di lasciare quell'immenso teatro. 


2.


La pioggia continuò a cedere in quella serata autunnale, forse meno intensa che nel pomeriggio, ma comunque insopportabile. Decisamente di umore euforico, non badai al mio capo bagnato frugando nelle tasche della giacca alla ricerca di una sigaretta. Non vi era nessun pacchetto : consumai le ultime rimaste durante il viaggio a raggiungere il teatro. 

Desideroso di nicotina, entrai in un bar che fungeva anche da tabaccheria chiamato "Il Giglio". Le luci soffuse al suo interno rimandarono alla mia mente la  tipica atmosfera della "Milano da bere". Data l'ora tarda, le sedie del bar erano poste a gambe per aria sui tavoli.  

Puntando lo sguardo verso il bancone, notai una minuta figura di spalle abbigliata con una lussuosa pelliccia e una lunga gonna nera discutere scherzosamente con il barista. In testa portava un nero cappello femminile con la funzione di non farsi rovinare i capelli dalla pioggia.  Ben presto, avvicinandomi sempre di più al bancone, notai che si trattava di Giulietta. Aspirando delicatamente una sigaretta, continuava a ridere e scherzare  con il panciuto barista. 

Rimasi paralizzato. 

"Stiamo chiudendo!". La voce roca del barista mi fece sobbalzare. 

Giulietta si voltò verso di me con ancora il suo stupendo sorriso stampato sul volto. 

"G-g-giulietta!". Fu tutto quello che cercai di balbettare.

"I giornalisti sanno che sei qui??". Domandò il barista a Giulietta inarcando il sopracciglio sinistro. 

"No... deve essere un ammiratore!". Disse regalandomi il suo sguardo penetrante accompagnato dall'onnipresente sorriso. 

Non so come, riuscii ad avvicinarmi a lei accennando passi goffi come se stessi camminando in una palude. Le strinsi la mano in preda ad una crisi di panico; lei a sua volta strinse la mia con una presa decisa e accogliente. 

"Giulietta, lei è l'attrice più grande di tutti i tempi! Grazie di averci regalato capolavori stupendi...". Incredibile! Fui in grado di parlare! 

La mia eroina mi guardò stupita, con occhi grati e pieni di dolcezza. Il barista osservò divertito la scena, ansioso di sentire la risposta di Giulietta.

"Grazie infinite... come ti chiami?". 

Restai stupito : "C-come?". 

"Ti ho chiesto come ti chiami". Ripeté  la domanda cortesemente.

"Io mi chiamo... Luca". Risposi imbarazzato, ancora tremante. 

"Sei giovane Luca, quanti anni hai?". Ancora una volta non credevo alle mie orecchie.

"Ne ho venticinque..." Risposi estraendo dalle tasche della giacca la foto busta di Cabiria e facendo il più in fretta possibile per non seccare Giulietta e rubarle tempo prezioso. 

"Un' età stupenda... Oh bella!". Giulietta scorse la foto busta che posai sul bancone insieme alla penna.  "Potrebbe firmarmela per favore?".

"Certo! Queste foto buste hanno un gran valore oggi... ti deve piacere proprio Cabiria... ecco : a Luca con tanto affetto, Giulietta". Non ne potei più di trattenere le lacrime che appena Giulietta mi restituì la foto busta, piansi di gioia. 

"Grazie tante... grazie...". Le dissi stringendole nuovamente la mano.

Giulietta mi apparve lusingata e serena;  togliendosi il suo elegante cappello mi disse : "Grazie a te... posso offrirti un caffè?". 

Le mie mani stavano andando a pizzicare le mia braccia, per verificare se mi trovavo all'interno di uno dei miei sogni più belli. 

"Sì! Grazie mille!". In quel momento avrei bevuto anche benzina, purché offerta da Giulietta Masina. 

"Tulio, portaci due caffè... vieni, sediamoci al tavolo". 

Feci accomodare Giulietta togliendo due sedie dal tavolo più vicino al bancone, accomodandomi accanto a lei. Mentre posò accuratamente i suoi abiti allo schienale della sedia, emanò un sublime profumo di pulito; un aroma candido ed innocente che non avrei scordato facilmente.    

Le parole vennero a mancarmi all'istante : continuai ad osservarla in ogni dettaglio, studiando i suoi modi di fare tipicamente aristocratici.  

Tulio, questo il nome appunto del barista, arrivò subito dopo servendoci due caffè fumanti. 

"Come stai Luca? Ti è piaciuta l'inaugurazione?". Disse Giulietta, rompendo l'imbarazzante silenzio accendendosi un'altra sigaretta. 

"Beh io... s-si...". Il tremore non mi aveva ancora abbandonato. 

"Non essere così inquieto, a me piace parlare con i giovani e ai giovani piace parlare con me". Giulietta sorseggiò delicatamente quel caffè bollente.

"Sai, anch'io ero emozionata come te quando ad Hollywood ho chiesto l'autografo a Clark Gable. Lui mi rispose che forse era il caso che lui lo chiedesse a me visto che quella sera avevo vinto l'Oscar." Ricambiai il suo sorriso, osservando il suo sguardo sognante a narrare quella storia. 

"Quando l'ho raccontato a Federico". Proseguì con un tono più serio. "Lui mi disse : "Ma chi Gable? Con quelle orecchie a sventola?". 

Risi un po’ imbarazzato però sciogliendomi lentamente : "Per me è un onore poter parlare con lei... non sa quanto ho adorato "La Strada" e "Le Notti Di Cabiria"... e "Giulietta Degli Spiriti".

"Fa davvero piacere vedere un giovane interessarsi al nostro cinema, adoro recitare nella mia lingua... ultimamente mi sono state fatte offerte da tutti i paesi del mondo tranne che dall' Italia; le ho avute dalla Francia, dalla Cecoslovacchia, dalla Germania, dalla Jugoslavia...".

Colsi l'occasione per dirle che, nonostante non avesse recitato appunto nella sua lingua, amavo molto anche "La Gran Vita". Lei mi ascoltò osservandomi attentamente mentre la tensione abbandonava definitivamente il mio corpo.

Le narrai che avevo bramato per settimane la copia in VHS de "La Gran Vita" in una videoteca nell'attesa di ricevere l'ultimo stipendio per acquistarla. Giulietta restò stupita dall'adorazione che avevo per lei e per il suo ruolo di attrice, mentre elencai le scene che mi avevano divertito di più del film in questione. Tra queste vi era quella in cui lei stessa, durante un approccio, si pungeva con le spille da balia applicate al reggiseno (atto per tenere lontani gli uomini troppo focosi). 

Rise divertita a ricordare quella scena e prese il via a raccontare gli episodi che le stavano più a cuore della sua carriera. 

Mi resi conto che durante quel suo delizioso rimembrare era impossibile interromperla; risultava totalmente immersa nelle sue storie e nei suoi sogni. Mai  prima d'ora apprezzai così tanto sentire parlare una persona. 

Giulietta espresse il suo rammarico per un film mai fatto : un lungometraggio che aveva chiesto più volte a Federico Fellini sulla storia di Madre Cabrini. 

Affascinata dalla sua biografia, disse che sarebbe stato il sogno della sua vita impersonare la missionaria, ma dopo varie diatribe con il marito il progetto andò a monte per il dispiacere di Giulietta. Ricordando di aver letto la storia di Madre Cabrini, le dissi che abitavo vicino al paese dove la religiosa aveva maturato la vocazione al Colleggio Del Sacro Cuore (ora trasformatosi in oratorio Del Sacro Cuore) di Arluno (paese a sud ovest di Milano).

"Davvero? Mi piacerebbe andarci un giorno". 

"A me piacerebbe visitare il suo paese natale, San Giorgio Di Piano...". 

La sua risposta risuonò commovente : "Ogni volta che ritornavo in estate cercavo sempre qualche ricordo della mia infanzia... la stazioncina con il campanellino che segnalava l'arrivo del treno; mi ricordo il paese perfetto con il campanile e i quattro orologi."

Quando venne il turno di parlare del film "Giulietta Degli Spiriti", il suo sguardo divenne ancora serio. Inizialmente apprezzò i miei complimenti riguardo la sua fantastica voce : le dissi appunto che, oltre l'ottima recitazione, fu il particolare che apprezzai maggiormente. "Giulietta Degli Spiriti" fu il primo film che mi diede il privilegio di conoscerla come attrice; questo grazie a Sylva Koscina. Dopo aver visto "Sette Scialli Di Seta Gialla" e "Nel Buio Del  Terrore" (titolo alternativo : "Diabolicamente Sole Con Il Delitto"), fui desideroso di vedere un altro film con Sylvia. Leggendo il suo nome sul retro della VHS decisi di acquistarlo. Ricordo che passai un intero inverno a guardarlo ogni sera tra le proteste di Iris e infinite sigarette. Ogni volta dopo innumerevoli visioni, quando giungeva il tempo di coricarsi, nella mia mente bisticciavano quegli scenari bizzarri e quei colori vivi di "Giulietta Degli Spiriti". 

Mi innamorai anche della regia di Fellini ricercando tutte le sue produzioni. 

Raccontai tutto questo a Giulietta, la quale udendo i titoli dei due film che citai di Sylvia Koscina storse un po’ il naso : "Non mi piacciono i film di violenza, amo i film che riescono a trasmettermi qualcosa...". Nonostante questo, nutriva una stima spropositata per Sylva Koscina e per molte attrici del cinema italiano e mondiale.

Fu imprudente farle il nome di Anna Magnani tra quelli di Sofia Loren, Monica Vitti, Claudia Cardinale e Audrey Hepburn. 

Pur essendo passati molti anni Giulietta non dimenticò i diverbi con Nannarella, nonostante le dissi che consumai "Nella Città L'Inferno".  

"Anna era una donna notturna". Così la definì Giulietta, cercando di trattenersi forse per non farmi cadere un mito. "Non si alzava fino a tardo pomeriggio e tutti i gatti di Roma hanno pianto quando lei se ne è andata, perché gli dava da mangiare a tutti quanti". 

Ritornando al discorso di "Giulietta Degli Spiriti", mi disse che si trovò in disaccordo sul finale con Federico e che quel film non la rappresentava.

"Per le donne è diverso : io non volevo che a Giulietta il mondo le si spalancasse davanti, ma che si perdesse". Apprezzai la sua sincerità. 

"Dissi a Federico che i miei abiti nel film erano inadatti, che non avrebbero aiutato la mia interpretazione".

Qui mi trovai in disaccordo ma non le dissi nulla. Lasciai che si togliesse quel "sassolino dalla scarpa" nel migliore dei modi. Le dissi soltanto : "Lei è stupenda in ogni film", guadagnandomi ancora una volta il suo indimenticabile sorriso. 

Poco dopo mi deliziò con il suo amore per i vestiti. I suoi capi erano diventati ormai incontabili, conservati con tanto amore e cura. 

"A casa ho una stanza di soli vestiti... sono in tutti gli angoli; persino sul soffitto... passo le ore a guardarli, mi fa stare bene". Avrei versato assegni dalle cifre impronunciabili per vedere quella stanza e osservarla adorare i suoi preziosi vestiti. 

Mi venne naturale chiederle anche dove si trovasse suo marito, Federico Fellini. 

"Lui non ama molto le cerimonie, è andato a riposarsi in albergo. Ripartiremo domattina per Roma, io ne ho approfittato per salutare Tulio, visto che il teatro è vicino al suo bar. Passavo sempre di qui per un caffè durante i miei soggiorni a Milano... Tu sei sposato?". 

"Si da due anni...". Risposi fissando la tazzina ormai vuota.

"E' bello amare una persona... l'amore è vita". Le sue parole mi provocarono brividi leggeri.

"L'amore deve essere ricambiato". Ribattei io.

"Hai paura che non ti ama?". Chiese Giulietta con la sua voce materna.

"Tutto sembra cambiato da quando eravamo fidanzati". 

"E' normale cambiare... prima o poi tutti cambiamo. Cambiare è un atto d'amore verso la persona che si ama.".

Le lacrime cominciarono a riempire i miei occhi. Avvertii la stessa commozione che provai vedendo Cabiria genuflettersi all'altare mentre prega la madonna di farle cambiar vita. 

"Grazie Giulietta". Le dissi sperando che gli infiniti "grazie" che pronunciai quella sera non le fossero andati a noia. 

"Di niente Luca, è stato un piacere parlare con te. Ora scusami devo andare; domani sarà un' altra giornata movimentata". Giulietta si alzò dalla sedia, si diresse verso il bancone pagando i due caffè a Tulio. Mi alzai anch'io; il tremore alle gambe scompari' del tutto. 

Una volta usciti dal bar dissi a Giulietta : "Questa sera ho realizzato un sogno; parlare con lei è stato come parlare con un' amica che mi sembra di conoscere da tanto tempo.... mi scuso per l'imbarazzo iniziale ma la ringrazio per non avermi messo troppo in imbarazzo e avermi fatto aprire". 

Giulietta si mise il cappello in testa accennando una deliziosa risata : "Sono contenta di aver realizzato un tuo sogno. La vita non avrebbe significato se non avessimo modo di sognare. Ti auguro tanta felicità e di non smettere mai di sognare". Riattaccai con i soliti lagnosi "grazie", restando senza parole per le stupende frasi pronunciate dalla mia attrice preferita a pochi centimetri da me. Le feci per stringere la mano, ma lei mi disse : "Salutiamoci bene!". Le diedi tre baci sulla guancia, che lei ricambiò nel più affettuoso dei modi. 

Dopo averla salutata mi incamminai verso la macchina, continuando a voltarmi ad osservare la sua camminata leggera ed elegante. Giulietta diventava sempre più piccola, fino a quando svoltò in un vicolo che costeggiava via Marghera scomparendo dalla mia vista. La convinzione di aver sognato quella magnifica serata, restò leggermente viva dentro di me.

Il giorno dopo, osservando la foto busta autografata da Giulietta, mi resi conto che, per mia gioia, tutto ciò era accaduto veramente. La incorniciai appendendola al muro della camera da letto; svegliandomi ogni mattina assaporo il ricordo di quella sera. 

Da quel giorno vidi Iris sotto un'altra luce, imparando ad amarla per quello che era. Chiarimmo fatti a cui prima d'ora non avevamo mai accennato, forse per la paura di soffrire o di ferire entrambi.

Il nostro matrimonio riacquistò vitalità; quella vitalità che gli mancava per funzionare al meglio. 

Quando appresi della morte di Giulietta, avvenuta poco dopo quella di Federico Fellini, diverse lacrime bagnarono il giornale appena comperato all'edicola vicino casa. 

Venne sepolta con la lunga gonna nera scelta per la cerimonia dell'inaugurazione del "Teatro Giulietta", perché la faceva apparire più alta e snella. In una mano aveva il rosario color perla, quello con cui aveva da poco detto addio a Federico, e una rosa rossa. Nell'altra, posata sul cuore, teneva una piccola fotografia di Federico.

Il giornale era ormai zuppo... Ciao Giulietta, ovunque tu sia. 




A Giulia Anna "Giulietta" Masina (22/02/1921-23/03/1994), moglie di Federico Fellini e grande attrice.  

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Profilo Autore: luke676  

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Sai che sei un bel tipo ? Vuoi apparire sempre emancipata, evoluta, ribelle fino a sfiorare la rissa (verbale, per carità) e, invece, sei una donna come tutte le altre. Più di tutte le altre o forse meno di tutte le altre. Lo sapevo ! Hai mandato in confusione anche me che, di solito, sono un attento e distaccato osservatore dell’altrui valore. Mi chiedo come sia potuto succedere. Il fatto è che ti presenti in differenti modi e io stento a starti dietro. Pensa che sei riuscita a trasformare un vecchio marpione, come me, in un timido scolaretto. Sono timido, impacciato di fronte a te. A volte penso che tu mi metta paura...ma paura di cosa ? I miei rapporti con le donne sono sempre stati improntati sull’assoluta dominanza, invece con te mi sento suddito. Leviamo ombre alle parole che, come noti, non mi difettano. Quando dico dominanza intendo dire della proprietà dell’uomo a condurre i giochi con la donna sapendo, però, di riuscirne sempre sconfitto, ma così va la vita da che mondo è mondo. Inoltre, mi sento suddito con te perché amo risultare sconfitto da te. Si, riconosco di aver costruito un ordito abbastanza aggrovigliato, cercherò di dipanarlo con calma, cosa difficile quando sei tu l’oggetto della...disgressione. Andiamo con ordine. Ti ho conosciuta come una persona normale, come tante altre. Una che ostentava dolore, malcontento per quello che aveva subito nella vita, che gridava questo dolore al mondo intero e verso cui, di converso, non c’erano, non ci sono parole d’odio. Sembrava un modo di attirare l’attenzione verso di se. Non mi spiegavo, però, la dolcezza che usciva, che esce nella tua espressione più alta che è la poesia. I versi più alti e rabbiosi del tuo modo di poetare sono intrisi fino a marcire di dolcezza, di voglia di vivere, felice, serena sorridendo, e perché no, ridendo a bocca aperta come io immagino che tu faccia, quando lo fai. Senza contare i concetti che esprimi, aspri e pieni di significato, colmi di saggezza. Rimasi conquistato da questo incontro. Da una personalità così prorompente. Strano è che, anche tu, mi accettasti volentieri nella tua cerchia di amici. Uno come me si dovrebbe prima metabolizzare e quindi scegliere se darlo in pasto al sistema simpatico o eliminarlo con un buon purgante ! Io consiglio sempre la seconda opzione. Ora dovrai sopportarmi, però, perché se mi fanno incuriosire poi io vado a fondo e, per apnee, non sono secondo a nessuno !

Tuttavia, c’è anche una pecca in questo nostro trovarsi. Come potrebbe non esserci visto lo scontrarsi di due caratteri non semplici. Vedi, tu mi tratti come tratteresti tutti gli amici o forse tutte le persone del mondo e cioè, concludendo o, anche, iniziando ogni conversazione col solito aggettivo che sta cominciando a venirmi ad uggia : Amico ! Capisco e lo tollero (per ora !) per la brevità della nostra conoscenza, ma...sembra un paletto, il tronco di un albero secolare frapposto alle nostre anime, perché i corpi non si sono mai avvicinati ne lo faranno mai, probabilmente. Un separare, un creare le distanze fra due anime che si intendono bene. Siamo entrambi sposati, come vuoi che possa esserci altro tra noi se non comunicazione intellettuale anche di sentimenti ? Ho in mente di convincerti a superare questo gap psicologico, se vorrai. Non credi che fra noi ci sia già un feeling ? Incrementiamolo allora. Facciamolo crescere. Vedi che sono riuscito a trovare le parole giuste che non riesco a pronunciare quando ci parliamo. E’ stato più facile di quanto immaginassi, è bastato spostare qualche obiettivo alle dichiarazioni d’amore che facevo da ragazzo! Tranquilla, ero costantemente rifiutato dalla parte “avversa”. Mi aspetto che tu capisca la profondità e la diversità degli intenti tra quello che vorrei da te e quello che avrei voluto (ahimè) dalle ragazzine dell’epoca. Un’amicizia più profonda e casta è cosa difficile ma tu sei la persona con cui vorrei instaurarla perché...già, perché ? Perché forse io posso farti ridere più di altri, potrei farti dimenticare momentaneamente le tue avversità senza, naturalmente pretendere che tu cambi in nulla. Fammi concludere parafrasandoti. Ciao Amica !
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Profilo Autore: Bronson  

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Proprio come di notte,
il passar sotto lampioni
m' è di luce nell' animo...
la musica m' illumina
il tuo consolar
sotto le stelle.
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Profilo Autore: Matteo Biagio Rizzo  

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                   Splendore nei miei occhi 
                   la mattina
                   quando guardo  la campagna
                    ..... mi lascio trasportare.


                   Potesse il cielo rendere
                   alla terra cio' che noi
                   con i nostri sospiri lasciamo volare a lui,
                   quando guardando la meraviglia di questo mondo
                   sentiamo la gioia chiudere la gola 
                   per paura che il nostro respiro dissolva questo amore.

 
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Profilo Autore: Eleonora  

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Se potessi suonerei un notturno
Se potessi suona con me un notturno
Se potessimo suoniamo
suoniamo suoniamo possiamo
possiamo possiamo 
cantare
cantare cantare

Se potessimo vibrare
suonando 
cantando danzando
in fusione armonica
Se potessi ...

                  Così
il notturno si compì in noi
dentro di noi, intorno a noi.
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Profilo Autore: Ambra PILTI  

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      Giuli era nato in un paesino dell’entroterra della Sicilia, in una famiglia di buona educazione civile e religiosa, ma, soprattutto, umana.
      L’economia della famiglia non era florida, ma la povertà era vissuta dalla famiglia medesima con molta dignità. Giuli aveva studiato e del contenuto dei libri e dell’educazione familiare ne fece i precetti della sua vita. Niente passava a lui inosservato, ma tutto con interesse veniva dallo stesso analizzato e poi elaborato, onde trovare qualcosa che desse qualche frutto, qualche idea per migliorare sé stesso o la collettività.
     Giuli fu sempre educato al bene, al rispetto del prossimo, a pensare al sacrificio dell’Uomo in croce, a guadagnarsi il pane quotidiano con mezzi leciti, a guardare la luna e non il dito che la indica, a parlare sottovoce, a lasciare spazio agli altri per potere esprimere il loro pensiero e poi trovare insieme il punto di convergenza migliore per risolvere i problemi della vita sociale.
     Tutto ciò che era in antitesi con quanto sopra scritto era sempre motivo di costruttiva disquisizione con l’interlocutore, il quale, avendo capito che nessun interesse personale vi era nelle parole e nei fatti di Giuli, magari dopo molte obiezioni si convinceva, dandone il consenso. Ma quel consenso era troppo effimero, durava poco e fino a quando l’altro, cioè l’interlocutore in questione, non incontrava altra persona, che nel suo dissertare taceva sulla parola sacrificio, che, purtroppo, inonda la vita dell’uomo dalla nascita al morire. Il sacrificio, se sentito e posto in essere in tutte le relazioni della vita umana, è il teorema che dimostra efficacemente che la pace sta ai popoli come il sacrificio sta ad ogni uomo.
     Giuli, infatti, intendeva il sacrificio come il presupposto necessario per raggiungere lo scopo in tutte le sue forme e situazioni poliedriche della vita umana. Giuli perché intendeva in tal modo il vivere dell’uomo per poter ritrovare la pace? Perché la sua esperienza di vita familiare, improntata su quanto sopra descritto in merito alla sua educazione al sacrificio ed a sapersi accontentare fece sortire una buona qualità di rapporti col prossimo.
     Giuli aveva ventiquattro anni, così pensò di conoscere una giovane donna, disposta al matrimonio. Così avvenne, ma la descrizione per adesso la tralascio per ricordare una parte delle vicissitudini del mio amico Giuli dall’infanzia alla vecchiaia.
      Il padre di Giuli, Francesco, era un impiegato d’ordine in una agenzia telegrafica, gestita dalla sorella, dipendente dalla direzione provinciale delle poste e telecomunicazioni. La quinta elementare, di cui era in possesso Francesco, allora era sufficiente per svolgere le mansioni, che gli erano state  assegnate in relazione alla sua qualifica; infatti, in quel tempo, la quinta elementare poteva paragonarsi ad una licenza media di qualche decina di anni fa conseguita bene e non come le lauree o diplomi o altra carta straccia, che hanno valore legale e che si conseguono da molti anni con espedienti che tutti conosciamo o alzandosi la gonna e scendendo le mutande o pagando o per raccomandazione, insomma prostituendosi in un modo o in un altro ai politicanti, ecclesiastici, professori ed ad altri delinquenti di turno.
      Francesco, ripeto, era un buon impiegato, rispettoso dell’orario di lavoro, cortese nei confronti degli utenti, preciso nel gestire la lira e i centesimi, che riceveva per la trasmissione dei telegrammi e che poi venivano spediti mensilmente alla Direzione provinciale; Francesco era una persona rispettata da tutti per il suo ottimo comportamento. Per molti anni svolse il suo lavoro e ne percepì gli onesti emolumenti mensili, che la sorella, capo dell’agenzia telegrafica, gli erogava.
     Un giorno pervenne all’agenzia una circolare da parte della Direzione provinciale delle Poste che invitava Francesco a presentare entro un certo tempo il titolo di studio di licenza media per poter passare nel ruolo degli impiegati delle Poste e telegrafi, poiché anche i telegrafi non dovevano più essere agenzie, gestite da privati e che, ove di tale titolo, Francesco, non fosse stato in possesso allo scadere della data descritta nella circolare, lo stesso sarebbe stato licenziato.
      Il brav’uomo ebbe questa notizia dalla sorella e, non essendo in possesso di quella carta straccia, cadde a terra, come dice Dante: “Come corpo morto cade”. Fu rianimato e poi alle 12,30 ritornò a casa, come un cane bastonato;  i suoi conoscenti che, salutandolo ogni giorno al suo passaggio in quella strada piena di botteghe artigiane, ricevevano con sorriso gioviale la risposta al loro saluto, si accorsero che quell’uomo in quel momento era spento e tra di loro, guardandosi con stupore, dicevano: “ Oj don Franciscu nun ie cchiù iddu”.
    Francesco, quando avvennero quei fatti, contava 52 anni. Arrivò a casa, voleva mostrarsi allegro, e, come di solito, baciò la moglie, che però immantinente si accorse, guardandolo negli occhi, che il marito aveva lo sguardo fisso e il corpo vacillante. – Siediti – gli disse con amore. Poi lo spinse a raccontare sul cambiamento del suo buon umore. Francesco non voleva dare alla moglie sì grande dolore e quindi taceva; ma la moglie gentilmente s’impose e Francesco a malincuore così rispose: “Non avrei mai voluto, Pina, darti una cattiva notizia per non farti rattristare, ma oggi devo, purtroppo, farti partecipe di quanto fra non molto dovrà accadere alla nostra famiglia e cosi cominciò a parlare, come Enea a Didone nel secondo libro dell’Eneide : “ Infandum, regina, iubes renovare dolorem”. Pina tacque e Francesco espose i tristi fatti.
    La donna, ascoltando la disavventura del marito, si pose vicino a lui e, carezzandogli il viso, lo rincuorava, dicendogli che il Signore non li avrebbe abbandonato e che avrebbe fatto trovare loro la strada per evitare il grave danno che avrebbe messo in ginocchio la famiglia, composta da Francesco, da Pina e dal figlio Giuli, che abitava e studiava fuori dal suo paese, in quanto il liceo classico, come tanti altri istituti scolastici, nel predetto paese non esisteva.
    Giuli, infatti, per un certo tempo non fu messo a conoscenza della  grave situazione, in cui si sarebbe trovata in breve tempo la sua famiglia.
    Durante le vacanze di Pasqua, come per le vacanze di Natale e quelle estive, a conclusione dell’anno scolastico, Giuli ritornava al suo paese e in quell’occasione gli fu riferito dalla madre quanto era successo al padre.
    Il ragazzo ebbe un momento di sgomento, ma senza far capire lo strazio, che attanagliava il suo cuore, con voce decisa e con animo risoluto, stringendo la madre delicatamente al suo petto, soggiunse: “ Non preoccuparti, mamma, mio padre resterà nel suo posto di lavoro, non sarà licenziato, perché io esporrò questo sopruso al preside del liceo e lo stesso sicuramente ci aiuterà”.       Così si espresse il figlio e quando ritornò il padre dal lavoro gli corse incontro e lo abbracciò forte senza proferire  parola alcuna; in quell’abbraccio c’erano tutti i sentimenti di gioia e di dolore che un figlio prova per il proprio padre e viceversa.
    Le vacanze pasquali volsero al termine e Giuli con tanto anelito ritornò al liceo. Un giorno con garbo chiese ad un suo professore se poteva fargli la cortesia di fissare un appuntamento col Preside al fine di poter parlare con lui; il docente, essendo il ragazzo stimato dagli insegnanti e dalla scolaresca, rispose subito che durante la ricreazione avrebbe chiesto al Preside un’ udienza per lui.
    Il Preside accettò subito di ascoltare il ragazzo e, pertanto, lo stesso fu chiamato in presidenza, dove fu accolto con tanto riguardo.
    Espose il ragazzo il suo cruccio e poi chiese aiuto a quell’uomo di cuore gentile, che,  indignato per sì grave angheria, sentì il dolore che attanagliava il ragazzo e immantinente si espresse così: ” Io farò tutto quello che posso, Giuli; un diploma di licenza media lo troverò e tuo padre non perderà il suo posto di lavoro. Nel millenovece… una Scuola media s’incendiò e tutti i documenti andarono perduti; quindi, esponendo quanto è successo a tuo padre, chiederò al Preside di quella Scuola il favore di poter rilasciare un titolo di studio di licenza media risalente a quell’anno”.
    Diede, Giuli, tutti i dati del padre; il Preside ne prese nota ed affettuosamente accompagnò il ragazzo alla porta. Giuli strinse la mano al Preside, ma il Preside lo abbracciò e gli disse che l’avrebbe chiamato presto per dargli la buona notizia.
    Giuli si congedò con tanta gioia e subito, tornato in classe, scrisse una lettera ai suoi genitori, preannunziando loro la bella notizia sul colloquio, avuto con il preside. Terminate le lezioni, Giuli uscì, comprò una busta e spedì subito la lettera.
    Dopo una ventina di giorni il Preside fece chiamare Giuli, che, entrato, dopo aver bussato alla porta della presidenza, trovò quell’uomo di buon cuore in piedi dietro la scrivania con una grande busta trattenuta col  pollice e con l’indice della sua mano destra, che sventolava come una bandiera e, soddisfatto, con gioia così esclamò: “Abbiamo vinto, ragazzo! Ha vinto tuo padre e la tua famiglia è salva”.
    Giuli non riuscì a rispondere, ma con tanta riconoscenza si avvicinò al suo benefattore e, guardandolo negli occhi, gli strinse forte la mano.
    In quella stretta di mano vi era l’immensa gratitudine che unisce gli uomini durante la vita e li rende amici per sempre. La gratitudine, infatti, è il parametro della grandezza umana.
    L’anno scolastico volse al termine e Giuli ritornò al suo paese e alla stessa stregua del Preside benefattore,  dopo aver riposto in un angolo della sua casa i bagagli, sventolò quella busta, saltellando allegramente. I genitori, che l’aspettavano, come sempre, per godere della presenza del figlio per un più lungo periodo di vacanza, capirono subito che il contenuto della busta era la loro salvezza e tutte e tre si strinsero l’uno all’altro, condividendo la triplice gioia.
    Francesco, il giorno dopo ritornò in ufficio e della grande gioia, che invase la sua famiglia, mise a conoscenza anche la sorella, di nome Filippina, donna devota al marito, di nome Lillì, pur essendo lo stesso un fannullone e un giocatore di carte, insomma un individuo poco affidabile, che lei teneva nel suo ufficio. Filippina in qualsiasi occasione era sempre d’accordo col marito, pur comportandosi male col fratello Francesco, quando lo stesso  prendeva le difese della sorella medesima. Lillì era un giocatore di carte e più che vincere, perdeva. Un giorno, avendo perduto tanto e non potendo pagare il vincitore, essendo la somma di denaro troppo alta, pensò di rifornirsi di denaro con un espediente. Infatti, essendo il periodo della raccolta delle olive, dopo la molitura delle stesse, vendette una parte dell’olio ricavato al frantoiano, trattenendone solo una quantità sufficiente, sopra la quale, dopo averla fatta versare nelle giare, in accordo col mezzadro, avrebbe aggiunto dell’acqua. Filippina, la moglie, si accorse in seguito del fatto e ne chiese spiegazione al marito, che subito incolpò il mezzadro, il quale per non perdere la mezzadria si fece carico dell’accaduto. Continuare la descrizione dei fatti postumi non vale a niente, perché dal predetto accenno viene fuori già il “personaggio” Lillì.
    Lillì, infatti, che non vedeva di buon occhio il cognato, ascoltò la notizia che lo stesso dava alla sorella e con ipocrita gioia si congratulò con Francesco, porgendogli la mano e dicendo: “Bravo Francesco, sei davvero fortunato, ma soprattutto in gamba”.
Francesco e la sorella si abbracciarono e Filippina sollecitò il fratello a portare subito il titolo di studio al direttore provinciale per gli adempimenti di sua competenza.
    L’indomani Francesco con l’autobus andò in provincia e si recò direttamente dal direttore, al quale, dopo averlo salutato con deferenza, espose il fatto, cioè che era in possesso del titolo richiesto per far parte del ruolo degli impiegati statali del Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni. Il direttore si complimentò con Francesco, anzi gli offrì un caffè, invitandolo al bar.
    Quel direttore era una persona per bene e mise subito a suo agio Francesco, dicendogli che appena la sorella andava in pensione fra pochi mesi lui avrebbe avuto la titolarità dell’ufficio. Francesco ringraziò sentitamente, com’era suo costume, il suo direttore e, salutandolo con un inchino, si avviò verso la porta per andarsene.
    Ritornò al suo paese con lo stesso mezzo e, arrivato a casa, gioiosamente abbracciò la moglie e il figlio, raccontando lo svolgimento dell’incontro col direttore.
    Pranzarono i tre, parlando poco tra di loro, ma, guardandosi, con gli occhi si trasmettevano il grande affetto che li univa.
    Alle tre del pomeriggio Francesco ritornò in ufficio; infatti, allora si andava in ufficio dalle 8,30 alle 12,30 e dalle 15,00 alle 19,00 e non vi era lavoro straordinario. Lì trovò, arrivati da poco, la sorella, il cognato e il fattorino, che sostava però in un’anticamera.
    Toltosi il cappotto e indossato un camice nero per non sporcarsi il vestito con inchiostro o altro, subito raccontò ai due  quanto già aveva esposto ai suoi familiari e al solito, dopo sorrisi e gioia, si mise immediatamente al lavoro.
    Dopo circa due mesi da quando fu consegnato il titolo di studio al direttore provinciale, la sorella di Francesco, che fra tre mesi circa sarebbe andata in pensione, ricevette per via telegrafica una comunicazione con la quale si chiedeva a Francesco di recarsi al più presto dal direttore provinciale.      La sorella informò il fratello e Francesco l’indomani mattina con l’autobus delle otto si recò dal direttore provinciale, il quale disse a Francesco di sedersi e di ascoltare: “ Lei, è stato sempre, come risulta dagli atti, un ottimo impiegato, ligio a tutti i doveri d’ufficio ed è veramente encomiabile tutto il suo operato, però oggi devo riferirle che lei potrebbe essere incriminato per avere presentato alla pubblica amministrazione un titolo di studio falso, unitamente a qualche altra persona, che ha rilasciato illegalmente il predetto titolo da lei mai conseguito, in quanto nella stessa data, riportata sul falso diploma di licenza media, lei conseguiva la licenza elementare e questo, a cuore aperto, non è stato notato da me né quando me lo ha presentato, né in seguito; il titolo, infatti, fu messo agli atti e basta, perché avevo tanta fiducia in lei ed ero felice che lei, ottimo impiegato, avrebbe diretto l’ufficio con diligenza. Però  una persona che le vuole male, anche se ha fatto bene a riferire in merito, si è presentata qui, chiedendomi di rivedere i documenti; questo è stato fatto e lei ormai ne è a conoscenza. Con immenso dispiacere le devo comunicare che lei per evitare un procedimento penale deve dimettersi ed io cestinerò quel titolo, ovvero, se dovesse decidere di restare in servizio, io la devo purtroppo denunciare, signor Francesco”.
    Così parlò quel direttore, ma, commosso per quanto era accaduto a quel padre di famiglia, aggiunse: “ Lei non aveva nessun bisogno di possedere il diploma di licenza media, perché la sua preparazione è equivalente. Penso, talvolta, che una carta straccia di titolo di studio di qualsiasi ordine e grado, che tanti conseguono illegalmente e poi da perfetti impreparati con la solita raccomandazione occupano anche posti di alto livello e di prestigio, rubando così lo stipendio, non dovrebbe avere corso legale e che solo il merito dovrebbe prevalere”.
    Quindi, stringendo la mano a Francesco, il direttore gli diede anche un caloroso abbraccio, mentre Francesco rispose con un fil di voce e col cuore a pezzi: “ Signor direttore, domani riceverà le mie dimissioni. Le sono grato per quello che ha fatto e la ossequio cordialmente”.
    Francesco, infatti, per disavventure familiari aveva conseguito la licenza elementare all’età di tredici anni, proprio nell’anno in cui s’incendiò quella Scuola media, che aveva rilasciato quel diploma di licenza media. In siciliano si dice: “Quannu la sorti nun ti dici, iettati ’nterra e cugli vavaluci”.
    Ritornò a casa Francesco, ma da uomo forte davanti alla moglie non pianse la sua triste sorte e    raccontò la disgrazia che gli era successa, perché non era possibile nasconderla, e subito dopo, nel pomeriggio, informò dell’accaduto anche la sorella, che rimase stupita, ma stranamente non si turbò tanto; invece, il marito della sorella, Lillì, fece finta di essere costernato tanto, da portarsi le mani agli occhi, come chi piange per disperazione, e in relazione al triste evento esternava ipocritamente sentimenti e parole di conforto verso il cognato. Era stato lui, infatti, Lillì, il cognato di Francesco, la persona che lo voleva male, a cui aveva fatto riferimento il direttore provinciale durante il colloquio, ma Francesco non lo seppe mai.
    Giuli ne venne a conoscenza dopo qualche anno, per caso, in un periodo di tempo, in cui la sorella del padre, molto malata e già in pensione, avendo saputo che era stato suo marito ad informare il direttore, per togliersi quel senso di colpa che le pesava tanto, confidò al nipote la brutta azione commessa da Lillì, pregandolo di non riferire niente al padre, che sicuramente, se ne fosse venuto a conoscenza, anche se brav’uomo, avrebbe ucciso il cognato.
    Scrisse le sue dimissioni Francesco e, ripeto, da vero uomo forte dignitosamente le consegnò alla sorella, suo capo, e la pregò di inviarle al direttore provinciale. Si chiuse così quel triste capitolo della vita di Francesco. Tutto era perduto.
    Era l’anno 1960 e Francesco all’età di cinquantadue anni si trovò senza lavoro e senza guadagno, ma, avendo un appezzamento di terreno dove insisteva anche una piccola casa rurale non lontano dal paese, si mise a seminare verdure, ad allevare galline e qualche pecora e dopo qualche tempo iniziò a raccogliere i frutti del suo lavoro e così riusciva a nutrire poveramente, ma dignitosamente la famiglia.
    Anche la moglie diede non solo tanto conforto al marito, ma anche, essendoci un forno nella predetta casa rurale, impastava il pane e, infornandolo e poi sfornandolo, nella piccola casa si diffondeva il caratteristico profumo.
    La Provvidenza non aveva del tutto abbandonato quella famiglia; infatti, poiché Giuli studiava e le risorse economiche di Francesco, suo padre, stavano per esaurirsi, venne in suo aiuto una donna, che per ciò che fece e per quel che disse, fu terrena sol perché visse e questi fu la sorella della madre di Giuli.
    Non è necessario descrivere la zia di Giuli, perché ritengo che alle poche righe, già testé scritte sopra, non è necessario aggiungere altro, avendo focalizzato la soave donna nel suo sublime e virtuoso comportamento nei confronti del prossimo.
    Oltre agli insegnamenti della madre e del padre, Giuli fece sua anche la dottrina della zia e i suoi comportamenti nella vita sociale dallo stesso furono tali, da non essere mai nocivi agli altri, ma soprattutto favorevoli ai deboli.
    Su gli ottimi comportamenti del mio amico Giuli riferirò durante la narrazione. Sostentato dalla zia, Giuli, portò a termine i suoi studi e subito dopo iniziò a sostenere concorsi nelle varie amministrazioni dello Stato. Partecipò a tredici concorsi sin dall’età di diciannove anni ed ebbe una valutazione degli scritti da otto a nove e mezzo su dieci, ma agli orali, pur presentando in più, oltre alle materie obbligatorie, anche facoltativamente una lingua straniera, e pur preparato nelle singole discipline, non avendo mai cercato espedienti disonesti attraverso disoneste persone appartenenti ad istituzioni politiche, ecclesiastiche et cetera, veniva scartato con un voto inferiore al sei su dieci o di poco superiore, in modo di non essere alcune volte inserito in graduatoria ed altre volte inserito con un voto basso, restando quindi sempre tra gli idonei.
    Con le pive nel sacco e senza soldi ritornava col solito treno al suo paese, portando con sé l’amarezza più profonda, pensando che, dopo aver tanto studiato e dopo aver speso inutilmente il denaro per recarsi a Roma sia per gli scritti che per gli orali, tutto era perduto a causa di commissioni di esame truccate e corrotte. 
    Comunque, dopo dodici anni di inutili attese, nell’ultimo concorso, espletato in una delle pubbliche amministrazioni dello Stato italiano, al solito rimase tra gli idonei, ma, poiché vi era interesse da parte di più politicanti nei confronti dei loro raccomandati, fu aumentato il numero dei posti della graduatoria e finalmente, dopo tanta attesa, Giuli, fu dichiarato vincitore e, quindi, assunto alle dipendenze della predetta amministrazione pubblica.
    Aveva compiuto trentuno anni ed era già sposato da sei anni con a carico i primi tre figli. In relazione al suo matrimonio è da notare come la sorte avversa volle che ci fossero sempre difficoltà anche questa volta; ebbe, infatti, una falsa gioia, poiché i due fidanzati ebbero, come si dice, a fuggire ed  essendo due fuggitivi, cioè avevano fatto la cosiddetta “fuitina” in dialetto siciliano, un prete ignorante, indegno della parola del Creatore, diede il suo colpo di “grazia” o meglio di disgrazia: li sposò davanti ad un altare secondario, dicendo che due fidanzati “fuggitivi” non potevano essere degni di essere sposati davanti all’altare principale di una chiesa.
    Il lettore capisce bene che razza di “sacerdoti” affollano da molti secoli la cosiddetta chiesa cattolica, di cui non dico altro, essendo palese a tutto il mondo il suo operato a tutt’oggi 23 febbraio 2013.  
    Giuli, ad onore del vero, aveva, come si suole dire, “rispettato” la moglie fino al matrimonio. Comunque i due sposi misero al mondo quattro figli, che educarono, impartendo lezioni di vita con parole ed esempi; soprattutto,  la sua amabile consorte, Stella Maris, stella del mare, che, oltre ad essere un’ottima insegnante, stimata per trentacinque anni dagli alunni, dai genitori degli stessi e dai colleghi, fu sostanzialmente, come per i naviganti, la stella polare per tutta la famiglia. Giuli non trasse mai benefici personali dal piccolo potere che aveva, svolgendo le sue funzioni alle dipendenze dello Stato; infatti, i figli dopo avere studiato cercarono e trovarono il loro posto di lavoro, non inchinandosi a nessuno, migrando entro e fuori dall’Italia. 
    Durante tutto quel periodo, in cui partecipava ai sopra citati concorsi, Giuli, si adoperava per trovare lavoro comunque, espletando qualsiasi lavoro come bracciante agricolo alle dipendenze dell’ispettorato forestale con le mansioni di acquaiolo, come operaio in una fabbrica di materie plastiche, come emigrato in Germania per il tramite dell’Ufficio Provinciale del Lavoro e qui capì perfettamente come funzionava il servizio emigrazione. Infatti, partito dalla Sicilia ed arrivato al Centro di Emigrazione di Verona, dove era operante la Commissione tedesca che, dopo un’accurata visita medica, decideva se il soggetto poteva firmare uno dei contratti di lavoro bilingue, depositato lì da tanti datori di lavoro tedeschi. Il contratto era perfetto nella forma e nella sostanza, ma di fatto quando ci si recava sia sul posto di lavoro che nella casa di abitazione, sia il lavoro sia la casa non rispondevano per niente ai requisiti contenuti nel predetto contratto. Ma i lavoratori, che partivano da disperati, accettavano qualsiasi situazione pur di potersi guadagnare quel pezzo di pane che la loro patria non dava loro a causa della disonesta amministrazione della cosa pubblica.
    Giuli non sopportava quella situazione indegna e, pertanto, si recò al Consolato italiano in Germania per chiedere di intervenire in relazione alla mancata applicazione del contratto di lavoro nei punti sopra descritti. Ma il Consolato italiano in Germania era un’istituzione di facciata, che di fatto valeva quanto il due di coppe quando non ha valore di briscola, perché non si adoperò, né intervenne affatto affinché quel contratto fosse rispettato dal datore di lavoro tedesco. Vista l’assenza dell’istituzione italiana, Giuli si rivolse subito all’Arbeitsamt, che è l’Ufficio del Lavoro tedesco, e, essendoci lì un impiegato che parlava la lingua francese, espose nella stessa lingua, che conosceva, le rimostranze in riferimento alla mancata applicazione del suo contratto di lavoro firmato a Verona.
    Il funzionario ne prese atto e rispose che alle ore 18,00 di quello stesso giorno sarebbe intervenuto per i relativi atti di sua competenza. Alla predetta ora il funzionario si presentò puntualmente presso l’indirizzo dov’era ubicata la casa inagibile, avendo prima visitato la fabbrica di profilati di zinco, e resosi conto delle divergenze contrattuali, chiamò immediatamente il datore di lavoro, intimandogli di provvedere all’applicazione del contratto di lavoro entro e non oltre quindici giorni dalla data della sua visita ispettiva.
    Quel datore di lavoro si adoperò per trovare altra abitazione, ma non riuscì; quindi, chiamati gli operai, inquilini della predetta casa, disse loro che avrebbe provveduto, ma aveva bisogno di più tempo. Pertanto, chi non accettava quella provvisoria situazione poteva recedere dal contratto ed avrebbe avuto anche le indennità previste per la mancata applicazione contrattuale.
    Molti restarono, accettando quella situazione; Giuli, invece, prese subito tutte le spettanze e ripartì per la Sicilia, ricordando sul treno che lo riportava a casa qualche episodio avvenuto quando si recava in Germania.
    Il primo: sul treno a Napoli salì un uomo dell’apparente età di quarant’ anni, tarchiato ed apparentemente allegro, che, entrato nello scompartimento, dopo aver situato il suo grande scatolo di cartone nell’apposito contenitore e dopo essersi seduto, rivolse la parola a Giuli e gli chiese se anche lui emigrava. Giuli assentì. Così i due sventurati parlarono di ciò che li spingeva a lasciare la famiglia e gli affetti che sono gli interessi e i valori più sentiti da chi ha una sensibilità umana. Ad un tratto quell’uomo, che Giuli chiamò Pompetta per la sua conformazione fisica, ma di alta sensibilità, chiese a Giuli di uscire fuori dallo scompartimento e di andare in corridoio. Così fecero e lì Pompetta con le lacrime agli occhi raccontò i suoi affanni e le sue difficoltà, in cui versava la sua famiglia a causa della sua forzata disoccupazione. Tanto parlò Pompetta e Giuli attentamente ascoltò la triste storia e i crucci di quell’infelice, a cui si sentiva fratello; ma, pur col pianto in cuore e non agli occhi, Giuli rincuorava quell’uomo, che non riuscì a sopportare il dolore del distacco dalla famiglia e quindi appena arrivato alla stazione di Bologna disperatamente prese il suo scatolo di cartone e subito, salutando frettolosamente Giuli con un abbraccio, scese dal treno per riprenderne un altro che l’avrebbe riportato a Napoli. “Addio, Pompetta!”.  Esclamò, molto commosso, Giuli.
    Vi sono tanti Pompetta al mondo; infatti, l’uomo prima è uomo con la sua humanitas e con la sensibilità e poi è altro.
     Il secondo episodio fu quello di un altro emigrato, che Giuli trovò nella casa antigienica, descritta nel contratto di lavoro, e precisamente nella  piccola stanza per quattro persone, dove il suo letto era situato quasi dietro la porta della latrina. L’uomo era brutto: aveva il viso smunto e il corpo asciutto tanto, da sembrare il rappresentante della morte e, proprio per restare in argomento, al suo paese, Tartaglia, così lo chiamavano, svolgeva per brevi periodi anche il lavoro di becchino. Lui era ladro, non si sa se per bisogno o per vocazione, ma rubava qualsiasi cosa ed a chiunque appena voltava le spalle. Lui era un individuo senza scrupoli; infatti, derubava chiunque, anche  un morto di fame, dicendo che più morto di fame di lui vi era solo chi era al cimitero ed altre brutte cose, che qui non descrivo, degne di chi nella vita non ha mai avuto la fortuna d’incontrare un ascoltatore interessato a migliorare l’altro. Era di sabato ed anche la domenica Giuli e Tartaglia uscirono insieme. Durante quei due giorni Giuli ascoltò Tartaglia e poi lo sollecitò ad ascoltarlo, ricevendo, dopo un lungo dialogo, a sorpresa, da quel becchino la gioia di una immediata risposta categorica:  “Seguirò il tuo consiglio, amico. Tu hai rimosso in pochi giorni ciò che da tanti anni avevo di marcio nella mia mente ”.
    Ritornò in Sicilia Giuli, ma sarebbe potuto restare in Germania, in quanto allora vi era veramente tanta possibilità di lavoro. Il motivo saliente che lo spinse però a lasciare la Germania fu lo stesso che spinse quel Pompetta, perché anche Giuli aveva lasciato al suo paese la moglie e i figli, nonché altre tre persone, che immensamente voleva bene: il padre, la madre e la zia, già sopra menzionata.
    Ritornato in Sicilia, Giuli, trovò un posto di lavoro precario presso un ufficio giudiziario e poi le sue esperienze si estesero anche nel campo assicurativo. Esperienze che lo fecero crescere tanto, da applicare le stesse poi, quando si trovò a dirigere vari uffici della pubblica Amministrazione da cui dipendeva.
    Per la sua preparazione e per la sua intelligenza comportamentale fu stimato dai colleghi e da tutti gli utenti con cui veniva a contatto.
    Giuli sentì forte il problema dei giovani disoccupati e, poiché tutti i politicanti dei vari partiti si sciacquavano la bocca contro la disoccupazione, che per loro è un altro piedistallo di false promesse su cui si ergono, ideò poco dopo sposato il partito dei disoccupati che ebbe un vessillo, dov’era scritto: “Riscossa disoccupati. Svegliati!”, che un pittore barrese realizzò, ma il predetto partito non ebbe fortuna: visse, come si dice, da Natale a Santo Stefano.
    Si allontanò dai politicanti, Giuli, avendo capito quali erano i loro interessi verso il popolo, ma non dalla politica, intesa in senso classico, e quindi attraverso tutte le attività lavorative, sopra citate, mise in atto quanto poteva disporre di umano nei confronti di coloro con i quali veniva a contatto quotidianamente.
    Durante tutta la sua attività lavorativa fu vessato in maniera straordinaria per non essersi sottomesso ai vari poteri abietti, ma solo alle leggi, talvolta inique e farraginose. Giuli, pose l'essere umano come valore ed interesse centrale, nel senso che niente è al di sopra dell'essere umano e nessun essere umano è al di sopra di un altro. Sentì di affermare l'uguaglianza di tutti gli esseri umani, riconoscendo la diversità personale e culturale e condannando la discriminazione, causata da differenze economiche, razziali, etniche o culturali. Giuli sosteneva che la libertà di idee e credenze si poteva acquisire con lo sviluppo delle conoscenze al di là dei limiti imposti da pregiudizi accettati come verità assolute ed immutabili, ripudiando la violenza in tutte le sue forme. Io condivisi  il suo pensiero durante tutte le nostre costruttive conversazioni.
    Un giorno, però, una malattia gastroenterica, la colite ulcerosa, colpì Giuli all’età di quarant’anni e, pur tra tante difficoltà che la predetta malattia gli cagionava, svolse sempre con tenacia e zelo il suo lavoro.
    Dopo ventuno anni di servizio la brutta malattia gli impedì di continuare a lavorare e, pertanto, non sfruttando minimamente gli istituti previsti per gli impiegati civili dello Stato, si dimise e, non riuscendo più a fare vita sociale, ebbe inizio il suo decadimento, in quanto solo i rapporti umani, la comunicazione con gli altri et cetera aiutano l’uomo a vivere ed a far vivere; da qui la sua agonia.
    Così volle il Destino, che sovrastò la vita del mio amico Giuli dalla nascita alla vecchiaia. Giuli si opponeva  agli eventi, ma ubi maior, minor cessat, di fronte al più forte il debole si fa da parte. Pur avendo la consapevolezza di non potere arginare in nessun modo le offese del destino, avendo subito anche due infarti, Giuli combatteva con lena e perseveranza, intuendo, purtroppo, che era una battaglia perduta.
    E’ essenziale comunque per l’uomo non curvarsi alla rassegnazione e cercare un atteggiamento spirituale, che contrasti, pur in minima parte, ne sono certo, la veemenza del destino. La vita per quanto arida e dolorosa sia, a mio parere, non è del tutto vano viverla, perché dà all’uomo la consolazione degli affetti e l’immaginazione.
    Giuli, in relazione alle disavventure familiari e personali entro e fuori le mura domestiche, infatti, sebbene tentato, non scelse mai di commettere atti insani come soluzione, ma trovò la forza per continuare a vivere e ad alleviare le sue sofferenze nell’arte del poetare e nella meditazione, dalle quali trasse soddisfazioni profonde ed i soli momenti d’oblio dei suoi tormenti, dando a sé stesso prova di altezza morale ed onestà intellettuale, dando mano e soccorso per alleviare nel miglior modo la propria e l’altrui fatica della vita.
     La vita è intrisa di sofferenza e di dolore, ma la poesia può trasmettere la dolcezza di un ricordo passato, non importa se triste o felice. La poetica del ricordo permette di dilatare tempi e spazi nel passato; la poesia, infatti, è un farmaco per il poeta ed a volte anche per il suo lettore.              
     L’atteggiamento spirituale e sentimentale di Giuli durante tutto il tempo della sua vita fu di vicinanza affettiva a paesaggi ed a luoghi vissuti ed immaginati, ma anche alle proprie vicende ed a quelle degli altri.
     Io, che, da modesto scrittore, ho narrato la triste storia del mio amico Giuli, mi sento molto vicino ai personaggi, che hanno impregnato di emozioni la mia anima, calamaio della mia penna. 

  
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Profilo Autore: Gino Ragusa Di Romano  

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