per gli occhi tuoi color turchino,
grandi, come quelli di un bambino,
che scrutarmi sento, dentro, in questo flebile mattino.
che mi emoziona e dissolve la mia pace,
carpendo l'anima, come un affascinante rapace.
perché, di te, ho scoperto il meglio,
ciò che è nascosto nel corpo tuo, all'interno,
finito nel profondo, dove l'anima hai toccato.
per essere baciata dalle labbra tue, bramate
da cui fuoriescono dolci parole, d'amore assetate
che mi travolgono, penetrandomi la mente
e soprattutto il cuore, mai sazio e insofferente.
per unirmi a te in una dolce fusione
per sublimarci d'emozione e d'impaziente passione,
in un crescendo ritmico fervente,
fatto di sesso e d'amore sconvolgente.
poiché sento che, in te, mi sto elevando
in un presente che, del senso, era stato sottratto
e che, di te, quale ragione di vita, s'è empito,
affinché osteggiare triste e malevolo destino.
Viva certezza o drammatica illusione,
alternantisi quanto mai fugacemente,
fiancheggiando felicità e sconforto,
sorrisi e lacrime sul volto...
Sovente, soppeso sulla mano.
Le labbra che saranno offerte,
dischiuse, nell'attesa d'essere baciate,
col rosso di passione ho tinteggiate,
contando che non sia solo il miraggio
d'aver un bacio tuo appassionato.
Girando e rigirando sottosopra la clessidra,
prim'ancora che la fine alfine venga,
barattando facoltà d'agir col nulla,
raggirerò l'amato e, nel contempo, odiato tempo,
giammai scivolerà, di sabbia, l'ultimo granello.
Renderò eterno l'ultimo secondo,
inibendo l'integro scorrer del minuto,
diverrò fata o maga o ancora strega,
ingannando in tal maniera l'attesa che tu giunga,
ad appagare, del tuo amore, la mia sfrenata voglia.
Rifletterò la mia immagine allo specchio,
con speme che rimanga tal rossetto,
per morir sulla tua bocca, mio desio.
Vedrò però sol l'anima che spera,
che giunga amore, non viceversa una chimera.
Nel sentor d’erba bagnata,
la violenza scatenata sul mio corpo;
dita forti mi strappavano i vestiti,
lacerandomi le carni e il mio cuore.
Assetato di dolore,
arrancando, dissetasti la tua oscena bramosia,
tra le gambe insudiciate,
sia di terra che di sangue.
soggiaceva, in me, la femmina alla lotta
e strappando i miei capelli, addentravi il tuo piacere
in quel nido che violavi e violentavi,
col tuo sadico furore d’una belva assatanata.
delle mani che infilavi nei segreti del mio corpo;
del tuo fiato, ch’esalavi dalla bocca spalancata,
sulle labbra mie, sfinite dalle grida disperate;
del tuo umore, che spargesti nelle viscere nascoste.
Del mio male, appagasti la libidine crescente.
la tua spada nella guaina,
quel tuo ghigno d’un demonio...
Lo ricordo come allora!
Non più grida dalla bocca, eran morte nella gola.
E le lacrime di pioggia si versarono sul viso,
per mondarlo dal mio pianto, nel fragore del silenzio.
E la terra infradiciata mi donava il suo tepore;
come madre, mi cullava.
non me n’ero accorta prima...
Mi voltai... e vidi quel fiore...



