…E poi con gran fragor di tuoni e lampi:
“Siane riscatto, e ancor ne sia vergogna !”
Così ci disse… Poi fur prati e campi
a scorrer sotto, prima che la fogna
che ci ingoiò ci si mostrasse orrenda:
per tutti noi fu greve e odiata gogna,
belva impietosa e fiera sì tremenda
come man d’uom quand’altra mano stringe
pria che del dopo forma non offenda
con il pugnal che in carni si sospinge.
“Vedi là in basso” (indicò un po’ a caso)
“Quel gran pittor che indefesso dipinge,
muta e rimesta… Tu ne sia persuaso:
ciò che credevi ne è smentito e irriso,
fuso e rifuso nel suo grande vaso,
dei dì a venir stigmatizzato e intriso…”
Tanto fu scempio e tanta l’arroganza
che stravolgeva anche il di lui viso,
tutto proteso ad una tal mattanza…
Pareva cieco ad ogni chiaro segno,
e a quel macello senza speranza
tutto era aduso il micidial congegno…
Com’anco fosse a dirsi troppo greve
ci fu favella come secco legno:
bruta, tagliente e fredda come neve…
Di quel Minosse che tutto maciullava
forma non fu d’umano senso lieve:
d’ogni speranza idea ne frantumava
volgendo or qui or colà la lesta forca,
d’ogni ricordo tutto macinava
sputando insulti con sua bocca sporca.
D’ognun di noi riconoscemmo tratto:
come colui che in spasmi si contorca
qual bene fu e il male che fu fatto
l’uno dell’altro intriso e in sé frammisto
sotto quei colpi ne sortia disfatto
senza che alcuno se ne fosse avvisto…
Fu poi in tal guisa quella massa informe
dal suo fattor che fu solo intravisto
rifusa e sparsa in modo multiforme
in fino a che di ciò che un dì splendea
sol ne restava un relitto deforme,
negletto e sfatto che torto giacea.
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