Ad un'ora imprecisa, nei vicoli d'una città
vuota, con l'eco di grovigli di paglia
che si rincorrono, ecco il mio bus:
Omar è l'autista che si riscalda gli zitoni nel microonde.
Se qualcuno gli si posò addosso
adesso è solo polvere rosa
fra i diminutivi in disuso.
Così vaghiamo insieme: in quel vecchio
mini-bus verde pisello con i fiori disegnati
siamo solo io, lui e i caldi racconti
di rivoluzioni fallite delle quali il furgoncino
era figlio, adesso anche lui orfano.
La storia ci parla, parlano i muretti ombreggiati
e prega solitario sulla cima di un campanile
(guardando una miscellanea di morigerate piazze)
un soldato disperso dell'Armata Napoleonica,
della quale sono rimasti solo minuscoli giocattoli.
Si punta un fucile di gomma piuma alla gola trasparente.
Un vecchio abate del '200 salmodia in Piazza Grande
i versi degli eremiti di Cluny abbracciando
la fredda e nuda Minerva, con i suoi lineamenti tanto perfetti
e umani da farla sembrare calda. Omar spergiura
contro quel "Michelangelo" ingannatore.
Facciamo il giro di una città che di notte
non sembra la nostra, sembra una città del tempo.
E, così come tutti gli audaci, Omar sfida
gli acciacchi della vecchiaia indossando
il suo solito camice azzurro da autista
che ignora i promemoria sul cofano.
Come può un adespota sapere tutto
degli uomini di un tempo, se poi
non sa niente del tempo degli uomini?
