C'è un sole di cartapesta sulla piazza,
e trent'anni portati come uno zaino
pieno di sassi lisci, tutte promesse smussate.
Io sto qui, in questo sciame di voci nuove,
con la mia disillusa corazza di quotidiano.

Mi hanno insegnato la competizione
come fosse un secondo scheletro:
chinare il capo, contare i giorni
sul calendario grigio del dovere.
Ma qualcosa si è rotto.
Forse il cazzo nella cerniera di Ben Stiller,
forse quella vecchia borsa militare
che mio nonno teneva in soffitta,
piena di silenzio e di polvere di mai.

Ora la mia voce è un filo sfilacciato,
ma lo tendo attraverso la piazza.
Non è un urlo, è un suono opaco,
la ruggine che si stacca da una canna.
La mia leva è stata un'altra:
il precariato come trincea,
il futuro a rate, la naja del mutuo.
Eppure, oggi, in questo corpo-stendardo
che non sventola più per nulla,
mi ritrovo a mormorare No.

Non per eroismo, ma per stanchezza .
Perché la sola arma che mi è rimasta
è questo fragile, testardo osso
dell'Io, che rifiuta di essere
un numero reale, un soldo bucato
nella tasca della bancarella
per pagare un debito non mio.

Il corteo è un fiume. Sono un sasso
levigato, che non smette di cantare
sottovoce la sua nota fessa,
la sua unica, usurata verità.
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Profilo Autore: Nicola Matteucci  

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