Amico immaginario, alla fine la vita è déjà-vu,
è la carta dello specchio, lo stagno che riflette,
l’inarrestabile fall-out di rifrazioni lontanissime.
Abbiamo imparato il linguaggio silente dei segni,
ed ora che siamo entrambi cresciuti, ti lascio solo,
a decifrare gli inganni dell’occhio e dell’esistenza.
Ti ho donato i sette colori di Wolfgang von Goethe,
ho vestito un saio celeste di lino, più onesto del mio,
e ho dissolto le contrazioni passive di tinte già secche.
Non dovrai più giocar con lo spettro del non visibile,
con il vuoto, o vestire per me un saio bianco di seta,
che oramai io dipingo i miei sogni solo con le parole.
