Nella stanza fatiscente
di un albergo anonimo
di Ulaanbaatar,
guardo da dietro la tenda
il distretto di Bayangol.
Osservo e annoto di te,
attraverso il buio,
attraverso il fischio
della Transmongolica,
e penso alle pareti
che saranno il nostro Yurte.
Ma sono ancora solo, nel buco,
a puntare i pensieri contorti
sul Deserto dei Gobi,
e non sono un Tuvano
e non sono un Eroe Rosso.
Mi lavo le mani, il viso, gli occhi,
e sputo fumo denso e acre
sul vetro gelido di questa
assurda prospettiva,
pianificando con cura
il mio prossimo passo.
Gengis khan,
l’ignoto che chiama,
la storia umana,
la vastità del mondo.
Il tempo che passa,
l’Oriente e l’Occidente,
l’armonia dell’abbandono.
Il caso, la fatalità:
il mio destino
non ancora tratto.

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Bella.