Sulle nere nubi goccia il mercurio,
raggi siderei tra graffi di crome,
cupe anse di un sinistro augurio.
S’ignora come
morrà la notte, se funesti araldi
attraverseranno spazi ghiacciati,
mentre echeggiano inni di scaldi
inascoltati,
ma il rimbombo che adesso squassa
il buio con lanci di falariche,
fende vitree vette e le trapassa.
Come cariche
inattese gli scrosci della bufera
e l’Uomo, il manto incatramato,
giunge e estingue la primavera,
decide il fato.
Sovrasta il Danubio e il Volga,
ora che si disfrena la tregenda.
Non è chi stolto non lo accolga,
sull’occhio la benda.
Stride sul cielo un’unghia di luna.
Ancora ti aspetto nella mia stanza,
se scorgo un astro, brillio di cruna,
ala e distanza.
EE