Silente, seduto sul mio verone
miravo il cielo azzurro e terso,
ascoltando un’antica canzone.
Mentre scrivevo qualche verso
e leggevo per diletto alcune fole
all’ombra del rutilante sole
un passero dal piumaggio bianco:
un niveo diamante mandarino,
planando, si posò vicino a me;
con eleganza da vero saltimbanco,
senza timore e tanto birichino,
passò qua e là fintanto che
io, sorpreso della sua baldanza,
nonché della sua bella contradanza
con l’indice gli sfiorai la testolina,
il dorso e pure la morbida codina.
Il passero col becco dolcemente
lambì del mio dito il polpastrello
e, vibrando il suo soffice mantello,
il messaggio fu per me eloquente.
Poi, saltellando, visitò la stanza
sempre con la stessa stravaganza
ed io gli offrii briciole di pane
vicino ad una pianta di begonia,
frantumate non da me lontane,
che beccò con giusta parsimonia,
propria di quasi tutti gli animali.
Indi, dimenando il capo e le sue ali,
il candido augellin riprese il volo
e, adagiatosi un poco su un piolo,
emise un canto di ringraziamento,
essendosi sentito a suo bell’agio.
Quel dì io trassi lena dall’evento,
obliando in parte il mio disagio,
che il Fato impose al mio tramonto
e pure all’alba volle un alto acconto.

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IL MIO ELOGIO E LA MIA LIETA GIORNATA.
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