Quel che resta di me
è un moncherino di gioia madido
in bende di negazione
ampie come lenzuoli – di cancellazione
aspre come fortezze di convivenza.
Quel che resta di me
è il feto-donna che viveva e poi
è tornato all’utero, murato.
Quel che resta di me è un frammento d’esistere
lo spettro nero che non vedete (più).
Che non vedete, la sovversiva
l’audace la portatrice d’eros
la libertà che fa spavento.
Quel che resta di me si ribellerà
all’ascia che ha tagliato i ponti
del camminare di là del male antropomorfo
inciderà le coltri su primavere calpestate.
Quel che resta di me è la voce bellissima
che continua a cantare, cieca luce
al cielo capovolto senza una musica.
Ma io non ho che questo canto
un canto-vento di apertura
di tutti i segreti che porto
mentre la vita soffoca – mentre
vorrei a svegliarmi un’onda rosa,
entrare in me tutte
quelle che hanno avuto coraggio per me
con i loro landai di lingua e cuore
restituirmi al mondo.
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Profilo Autore: Rita Stanzione*   Sostenitrice del Club Poetico dal 18-07-2015

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Commenti  

OCEANO
# OCEANO 23-11-2021 12:30
Molto forte questo tuo testo. Già nel nostro "bel" mondo occidentale ogni giorno le donne devono comunque difendersi da pregiudizi quotidiani, portano il peso di veli invisibili di ipocrisia, di sguardi giudicanti, sembra che debbano sempre dimostrare qualcosa in più per vivere, per lavorare, per amare. In questo, al di la della terribile realtà afgana che fa rimanere basiti, c' è in qualche modo similitudine tra quei burka e la visione distorta della società che imprigiona da troppo tempo la libertà delle donne.

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