Ricordo il colore di quelle estati,
il pallore della noia,
la gioia di un idea.
Rimpiango l’innocenza di fame,
sete e sonno.
Lo stupore riempiva ogni
spazio vuoto
e l’acqua bastava a lavare
tutte le mie indecisioni.
Il lungo braccio paterno,
come una diga,
arginava i miei incubi,
mentre la ferma mano materna,
dipingeva le tele dei miei sogni.
Inconsapevole, intanto,
misuravo la distanza
fra vita e morte,
contemplavo il fiore
nel suo divenire frutto.
Oggi non conosco più il metro,
saranno secondi, minuti, o ore ?
Non so se è il tempo a spaventarmi,
non so se è Dio in cui credere.
Se fossi albero
vorrei essere sempre verde,
ma se fossi fiore
vorrei essere un minuto di gioia intensa.
Forse ora sanguino poco,
forse dovrei indossare calzoni corti
e rotolarmi giù dal monte.
Forse le mie ginocchia non conoscono più
il rosso dolore.
L’ingegneria dei miei
aeroplani di carta
razionalizzava
l’assurdo bisogno di volare.
Sono stato Napoleone,
un tempo,
non era una recita, neanche un sogno.
Michelangelo e Foscolo li ho capiti.
Chi ha mangiato la ciliegina
sulla mia torta ?
Chi ha venduto il mio vino
come acqua ?
L’ardito progetto di conoscere
i miei simili
mi ha portato davanti
ad uno specchio.
Forse ancora non ho smesso di chiedermi
se è giusto
che io non sia invisibile.
In fondo non c’è il fondo
adesso è passato
il raggio è il nodo
il raggio è il braccio
il cerchio è Dio.

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