“Forse le cose stanno esattamente così: quelli che vale la pena di amare veramente sono quelli che ti rendono estraneo a te stesso. Quelli che riescono a estirparti dal tuo habitat e dal tuo viaggio, e ti trapiantano in un altro ecosistema, riuscendo a tenerti in vita in quella giungla che non conosci e dove certamente moriresti se non fosse che loro sono lì e ti insegnano i passi i gesti e le parole: e tu, contro ogni previsione, sei in grado di ripeterli.”
(John Fante)
Un’ora,
due ore, tre ore,
quindici ore, diciannove ore,
e poi il sonno si farà profondo, agitato.
Dentro al pub del villaggio due giovani anime
riesamineranno le memorie del primo viaggio,
gli idilliaci paesaggi invernali della deriva,
e quelli annebbiati dell’ultima infanzia.
L’illusoria parvenza del dialogo
si spegnerà stancamente,
mentre le pupille
si faranno
grandi
e
il
fiato
più breve.
Fuori di lì, intanto,
(ma c’era da aspettarselo)
la vita proseguirà sempre ripetitiva,
per lo stesso tunnel, con la stessa canzone
e con lo stesso insopportabile decorso.
La speranza sarà già cosa fioca
quando la malattia
scenderà
come
pioggia
sul mare;
quando l’innocenza infantile
si sarà trasformata in una vita uguale all’opera-
Un elisir a base d’oppio ed un cappello pieno di pioggia,
un brivido e quello strano profumo cui non si può sfuggire:
sono questi i chiodi che vi terranno crocifissi ai vostri incubi.
“Molto ho scordato, Camilla, sulle ali del vento. E ho gettato rose, rose in tumulto tra la folla. Danzando per scacciare dalla mente i tuoi pallidi gigli perduti. Ma ero svuotato e triste, per l'antica passione. Sì, di continuo, perché la danza era lunga. Ti sono stato fedele, Camilla, a modo mio.“
(John Fante)
