Era già mattino avanzato quando Howard Craine aprì gli occhi assonnati e rivolse lo sguardo oltre una delle finestre delle sue stanze; non vide altro che le ormai solite e noiose immagini che da sempre aveva impresso nella propria memoria: la maestosa e sovrastante torre che fiancheggia il suo castello protetto da magnifici rampicanti spinosi, il suo immenso e curatissimo giardino ornato da qualsivoglia bocciolo e schierato di fianco ad un piccolo lago, formatosi da tempo dall’ eccessivo flusso d’ acqua del torrente che percorreva la sua terra. Snervato da quel panorama, a cui ormai aveva fatto abitudine, guidò lo sguardo altrove in cerca di qualcosa che potesse attirare il suo interesse e spingerlo dunque a levarsi finalmente dopo il lungo riposo. Ma nulla ancora riusciva a coinvolgere i suoi oziosi pensieri; nulla era in grado di sottrarlo al vuoto interiore che avvertiva ogni volta che si rendeva conto di aver smarrito i propri sogni. Rivolse per caso la sua attenzione al grande pendolo posto proprio di fronte al suo letto e, grazie alla misura del tempo, si rese conto che era giunto il momento di rinfrescarsi e vestirsi. Fu mentre sceglieva l’ abito da indossare che udì i rintocchi dell’ antico orologio misurare il puntuale mezzodì di sempre, distante da qualsiasi voglia o novità, e decise di affrettarsi nell’ abbigliarsi per poter accogliere come sempre la servitù, che, ogni dì a mezzogiorno, entrava nella stanza per poter rassettare il disordine e lavare i pavimenti. La pendola, di un’ inestimabile bellezza e valore, modellata con arte dalle mani sapienti dei passati artigiani e rifinita sui legni preziosi dell’ Europa nordica e misteriosa del XVIII secolo, terminò presto i suoi chiari rintocchi; solo appena calzò gli stivali, Lord Craine si rassicurò di potersi presentare degnamente davanti ai suoi servi. Era un uomo giovane ma dalla mente già troppo chiusa, figlio di Lord Phillips Craine, e serbava le identiche abitudini del padre per quanto riguarda la presentazione della propria immagine e dell’ impressione colta, che bisogna dare regolarmente ai propri domestici per dimostrare, a se stessi e agli altri, la differenza che vi è fra l’ essere un servo e l’ essere un Lord.
Appena calzatosi alzò lo sguardo e non si meravigliò del fatto che la servitù non era ancora entrata per riordinare le sue stanze, fu stupefatto, invece, nell’ udire i suoi domestici bussare alla parete anziché sul legno della porta, poiché l’ uscio era svanito…Iniziò allora a sentirsi inevitabilmente agitato, irrequieto e impaurito come, a volte, è il mare che si infrange sulle scogliere durante una tempesta inevitabile, una tempesta che giunge nella sua mente in modo così imprevisto e forse insperato; nonostante la paura, si alzò precipitosamente dirigendosi verso il muro. Si sbalordì ancora quando comprese che più tastava la parete, per ritrovare la via perduta, più il battito dei domestici veniva meno ed infine…cessò nel silenzio. La sua ragione accettò allora, ma dominata ancora da qualche dubbio indefinito, la situazione in cui si trovava: “ Non può essere altro che una qualche specie di sogno…” , pensò, “ ...basterà che mi sieda e rilassi questo leggero mal di testa” . Era ormai immerso nel silenzio più profondo della sua camera e fu proprio l’ incuranza del suo stato che riuscì leggermente a placarlo e lo convinse ad accomodarsi sulla sua poltrona a fumare la piacevole pipa.
Seguiva ogni spirale dei fumi con lo sguardo assorto di un bambino, un innocente che non si capacita ancora di intendere la complessità della propria condizione. Senza difficoltà si accorse che i chiarori del giorno sarebbero presto declinati e che la notte avrebbe conquistato, regolarmente, la sovranità del tempo con le sue ombre e le sue tenebre. Decise di illuminare sin da subito la stanza con l’ ausilio dei candelieri e, appena vi fu nuovamente riverbero nel crepuscolo, udì ancora, e questa volta con maggior vigore, i rintocchi del suo orologio. Si scomodò immediatamente dalla poltrona per riuscire a carpire il motivo per cui la pendola suonava così forte a quell’ ora della sera; “Sono passate solo poche ore dal mezzogiorno e inoltre ha rabbuiato così in fretta…” disse a voce alta discorrendo col ritmo preciso dei rintocchi, “…è assurdo che segni ancora mezzodì! ”…
Si avvicinò, dunque, all’ orologio che, in quello stesso istante, smise di battere i momenti del tempo e, lentamente, si aprì dinnanzi a lui così come si schiude una porta. Iniziò a provare ancora una leggera paura che intesseva i tremori che filavano lungo il suo dorso; constatò come il pendolo non si fosse aperto interamente ma solo scarsamente socchiuso, proprio come s’ attendesse d’ essere spalancato da un’ altra forza, sedotta irrefrenabilmente dal tenue bagliore che filtrava dall’ apertura sconosciuta. Era sovvenuto in lui quell’ interesse che da tempo aveva perduto a causa del suo titolo e dei suoi ozi; con lo stesso timore e l’ identico desiderio di apprendere qualcosa che ancora non s’ intende, lentamente schiuse la pendola e s’ allarmò per un breve istante quando il riflesso della luce gli accecò la vista. Durò poco e iniziò a sorridere quando, ancora con gli occhi leggermente ubriachi, scorse che all’ interno dell’ orologio non v’ era altro che uno specchio; si rassicurò notevolmente anche quando si voltò e vide, questa volta con estrema chiarezza, che la porta era riapparsa lungo il muro e che, nuovamente, i chiarori del giorno stavano ripresentandosi nella sua stanza. Spense così i candelabri e diresse lo sguardo un’ altra volta verso lo specchio perdendosi nei propri pensieri, nei tremolii e nelle angosce precedenti quando s’ accorse che la superficie rifletteva ogni cosa…meno che la sua immagine. Iniziò lentamente ad avvertire dentro di sé un’ ampiezza che non aveva mai percepito prima, un’ acutezza smisurata per ogni singolo senso del suo corpo che arrivava a captare persino le vibrazioni dell’ aria stessa all’ interno della sua camera.
Levando le mani davanti al suo viso, come per nascondersi dall’ estraneo terrore che provava osservando lo specchio e percependo quest’ impercettibili mutamenti del suo corpo, si rese vittima di se stesso…era proprio la sua sensibilità mentale, ora, a concedergli di provare un senso di repulsione congiunto ad un inspiegabile interesse verso quello specchio e quell’ immagine mancante di se…rivolse il suo sguardo, ora nudo delle sue mani, privo delle paure e vivo di pura attrazione, nuovamente a quella facciata e alzando un braccio, come a costruire un eterno legame, lo diresse verso la superficie cercando, invano, di toccarla. L’ oggetto non aveva alcun piano lungo tutta la sua estensione, piuttosto straripava di un’ essenza sconosciuta e la sua area era come concepita da una qualche specie di sostanza subdola, untuosa e gelatinosa. Una volta, una volta sola sfiorata quella superficie, Howard Craine non fu più in grado di scindere la coscienza dall’ inconsapevolezza del suo stesso essere; venne “assimilato” immediatamente e interamente dallo specchio e, appena dentro di esso, scoprì davanti a se l’ ombra più assoluta…
Riusciva ora ad intendere di non poter tornare nella falsa materialità che si era costruito in vita; si volse e vide distintamente la sua stanza attraverso lo specchio; lo toccò e comprese che ora era bensì composto da una superficie compatta, solida e robusta. Anche se avesse voluto non avrebbe mai avuto la possibilità di tornare indietro…chiuse dunque gli occhi poiché ormai non gli erano più di alcun aiuto nell’ oscurità che aveva alle spalle…e ora...ora dinnanzi a lui si estendeva quell’ Ignoto che non aveva mai avuto la soddisfazione di assaporare per via dei timori, dei terrori e degli incubi che avrebbero posseduto la sua stessa anima se solo si fosse aperto a ciò che ancora la sua mente non riusciva a concepire.
Ma oramai era l’ Ignoto stesso che progrediva nel buio della sua ragione e diveniva forme nuove, ignorate fino ad allora, nella sua mente e inibiva il suo corpo nelle sue ombre e con le sue tenebre…
Howard Craine s’ incamminò verso di esse…
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