“si, pronto “
“oi Kal che fai ora?”
“niente, facciamo un caffè? “
“ti ho chiamato per questo.” 
“dai, a fra poco”.
Pochi minuti e ci trovammo nella cucina del collegio a chiacchierare, mentre lento e borbottante saliva il caffè. 
Spesso ci si ritrovava li, e nell’ultimo periodo in particolare eravamo più incoraggiati ad andarci, chè una ragazza, molto affascinante e carina che abitava li, s’affacciava a prendersi un caffè con noi. Ovviamente essendosi Buch fidanzato da un po’ con Fra, ero io ad interessarmi ad Elena, così si chiamava, e abbarbagliavo Buch ogni pomeriggio per prenderci il caffè con lei almeno finché io stesso non sarei riuscito ad ottenere più confidenza. Perciò eravamo li anche quel pomeriggio, l’ambiente era calmo, fuori soffiava il vento e il cielo era grigio come il pavimento della cucina e pareva di essere avvolti da nebbiolina piatta, oltretutto, regnava il silenzio. Non una voce. Dopo un po’, il caffè era pronto, le sigarette rollate, e lei, così stupenda entrò. I suoi capelli tinti di nero d’ossa, come neve candida calavano valanga sulle sue spalle femminine ma resistenti. E i suoi occhi s’illuminavano ad intermittenza, come alcune stelle del cielo nella notte di San Silvestro. Poi, sinceramente, non ricordo altro. La mia mente se il mio cuore batte troppo non riesce a memorizzare i tratti. E in quel caso batteva abbastanza. Quando entrò feci finta di nulla. Per un secondo, poi pacato salutai 
“ciao Elena”
Poi Buch ripetè anch’esso, poi lei di risposta
“ciao ragazzi” con un sorriso stanco, ma dalla forma bella come la luna dopo il plenilunio. Ci mettemmo a parlare, parlava d’arte mentre i suoi soliti occhi danzavano, talvolta sulle mie pupille e talvolta su quelle di Buch. Parlava di Pollock e Salle di Kubin e Schiele, stava studiando le avanguardie e tutto il ‘900
“un periodo d’oro!” ripeteva distendendo le labbra e aggrottando le sopracciglia. Stavo anch’io studiando le avanguardie ed era piacevole ascoltarla. Ero perso nel suo viso, quasi non parlavo, quasi sudavo, ma nulla traspariva ne dai miei occhi ne dalla mia gestualità, tutto andava bene. Di lì a poco ci salutammo, augurandoci, tutti a vicenda, buono studio, buon pomeriggio e buona sera. Lei, quindi, se ne stava andando con i suoi capelli lisci verso la porta. La apre. Fa per uscire . Ed io, preso da un impeto d’orgoglio e formicolio di stomaco, la fermai.
“ELENA!” 
E si fermò, e girandosi sorrise, e si, ancora una volta. Ed io, ancora una volta, perso nel suo sguardo, in quell’attimo spento che quasi tremavo le dissi 
-Mi daresti il tuo numero? - 
e poi, prendendo brevemente fiato
– magari domani ci sentiamo per prendere il caffè- 
Me lo dette e salutando se ne andò. Da quel momento un po’ per paura, un po’ per orgoglio non la chiamai mai. E lei, non s’affacciò più per il caffè; Un po’ per orgoglio, un po’ per amor proprio. Non s’affacciò più per il caffè
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Profilo Autore: Kahl  

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Stanco in mia giunta inevitabil vecchiezza, siedo sul mio usato e morbido scanno,

sotto il mio umile, ma decoroso tetto a ponente rivolto, là dove muore il sole;

e posando lo sguardo sulle vecchie e devote fronde a me di fronte e allo zefiro frementi,

sono spettator attento e malinconico dell’irrefrenabil fuggir del tempo.

Di molti eventi del passato tempo queste arboree ombre ora mi parlano,

quando la mia vita ancor mi sorrideva e m’illudeva di mille cose,

e m’incantava con le sue lusinghe vaghe, che m’allietavano il cuor.

Questi arborei monumenti mi rimembrano anche i giorni più tristi, gli affanni,

gl’inganni estremi; le grandi tragedie vissute, che ancor soffrire mi fan; e mesto.

Hai! Quanto possono essere amare le ricordanze e quanto acerbo il fiele.

Lo stormir del vento in questa verde famiglia fa volare il suono, che dolce m’arriva,

come un canto d’amara dolcezza, che udii tanti anni fa quand’ero bambino;

sento la voce del mio caro e buon padre; quella dell’adorata madre e della soave zia materna

con i quali convivevo; odo il loro riso frequente; le dolci raccomandazioni quando m’assentavo;

la loro gioia d’avermi vicino; la buona notte e il gioioso risveglio……E scomparvero.

E’ forse solo un sogno il passato tempo? È un’illusione la loro passata esistenza?

E la mia profonda solitudine? Vagheggio la loro fuggita presenza?

Tutto è confuso nella mente mia, ma le fronde amiche ed immobili non mentono;

rimembrano e ripetono tutto il fuggito tempo, anche se la mia ragion s’invola.

Siedono sempre custodi del mio continuo divenire, là nel morbido tappeto erboso,

e dall’infuriar dè nembi e dai cocenti rai estivi mi fanno schermo,

giovandomi di freschezza, consolazione e dolci effluvi, l’aere impregnando.

La sera, quando il sol rosseggia ad occidente, mi par d’intraveder i loro dolci volti,

avvolti in roseo velo e appena significanti, che mi fan sospirar.

M’assopisco pensando al perché dell’esistenza umana e dell’altre specie vive.

Perché tanti dolor e a qual ultimo scopo tende la nostra fugace vita?

Forse una divinità suprema e clemente accoglierà il nostro spirito in un remoto e dolce albergo

pieno di luce, di musica soave, di pace e serenità come ardentemente bramo;

o forse un orrido abisso ci avvolgerà e c’inghiottirà per l’eternità.

Così meco ragiono, finché il sonno m’avvolge e il tutto oblìo.

Al mio risveglio è buio e tutte le forme sono ombre vaghe che percepisco appena;

le fronde parlano ancora quando il vento appena le sfiora, ma il loro canto è indistinto e tenue.

I monumentali pini sono un pio albergo per le aeree specie che, silenziose, attendono il nuovo sole;

poi tutto sprofonda nell’oscurità della notte e solo le pie stelle tremano lassù nell’infinito.

Esse rappresentano l’anime dei nostri avi, che dall’oscura volta rallegrano la nostra esistenza.

Forse morendo diventeremo stelle e, clementi, l’umana specie consoleremo. 
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Profilo Autore: Luigi  

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Vivo solo per te
Sei il mio respiro
Il mio unico 
Grande Amore
Passerò a scrivere ogni giorno
dei nostri ricordi ed emozioni
dove abbiamo vissuto da bambini
nella nostra città 
Eravamo legati da un filo rosso fin dalla nascita
così vicini e poi il tempo fu nostro
Ti porto con me nel mio mondo
Felicità e  Amore
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Profilo Autore: Eleonora Carullo  

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A capo chino, ma senza piegarmi troppo, comincio ad entrare nell'antro dei miei desideri. È un posto bellissimo, pieno di colori e al mio tocco, tutto suona e si illumina. Mi lascio sollevare dal respiro di leggiadre ballerine e dal ticchettio di orologi e carillon. Nel mondo che vorrei, ritrovo i personaggi delle mie favole, come ad esempio la bellissima Biancaneve, che ama tanto il suo principe azzurro e vive con lui perennemente felice e contenta. C'é anche Pinocchio con la fata turchina! Quante volte, da bambina, dopo aver detto una bugia, mi toccavo il naso, temendo che mi crescesse per davvero e quando smettevo di dire bugie, perdevo anche un po' di fantasia. Persino Peter Pan é cresciuto e assieme a lui sono svaniti tutti i miei sogni e un'isola che non c'é, ma che vorrei tanto ritrovare. Ora ho solo voglia di rientrare nel piccolo mondo, per cercare la mia bimba smarrita. Voglio appisolarmi con lei sotto un fungo, aspettando che mi sveglino gli gnomi e se smarrisco la bussola, mi lascio guidare dall'istinto. Desidero addentrarmi lentamente spero di non dovermi riflettere in specchi deformanti o vedermi costretta a combattere con draghi dalle narici infuocate. Ho necessità di ampliare i miei orizzonti e voglio affrontare i miei limiti e polverizzare i miei fantasmi. Spero solo di essere all'altezza. Non so ancora bene, quale statura voglio raggiungere. Comincio con l'arrampicarmi sui muri, sulle montagne e anche sugli specchi. Ho tanta voglia di sfidare l'impossibile! Il pensiero vola ed insieme ad esso, anch'io comincio a planare. Indosso ali piumate, perché sono tinte d'azzurro come il cielo e io, di celeste voglio vivere. Non mi muovo, ma i miei pensieri si, ed io li seguo. Disegno cerchi nell'aria con nastri d'argento e ballo tra le nuvole, cingendomi di seta. Mi materializzo ovunque. La mia ubiquità mi consente di essere dappertutto ed io mi ritrovo contemporaneamente in templi buddisti e ai piedi delle piramidi egizie. Quando miei doppi, si sbizzarriscono e divengono occhi di fuoco, io vedo oltre. Giungo sulla cima di un monte e provo a vedere giù per capire se posso volare e per quanto tempo. Come Icaro, mi munisco di ali posticce, atterro sui fiumi o prati e su tutto quello che mi affascina. Il mio desiderio non é quello di guardare dall'alto verso il basso per un senso di superioritá, ma é solo voglia di ampliare la mie prospettive. Poter guardare giù, come fanno gli uccelli é  meraviglioso. È come se dal paradiso, si potesse guardare oltre le nuvole, nelle case e finanche nelle persone. Piccole formichine affannate e laboriose, appaiono gli uomini, se li guardi da un'altra prospettiva. È una visuale più ampia. Sei infinitamente felice quando voli. Se tutti avessimo le ali, saremmo costretti a guardare su, giù e tutto ci apparirebbe ampio, enorme e non si smetterebbe mai di guardare. Io nel frattempo, continuo a smarrirmi nel mio piccolo mondo, sperando di ritrovare tutto ciò che col tempo ho perso...


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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Tu germoglio ed io serra madre. Ti espandi nel tuo provvisorio nido e manine, piedini e genitali, cominciano ad assumere forme dai contorni ben definiti. Ti nutri di me. Pensi, cammini, ridi con me e piangi le mie lacrime. Ammiriamo con emozione albe e tramonti e ci piace l'odore del pane appena sfornato. Adoriamo tutto ciò che è caldo. A volte ci avvolgiamo infreddoliti in enormi coperte metaforiche, dando vita ad immense e soleggiate distese di verde. Voliamo su campi fioriti e enormi girasoli volgendo lo sguardo verso di noi ci sorridono compiaciuti. Corriamo gioiosi fra caprioli, gazzelle, fino a cadere stremati su biondi giacigli di paglia che ci avvolgono in morbidi abbracci. Divoriamo tanti dolci che ci fanno prendere peso, ma a noi non importa perchè dopo un'abbuffata siamo più contenti. Durante questo meraviglioso viaggio condividiamo sentimenti, paure, ansie, emozioni. Siamo una bella coppia noi due. Questo stato di grazia di cui la natura mi ha fatto dono, ha amplificato le mie percezioni. Nulla è come prima. Sorrido, piango e sento sapori e odori mai avvertiti in precedenza. Questi sensi risvegliati dal torpore, si palesano sprigionando sensazioni sopite e mi sento sproporzionatamente sensibile, attenta e primitivamente coinvolta in un turbine di struggenti emozioni. La maternità ci rende persone migliori perché ci completa. Alcune donne poco coraggiose abbandonano i propri figli. Non puoi staccarti un arto e buttarlo nel pattume. Non è naturale. Noi due ci siamo e rimarremo uniti sempre. La gente ci sorride, ci fa sentire importanti. Siamo coccolati e quando ci guardano con tenerezza, noi siamo felici e ci sentiamo unici e invincibili. Oggi ti hanno fotografato e mi hanno detto che sei un maschietto. Che strana sensazione avere dentro di sè un corpicino col sesso diverso dal tuo. Le donne per natura sono abili a ricevere e contenere. Il pene ti penetra e tu gentilmente accogli i suoi semi che lasci germogliare dentro di te, avendo cura di custodire al meglio ciò che ti è stato donato. Che meraviglia la natura. Tu, da semplice virgulto quale eri, ora sei divenuto frutto e vita. Il tempo passa e ti espandi a dismisura. Non posso più contenerti. Sono pronta per accoglierti. Il latte è caldo. Ti aspetto. Ho paura e penso che anche tu ne abbia. Ora che dobbiamo separarci mi sento vulnerabile e provo un'infinità di emozioni contrastanti. Sento tanto dolore. Una mano mi penetra e fruga nel mio ventre. Rabbia, paura e poi un vagito, un pianto, tante risate, sorrisi, felicità e lacrime. Non sei più in me, ma fuori di me, sopra di me. Sei caldo, impaurito e incredibilmente piccolo. La luce abbagliante a cui non eri abituato, ti sta accecando e non sai nemmeno dove ti trovi, né perché. Piangi. Hai freddo e fame. Fra un po' ti nutrirai ancora di me. Sapientemente dovrai attaccarti al seno e surgere per saziarti. E' una sensazione nuova, ma appagante. Sei un piccolo guerriero che appena nato riesce a guadagnarsi il cibo con le proprie forze. Ciao combattente. Sei giunto al termine del viaggio più importante della tua vita. Impararerai a camminare, a parlare, a scrivere, leggere. Io ti accompagnerò durante il tuo cammino e ti sarò vicino. Asciugherò le tue lacrime e ascolterò le tue paure. Sarò tua compagna e consigliera . Se saprai e vorrai ascoltarmi ti insegnerò ciò che ho imparato. Alcune scelte dovrai farle da solo e dai tuoi errori imparerai. Ti farò da guida e ti insegnerò a guardare, ragionare, scegliere. Poi ti lascerò solo e tu rammenterai tutto ciò che hai appuntato nella tua memoria, attingendo nozioni dal diario della vita che insieme abbiamo scritto. Percorrerai viali alberati, strade buie, sentieri illuminati. Vincerai medaglie e assaporerai sconfitte. Cammina sempre con fiducia. Volgi lo sguardo verso l'alba, ma non abbatterti mai al tramontare del sole. Non vergognarti del tuo pianto, ma abbi compassione per chi vuole pietrificarti il cuore. Costruisci dighe per arginare straripamenti, attraversa fiumi e impara a remare. Leccati le ferite senza compiacertene troppo e cammina. Vai avanti e non fermarti mai. Assapora la vita che ti ho donato e fallo con amore, fiducia e coraggio. Cadi e rialzati. Fermati per riposare e poi continua a viaggiare. Quando sarai stanco di camminare, dispiega le ali e vola.

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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Non cercavo amore, affetti o altro. Viaggiavo per le vie del mondo come uno che non vuol sentire, né vedere. Volevo trascorrere il mio tempo nell’effimero, godendo solo di quel che il mondo offriva. Ma non è possibile che l’uomo non cerchi niente. Da quando è nato, l’esplorazione, la ricerca e quindi l’acquisizione sono state le sue prime iniziative. Probabilmente anch’io mi sono assoggettato a queste prerogative, solo che non mi piaceva riconoscerlo e mi rifugiavo nel mio mondo, pieno di ricordi e di favole. Un sognatore…distaccato. Non che mi dispiacesse…anzi ! Mi potevo trasformare al bisogno nell’uomo duro, fascinoso, gioviale, divertente a secondo delle esigenze che mi si proponevano. Pensai addirittura di amarmi da solo e non solo perché il cuore aveva smesso di battere o avesse deciso di farlo, quando, memore di antiche delusioni, aveva smesso di credere in se stesso. Per questo non mi ero accorto di lei, non in modo determinante. E invece avrei dovuto capire tutto dalle sue parole, dai messaggi “subliminali” che mi mandava mascherati da scherzi, frizzi e lazzi, ma che andavano dritti al centro del bersaglio, mentre io, credevo di menare la danza in un gioco in cui  ero perdente prima di cominciarlo. Aveva deciso tutto lei e, con grande intelligenza, aspettava la mia presa di coscienza. Non forzò nulla, lasciò che tutto avvenisse naturalmente, perché doveva avvenire ! Per fortuna caddi nella sua trappola e ripresi quel vigore dei primi anni della mia gioventù ed ora sogno ad occhi aperti, senza nevrosi, senza doveri, senza ossessioni, di essere me stesso, realmente io. Lei, ora e qui e mi guarda divertita, quasi aspetti una risposta alle precise domande che i suoi occhi mi pongono. Le dirò che ha rigenerato un cuore arido, che mi ha recuperato dal limbo dove mi  ero nascosto, le dirò…le dirò semplicemente : Scusa, tesoro, avevo il cuore altrove !
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Profilo Autore: Bronson  

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Il sig. Smith un uomo di mezza età, un attore, un comico, faceva ridere tutta la sua cittadina. Faceva ridere chiunque incontrava. Gli amici e i parenti adoravano il suo modo di fare buffo e le sue battute.
Portava sempre con sé la sua valigetta rossa, una valigia ormai logora, fatta di cartone e chiusa tramite un grande elastico. Dentro di essa c’era il mondo! C’erano i costumi di scena, i suoi mille copioni, le foto della sua figlia adorata e della sua cara mogliettina, ormai defunta da più di vent’anni ma che lui non aveva mai potuto dimenticare….
Una sera il sig. Smith esce da un teatro di fretta, voleva andare a casa al più presto, era stanco, esausto dalle prove precedenti un grande spettacolo che doveva fare nel week-end per beneficenza a New York. Non era mai uscito dalla sua piccola città, era preoccupato di andare a New York ma anche contento di fare qualcosa di diverso. Aveva comprato una macchina fotografica nuova per fotografare i grattacieli di cui tanto aveva sentito parlare. Ma ora la sua priorità era andare a casa a riposare. Sta per attraversare la strada quando una gip incomincia a sbandare e a girare su se stessa, il sig. Smith non sa cosa fare, se tornare in teatro, chiedere aiuto, attraversare di corsa la strada, o aspettare. Decide di aspettare davanti all’ingresso del teatro… ma tutt’a un tratto la gip gli si catapulta addosso.
Il sig. Smith urla e poi sviene. Giace a terra sembra morto. Tutte le persone che hanno visto la scena e i colleghi del teatro gli si avvicinano, chi piange, chi urla, chi chiama l’autombulanza, chi prega… Il conducente della gip a parte qualche graffio sta bene ma si sente terribilmente in colpa per quello che è successo. Aveva perso il controllo della gip a causa della strada ghiacciata.
Dopo qualche ora il sig. Smith si sveglia in ospedale, nota che aveva un braccio ingessato e la testa bendata. C’era un’infermiera vicino a lui. Vuole chiedere cosa sia successo, (perché lui non ricordava assolutamente nulla dell’accaduto) ma la sua gola non emette nessun suono, benché si sforzasse, nulla, nessun suono, e così si spaventa e inizia a piangere disperato, si strappa la flebo, vuole andare a casa, l’infermiera chiama immediatamente il medico.
Il medico spiega al sig. Smith che ha avuto un trauma cranico e ha un piccolo ematoma nel cervello nella zona del linguaggio, ma quando si riassorbirà potrà nuovamente parlare. E’ solo questione di tempo, e di pazienza.
Arriva la figlia, gli amici e tutto il paese, e il conducente della gip a trovarlo in ospedale. Tutti gli mostrano affetto e gli stanno vicino ma lui è devastato, è distrutto dal dispiacere che non può parlare, non può più farsi una bella risata e non può più far ridere nessuno. Il suo mondo ora è il silenzio. Ha paura che la voce non torni più. E per un attore comico questa è la peggiore tragedia che gli potesse capitare.
I giorni passano lenti, dopo un mese e una settimana toglie il gesso, un po’ di fisioterapia e il braccio va a posto, ma la voce non torna. I medici gli dicono di pazientare ancora, l’ematoma si è riassorbito, la voce dovrebbe tornare, è questione di giorni, lo rassicurano.
Gli amici pensano che se prenderebbe di nuovo uno spavento come il giorno dell’incidente la sua voce potrebbe tornare e così fanno di tutto per farlo spaventare, usano ogni mezzo, richiamano persino il signore della gip e ricreano l’incidente, ma nonostante tutto il sig. Smith rimane muto, muto come un pesce.
Il povero sig. Smith si incupisce ogni giorno di più, è senza lavoro, è senza una speranza, e passa le sue giornate a bere e a dormire, le bollette e i debiti aumentano, e lui si sente finito, fnito come uomo, come padre, come attore.
Ma un giorno alla figlia gli viene una grande idea.
Va di corsa dal padre e gli dice: “Papà, perché non fai il mimo, non c’è bisogno della voce per fare questo lavoro!”. Lui inizialmente boccia l’idea della figlia, ma poi ci pensa sù e dice a se stesso: “Provare non costa niente”. E così scrive al suo manager e caro amico di vecchia data di questa idea. E il manager l’accoglie al volo.
E così il sig. Smith di nuovo con la sua valigetta rossa viaggia per la sua cittadina e nelle città limitrofe e riscuote più successo facendo il mimo che prima quando era un comico.
Decide di arricchire i suoi spettacoli anche con piccoli numeri di prestigio. E questo alla gente piace. I giornali parlano di lui. E il suo successo è sempre più in salita… Incomincia ad andare in giro per il mondo, New York, Madrid, Parigi, Atene, Roma… Tutti conoscevano il sig. Smith!
Era felice, molto felice, appagato per il suo nuovo lavoro, ma gli mancava la sua voce, gli mancava farsi una bella risata, canticchiare sotto la doccia…non sopportava l’idea che sarebbe rimasto muto per sempre. Tra una tourné e l’altra andò da ogni tipo di dottore, logopedisti, foniatri, neurologi, psicologi ecc. ecc. Per avere una speranza, una soluzione. Prese ogni tipo di medicinale ma la voce sembrava ormai perduta.
Tornò poi per un breve periodo nella sua cittadina, ci fu grande festa tutti lo accolsero, ma lui era così triste e non apprezzò nulla di quello che potessero fare per lui. Maltrattò tutti. Voleva rimanere solo.
E lo accontentarono, nessun amico lo andò più a trovare, nessun cittadino lo salutò più, tutti pensarono che peccava di orgoglio, che il successo gli aveva dato alla testa! L’unica che gli stava vicino era la figlia, capì che dietro il comportamento di suo padre c’era tanta sofferenza.
Un pomeriggio uscì vestito elegantissimo, doveva andare ad un matrimonio, non aveva alcuna voglia di andarci, il suo passo era così lento e svogliato. A metà strada decise di tornarse indietro, ma quando attraversò la strada, un trattore quasi lo investì, frenò a soli 2 centimetri da lui, e il sig. Smith urlò, urlò a gran voce, incominciò a imprecare e a sbraitare contro il contadino alla guida del trattore. Poi all’improvvisò si inginocchiò e scoppiò a piangere, perché la sua voce era tornata e così abbracciò il contadino, lo baciò sulle guance, gli baciò le mani, lo ringraziò, cominciò a saltare, a urlare, sembrava impazzito, e se ne andò per la sua via.
Il contadino pensò fra sé e sé:
“Io sarò un contadino
e non ho di certo un cervello fino,
ma questo cittadino è un po’ sciocchino!
Lo stavo per investire
e lui prima inveisce
e poi si mette a saltare e a gioire?!?
Io volevo chiedergli perdono
ma in un attimo in mezzo alla strada rimasto solo sono.
E’ sparito,
quel pover uomo
dove sarà finito?”
Poi vide a terra la valigetta rossa, spaccata a metà, vide le foto, i copioni e capì che era il grande mimo Smith e comprese anche perché aveva avuto quella reazione. Perché le era finalmente ritornata la voce! E pensò: “come ho fatto a non riconoscerlo?!?”
Il sig. Smith una volta a casa, telefonò a tutti, proprio a tutti, parenti, amici, conoscenti… diede a tutti la buona notizia. Poi si mise a cantare, a recitare, a urlare, a ridere da solo delle sue battute … era euforico come non lo era stato mai!
Ma ad un certo punto sentì dodici rintocchi della campana della cattedrale, ed esclamò: “E’ mezzanotte, nooo, mi sono dimenticato del matrimonio, dovevo fare il mimo questa sera, noooo!”. Chiamò subito il suo manager e gli disse: “Mi scusi sig. Denver, ho recuperato la voce, ora posso parlare, ma a causa dell’euforia ho dimenticato che dovevo venire al matrimonio di sua figlia. Mi può perdonare?”. Ma il manager rispose infuriato: “Mia figlia sapeva che doveva venire un mimo questa sera al suo matrimonio, e non è venuto, che figura ho fatto davanti a lei e a tutti gli invitati! Lei è licenziato. Ha fatto un grande errore questa sera! Non può porvi rimedio alcuno”.
Il sig. Smith disse: “Ma ha compreso che ho di nuovo la mia voce e posso fare qualsiasi cosa, posso di nuovo recitare, sarò non solo un mimo ma di nuovo un grande attore?”.
Ma il manager replicò: “Lei è finito come attore e mimo, per l’affronto che mi ha fatto, non lavorerà più, nessuno lo assumerà più! Parlerò solo male di lei”. E gli chiuse il telefono in faccia!!!
Il sig. Smith con mezzo sorriso esclamò: “Beh, non si può avere mica tutto dalla vita!”.
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Profilo Autore: Maddalena Clori  

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Giulia, ragazzina dai capelli rossi e con grandi occhi verdi, esile, fragile, un po’ bruttina.

Aveva un sacco di amici e amiche.

Era bello stare in sua compagnia. Trascorrere dei bei momenti a ridere, a scherzare insieme a lei.

Tante cose sapeva fare. Era creativa. Hobby ne aveva tanti! E molti sogni nel cassetto…

Un giorno incominciò a mangiare così tanto da scoppiare …

Passò del tempo. Era così ingrassata che dovette cambiare tutto il guardaroba, non le entravano più i suoi bei vestiti.

Giulia si rese conto che doveva dare una svolta positiva alla sua vita….

Decise di far qualcosa.

E così si alzava la mattina presto per correre nel parco. Ritornava in fretta a casa a prendere i suoi libri per andare a scuola. Nel pomeriggio i compiti e poi faceva chilomentri in bicicletta.

Non si arrendeva, voleva tornare l’esile ragazzina.

Molto tempo è passato. Il suo corpo era cambiato, un po’ di chili li aveva persi.

Era stanca ma felice!

La scuola finì e Giulia si impigrì. Stava sempre sul divano a guardare la T.V., e riprese a mangiare. Le sue porzioni erano sempre più grandi!

Arrivò settembre e Giulia a scuola non voleva più andare. Non aveva il coraggio di farsi vedere così dai compagni e dagli insegnanti.

I genitori la convinsero che la scuola doveva frequentare.

Giulia col passare dei giorni si chiuse sempre più in se stessa. Pensava che non sarebbe più tornata ad essere né magra né la ragazza spensierata e allegra di prima.

Un giorno in biblioteca si sedette al suo fianco un ragazzino (anche lui ciccione). Era moro e ricciolino. Con le sue lentiggini era proprio simpatico.

Si chiamava Angelo.

Giulia si sentì attratta da lui. Era bello che qualcuno l’ascoltava.

E diventò ben presto una grande frequentatrice di quella biblioteca!

Angelo e Giulia si frequentarono sempre di più. Erano così allegri, spensierati. Ben presto tutto il paese li soprannominò: “200 chili di simpatia”.

Facevano i compiti insieme, giocavano, scherzavano, andavano al cinema.

Erano inseparabili ormai.

Erano così uguali!

Angelo un giorno d’estate confidò a Giulia che voleva dimagrire, non si era mai visto magro. Aveva avuto sempre sin da bimbo il problema del sovrappeso ed era desideroso di vedersi almeno per una volta diverso. E poter rallegrare anche i suoi genitori, che tante volte per il suo bene gli avevano detto di dimagrire. Giulia gli disse che era una buona idea e che lo avrebbe aiutato e non solo, avrebbe rincominciato anche lei la dieta!

E così ogni giorno ginnastica, porzioni di cibo sempre più piccole… i due non scherzavano mica, stavano facendo sul serio!

Dimagrirono. La loro lotta contro il sovrappeso ebbe risultati.

Giulia ritrovò la stima di se stessa e scoprì cos’era il vero amore. Per lei Angelo era il principe azzurro.

Per Angelo lei era la sua dolce Principessa.

Angelo e Giulia col tempo si sposarono.

Oggi hanno due figli e la sera rimboccando le coperte ai loro piccoli raccontano la storia dei due ciccioni!

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Profilo Autore: Maddalena Clori  

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Salve! Ho iniziato a scrivere questo racconto da un po' di tempo, in un particolare momento della mia vita e per questo ho deciso di pubblicarlo solamente adesso. Se questo capitolo sarà di vostro gradimento, posterò i successivi.



Il treno avanzava e il cane piangeva. Giaceva assopita la ragazza sui sedili del vagone di coda; trasognante, speranzosa e incerta. In un anno aveva girato l’intero mondo: giù per il rovente Kenya e su per le Langhe; col suo povero cagnetto dal quale aveva assunto l’espressione sognante. Luogo per luogo la sua vita assumeva, ogni volta, una forma diversa. Il suo fiume in piena aveva incontrato numerosi ostacoli- rocce ammassate, alberi sradicati e persino rifiuti gettati dall’uomo moderno-; ma le sue acque sguizzavano or ora su verso il cielo, per poi gettarsi di continuo in una putrida coltre di veleno. Come una lastra di vetro rotto, si contorceva dal dolore il povero cagnetto; con la speranza che le sue ossa avessero fatto una fine migliore. Le intere giornate passate sull’orlo di un freddissimo marciapiede newyorkese, gli avevano intricato le ossa, recandogli una sofferenza maggiore; più di quanto qualsiasi mentecatto potesse credere. E la ragazza, lei coi suoi occhi cristallini, per simbiosi animalesca, si raggrovigliava come il filo di una corda annodata in fretta. La natura là fuori dormiva estasiata e la sua notte, col pallido chiarore assassino invocava i tormenti della mente, pregando loro di soffocare gli indomiti cunicoli dei più angosciosi essere umani. Le luci principali si spensero, quelle d’emergenza ripresero vita e una calma apparente invase i vagoni, nonostante il martellante rumore del vecchio Intercity. Non si ha più niente da dire dopo 12 ore di viaggio, si esaurisce anche il più banale e frivolo dei discorsi. Anime sconosciute che dialogano solo per circostanza, per arrampicarsi alla vita degli altri con il solo scopo di non annegare tra le acque dei propri tormenti; questo è il vero spirito di sopravvivenza. E quando tutto tace, quando la notte si scaraventa vorticosamente sui finestroni del treno, non rimane che farla entrare, ma considerandola sempre un’ospite inattesa. Spicca il volo come un predatore dagli artigli ormai poco solcanti, segnati dal tempo e dal dolore. Non desidera una preda; ne brama migliaia, milioni, miliardi, una specie intera. Una infinità di uomini pronti a farsi percuotere le budella. Questo, al famelico predatore non basta;  si trasforma in un insaziabile licantropo pronto a trangiugare fino all’ultima goccia di aspro, acre, amaro e velenoso sangue.

Tutte le prede giacevano inerte sulle poltrone del treno, mentre il sole prendeva ad albeggiare, tinteggiando il cielo nuvoloso con una vernice vagamente dorata. Scaraventati sull’orlo del precipizio, dove l’anima è lucente a tratti, si apprestavan a cominciare un nuovo giorno, col solo scopo di peregrinare verso nuove mete. Povere creature impavide e odiose! Gli bastava notare un barlume vita per non perire al loro inconsistente futuro. E mentre il nuovo dì prendeva pian piano forma, la ragazza si soffermava ad osservare il vento, che di consuetudine muoveva le foglie appassite e pallide, scaraventandole da una parte all’altra del ponte nebbioso. Il suo nome era Aurora. Ella era una ragazza come tante altre, ma altresì diversa da quelle stesse altre. Queste ultime erano tristemente uguali; stampate con lo stesso inchiostro e la stessa carta ruvida, di quella che si trova a basso costo e risulta essere per questo maggiormente venduta .Era incredibilmente strana, eccentrica, o per meglio dire egocentrica e addirittura megalomane; di gran lunga differente dai modelli che la società proponeva. Aveva tinto i capelli con ogni tonalità del lilla, da quello grigiastro smog a quello violaceo - lo stesso colore delle profumate viole; era incantate dal profumo di quei penetranti fiori; le rievocavano la  morte e paradossalmente le considerava un turbine di vita-. Per un considerevole periodo della sua esistenza aveva desiderato portarli azzurri come il cielo, ma “sembra troppo maschilista”, ripeteva spesso tra sé e sé! E una femminista come lei mai avrebbe potuto compiere un sacrilegio tanto sovraumano. Quello stesso identico cielo, dipinto di lilla, era  senza dubbio alcuno, di gran lunga  più bello. Anche il cielo, nonostante la desinenza maschile, secondo la sua arguta mente doveva essere di sesso femminile; era immensamente leggiadro e infinitamente bello, così come lo era ogni singola donna. Aurora amava catturare con la sua camera ottica- rovinata dal tempo e dai sogni vani- quei momenti, come ogni romantico tramonto, durante i quali il cielo si tinge di rosa per poi candeggiarsi, solitamente al crepuscolo, di quelle tonalità di lilla che tanto adorava; le stesse dei suoi variopinti e leggiadri capelli setati.

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Profilo Autore: Anna Santoro  

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Una bambina di 5 anni e il suo cappottino blu.

Percorreva un viale alberato accompagnata dalla nonna. Credeva fosse un giardino ma non era così. Tutti piangevano. Tutti l’abbracciavano. E lei non capiva cosa stava accadendo. Poi vide una fossa, e le dissero che suo papà e sua mamma sarebbero andati a riposare lì. Col tempo Chantal capì cos’era la morte.

Che tristezza cambiare casa e andare a vivere con la nonna. Alimentazione e abitudini diverse. Era molto più noioso che vivere con i genitori.

Era il 1960.

Quando compì 6 anni, andò a scuola. In classe tutti le volevano bene. Si ritrovò in una grande famiglia. E fu lì che le fu insegnato l’ottimismo e l’altruismo. Chantal era sempre allegra donando un sorriso a tutti. Aiutare chiunque fosse in difficoltà era nella sua indole. Qualcosa di prezioso che l’avrebbe accompagnata nel suo cammino. Però come era triste vedere i bimbi all’uscita correre incontro a mamma e papà! Lei aveva solo la nonna che la viziava un po’.

Chantal si affezionò molto a sua nonna anche se a volte le mancava la sua mammina e il suo papà. Quando nessuno la vedeva andava in cameretta a piangere. Si chiedeva: “Perché proprio a me dovevano morire i genitori?” malediva quell’incidente stradale. Domande su domande…. Poi si asciugava le lacrime e cercava di vedere il lato buono delle cose. Pensava: “C’è chi sta peggio di me, che è solo al mondo. Io almeno ho la nonnina che mi vuole tanto bene!”.

Un giorno Chantal si svegliò tardi. Si vestì di corsa. Non voleva arrivare di ritardo a scuola. Era un giorno importante, aveva il saggio di danza. E non vedeva l’ora di indossare il suo vaporoso tutù….

Andò in cucina.”Dov’è la nonna?”, si domandò. La colazione sul tavolo non c’era. Pensò: “Strano, oggi la nonna fa la pigra! Vado a svegliarla per prenderla un po’ in giro!!!”.

La chiamò, urlò il suo nome ma…. Niente. Nessuna risposta.

Il cuore stanco della nonna si era fermato.

Di nuovo Chantal col suo cappottino blu, percorreva quel grande giardino, e vide calare in una fossa la bara della nonna.

Fu un immenso dolore.

Si sentiva come un puntino in mezzo ad un grande quadro.

L’amarezza il dolore, e la delusione si fecero più grandi quando nessun parente si volle prendere cura di lei. Chantal fu mandata in un orfanotrofio.

Quando entrò nella stanza che le era stata assegnata, vide che non era sola, c’erano ben 10 lettini! I muri scrostati e la muffa. Che squallore! Voleva scappare da quella realtà.

Pensò: “Come potrò resistere qua dentro?”.

Arrivò la notte e Chantal in quel lettino pianse tutte le lacrime che aveva. Per molte notti fece così. Ma poi decise di consolare gli altri che erano lì, forse più tristi di lei. Regalando l’unica cosa che aveva: un sorriso.

Aiutando gli altri avrebbe sofferto un po’ meno della sua triste condizione.

Un giorno chiese se poteva avere dei pennelli e degli acquarelli per dipingere.

Dipingere l’aiutava a volare con la fantasia... Nei suoi ritratti lei era sempre al mare o tra le nuvole, elegante e altera. Mentre nella realtà era vestita di cenci.  

Alcuni bimbi andarono via, erano stati adottati. Ma lei no.

Nonostante avesse un carattere stupendo, solare, nessuna famiglia la prese con sé, ma lei non perse le speranze.

Quando compì 18 anni le dissero che doveva andare via. A un’altra casa doveva andare, in una famiglia ricca, per fare la baby-sitter.

Era felice di lasciare l’orfanotrofio.

In quella casa vide finalmente una famiglia al completo! Le bimbe erano dolcissime.

Chantal amava i bambini e subito le conquistò.

Ben presto si affezionò a tutti i componenti di quella famiglia. Anche al maggiordomo e alla cameriera che divennero suoi amici.

Passarono 2 anni, anzi volarono 2 anni!!!

Chantal era amata e apprezzata. Desiderava che quella famiglia fosse la sua.

Un giorno arrivò Antony, era un ragazzo di colore. Carino. Era il nipote del maggiordomo. Antony aveva un brutto carattere ed era pessimista.

Era stato assunto dalla famiglia come autista.

Chantal voleva vedere Antony sereno e felice.

Ben presto capì che anche lui aveva sofferto molto nella vita e che era stato spesso deriso per il colore della sua pelle.

Chantal lo aiutò a vedere le cose diversamente, gli insegnò a sorridere alla vita e a vedere il lato buono delle cose.

Scoprì che Antony aveva un sogno da realizzare, voleva diventare dottore, precisamente un pediatra.

Ma non aveva il coraggio di iscriversi all’università. E poi si sottovalutava.

Chantal gli disse che bastava un pizzico di volontà e sarebbe riuscito. Doveva provare!!!

Antony col tempo si convinse. Quindi di giorno lavorava come autista e di notte studiava. Diventando sempre più sicuro superando uno, due, tre esami…..

Piano piano arrivò il giorno della Laurea.

Aveva raggiunto il suo obiettivo.

Chantal era felice per lui. Non avendo molto da donargli gli regalò un suo dipinto. Un giorno alzandosi più tardi del solito udì che la famiglia era riunita in salotto, parlavano con Antony.

Chantal non resistette e si mise ad origliare, e sentì una frase; Antony diceva che si era innamorato di una ragazza. E che il giorno seguente avrebbe parlato con lei.

Chantal si sentì morire, era gelosa e pensò: “si sarà innamorato di una universitaria!” Corse in camera a piangere. Quanto avrebbe voluto essere lei la fortunata ragazza!

Si rese conto che era innamorata di Antony.

La tristezza le fu di compagnia per tutta la giornata. Tutti se ne accorsero, e le chiesero cosa aveva, e lei rispondeva: “Non sto bene, passerà”.

L’indomani Antony bussò alla camera di Chantal, lei aprì la porta, lui si inginocchiò, ponendogli tra le mani morbide un pacchettino.

Che sorpresa!!! Conteneva un anello!

“Vuoi sposarmi?” le chiese.

Chantal pensò: “Ecco chi era la ragazza di cui parlava ieri!!!”.

E a gran voce gli rispose: “ Sììììììì ”
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Profilo Autore: Maddalena Clori  

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