Ancora una volta, nell’eterno abbraccio delle tue tenebre,
o notte dalle mille volute di veli,
sovrana di velluto
e di abissi insondabili,
il narratore ha deposto,
con sacrilega devozione,
la propria dignità,
ultima reliquia di un orgoglio
ormai consunto,
ai piedi del tuo dominio silenzioso,
affinché tu, creatura nata
dall’intreccio di sogno e vertigine,
potessi avvolgerlo nel tuo manto
di ombre fragranti e misteriose.
Nel mausoleo inviolato
dei suoi naufragi interiori
ha deposto l’orgoglio di cera,
disciolto come un cero votivo
al cospetto di uno sguardo incandescente ma sincero,
simile a un incendio celeste
che consuma, senza pietà,
ogni ultimo baluardo di resistenza.
Le mura della volontà,
un tempo austere
come bastioni eretti
nella pietra dell’indifferenza,
si sono lentamente incrinate
sotto il richiamo magnetico
di labbra che discendono
come astri smarriti,
precipitati dalle remote
profondità del firmamento,
recando con sé la febbre
delle costellazioni dimenticate.
Il narratore si dissolve
nei sussurri,
sottili filigrane d’aria
intessute da mani invisibili,
capaci di attraversare
le segrete profondità del suo essere
come un incantesimo ancestrale,
risvegliando memorie sepolte
sotto la cenere del tempo.
Indossa ancora una volta
le clandestine vestigia
dell’amante segreto,
mentre fiamme silenziose
divorano la ragione
e innalzano il cuore verso
un delirio di luce e perdizione,
là dove ogni pensiero
si frantuma come vetro consacrato.
Il suo sguardo, trafitto
da un’inquietudine scolpita nel cielo,
si smarrisce nell’immensità
di sogni remoti,
simili a costellazioni
prive di rotta e di approdo,
incapaci di ritrovare
il sentiero che riconduce
al cuore, ormai prigioniero
del proprio tormento.
È una musica dolce e infranta
quella che il vento reca con sé:
una melodia evanescente
che disperde ogni emozione
e lascia soltanto le cicatrici dell’estasi,
le notti interminabili
che egli scrive,
innamorato di un’assenza
che grava sull’anima
come un’eclissi assoluta,
oscurando persino l’ultima certezza.
È veleno il calice
a cui si abbandona
ogni volta che torna a cercare
quella presenza luminosa,
anelando di trattenerla
come si vorrebbe possedere
un raggio di luna,
con la disperazione silenziosa
di chi conosce l’ineluttabile
natura della luce:
essa nasce per sfuggire
a ogni possesso,
per dissolversi oltre la portata
delle mani consapevoli.
Eppure, ancora una volta,
egli tende le proprie mani
verso l’impossibile,
come chi, pur conoscendo
il destino delle stelle,
continua ostinatamente
a invocare la luce
dall’altra parte dell’eternità.
o notte dalle mille volute di veli,
sovrana di velluto
e di abissi insondabili,
il narratore ha deposto,
con sacrilega devozione,
la propria dignità,
ultima reliquia di un orgoglio
ormai consunto,
ai piedi del tuo dominio silenzioso,
affinché tu, creatura nata
dall’intreccio di sogno e vertigine,
potessi avvolgerlo nel tuo manto
di ombre fragranti e misteriose.
Nel mausoleo inviolato
dei suoi naufragi interiori
ha deposto l’orgoglio di cera,
disciolto come un cero votivo
al cospetto di uno sguardo incandescente ma sincero,
simile a un incendio celeste
che consuma, senza pietà,
ogni ultimo baluardo di resistenza.
Le mura della volontà,
un tempo austere
come bastioni eretti
nella pietra dell’indifferenza,
si sono lentamente incrinate
sotto il richiamo magnetico
di labbra che discendono
come astri smarriti,
precipitati dalle remote
profondità del firmamento,
recando con sé la febbre
delle costellazioni dimenticate.
Il narratore si dissolve
nei sussurri,
sottili filigrane d’aria
intessute da mani invisibili,
capaci di attraversare
le segrete profondità del suo essere
come un incantesimo ancestrale,
risvegliando memorie sepolte
sotto la cenere del tempo.
Indossa ancora una volta
le clandestine vestigia
dell’amante segreto,
mentre fiamme silenziose
divorano la ragione
e innalzano il cuore verso
un delirio di luce e perdizione,
là dove ogni pensiero
si frantuma come vetro consacrato.
Il suo sguardo, trafitto
da un’inquietudine scolpita nel cielo,
si smarrisce nell’immensità
di sogni remoti,
simili a costellazioni
prive di rotta e di approdo,
incapaci di ritrovare
il sentiero che riconduce
al cuore, ormai prigioniero
del proprio tormento.
È una musica dolce e infranta
quella che il vento reca con sé:
una melodia evanescente
che disperde ogni emozione
e lascia soltanto le cicatrici dell’estasi,
le notti interminabili
che egli scrive,
innamorato di un’assenza
che grava sull’anima
come un’eclissi assoluta,
oscurando persino l’ultima certezza.
È veleno il calice
a cui si abbandona
ogni volta che torna a cercare
quella presenza luminosa,
anelando di trattenerla
come si vorrebbe possedere
un raggio di luna,
con la disperazione silenziosa
di chi conosce l’ineluttabile
natura della luce:
essa nasce per sfuggire
a ogni possesso,
per dissolversi oltre la portata
delle mani consapevoli.
Eppure, ancora una volta,
egli tende le proprie mani
verso l’impossibile,
come chi, pur conoscendo
il destino delle stelle,
continua ostinatamente
a invocare la luce
dall’altra parte dell’eternità.

Commenti
Il componimento presenta un linguaggio ricercato, ricco di immagini suggestive e di una notevole intensità espressiva.
Tuttavia, a mio parere, la costruzione di periodi molto lunghi e l'accumularsi continuo di metafore rendono la lettura piuttosto impegnativa. Spesso si è portati a leggere tutto d'un fiato, rischiando però di perdere il filo del pensiero e il significato delle immagini precedenti.
Credo che qualche pausa in più e una maggiore essenzialità potrebbero valorizzare ulteriormente il testo, permettendo al lettore di soffermarsi sulle emozioni che ogni immagine vuole trasmettere.
A volte, in poesia, lasciare respirare le parole significa dare più forza a ciò che si desidera esprimere.