Il glicine bianco
Da quando Pierre aveva piantato il suo glicine non era stato più lo stesso.
La mattina buttava letteralmente le coperte sul pavimento, si vestiva in mezzo minuto, riempiva la bottiglietta in plastica da mezzo litro e via di corsa per bagnare il suo alberello prima di andare a scuola. Sua madre doveva rincorrerlo per infilargli nello zainetto un panino, un frutto e una bottiglietta d'acqua per lui, e quando vincente completava l'impresa gli gridava chiudendo la porta che sistematicamente lasciava spalancata:"Ma come ragioni porti l'acqua alla pianta, ma pensa a portarla per te!!!"
Era convinta che alla fine una pianta, l'acqua la trova da sola, cosi, rassegnata, scuotendo la testa tornava alle faccende di casa. Il glicine Pierre lo aveva piantato sul margine destro della vecchia mulattiera, cosi da non dover cambiare percorso e scongiurare quei ritardi per i quali era noto a professori e preside. Non serviva. Arrivava in ritardo ugualmente. Anche perché non gli bastava bagnarlo. Doveva passare qualche minuto con lui. Doveva parlarci, sfiorare le foglie nuove che con stupore vedeva nascere, doveva dar loro il suo personale benvenuto al mondo, dicendole che un giorno, sarebbero state talmente in alto da vedere oltre la montagna, forse oltre la valle, o comunque più lontano di adesso. Erano ormai due anni che non mancava un giorno al suo appuntamento, e il glicine era quasi alto come lui, con un mare di foglie verde smeraldo che,davanti ai suoi occhi si muovevano danzando sotto il braccio impalpabile e gentile della brezza mattutina.
Tutto ebbe inizio da un esperimento proposto dal maestro di scienze, Massimo Stazzi, bergamasco, che aveva portato i baccelli contenenti i semi tondeggianti di un glicine.
Ognuno di noi aveva a disposizione un seme e un batuffolo di cotone umido.
Con il pennarello del maestro, che aveva la punta fine, su ogni seme abbiamo scritto il nostro nome, poi li abbiamo messi in una scatola sopra la mensola del termosifone, fino al momento in cui, un piccolo peduncolo verde non ruppe la buccia dura per guadagnare il suo primo raggio di luce.
Pierre rimase folgorato.
Il suo fu uno degli ultimi a germogliare,
ma di tutti quei semi, fu l'unico a crescere.
E non perché gli altri fossero malati.
Ma perché lui non gli fece mai mancare il suo affetto e le sue attenzioni.
Mai in due anni.
E il terzo anno, le prime settimane di primavera, il suo glicine, fiorì.
Aveva grappoli di fiori bianchi che pendevano dai rami e che spandevano un odore di miele a metri di distanza.
Durante quella primavera, era il 1979, Pierre e gli amici si fermavano sotto quei grappoli di fiori bianchi a fare merenda con il pane e la marmellata di albicocche, perché da quando aveva dimostrato che le piccole attenzioni, e i piccoli momenti di dolcezza e condivisione portano a risultati straordinari, quella curva sulla vecchia mulattiera aveva intorno un alone magico.
Ora era sicuro di avercela fatta.
Il suo glicine fioriva. Pierre finì gli studi e decise di andare a lavorare nell' officina del padre che in fondo aveva mantenuto una famiglia aggiustando macchine e onestamente di perdere altri anni dietro ai libri non ne aveva proprio voglia. Tutto cambió intorno a lui, come nella vita di chiunque.
Un giorno ben 17 anni dopo un suo amico, per un problema con la macchina andò a trovarlo in officina e chiacchierando gli disse che dalla vecchia mulattiera, ormai inutile sarebbe stata ricavata una stradina asfaltata per arrivare in macchina su fino ai rifugi.
Pierre ammutoli.
Il giorno dopo, era una domenica di marzo, si alzò presto, gettò le coperte sul pavimento e vestendosi in mezzo minuto andò dritto alla mulattiera.
Non riempí nessuna bottiglietta d'acqua da mezzo litro e nessuno lo seguì per infilargli nello zaino un frutto o un panino.
Ci volle meno dieci minuti per arrivare alla curva.
Non appena si trovò di fronte al glicine gli si strinse lo stomaco.
Era secco, senza una foglia, bruciato dal sole e dall inverno.
Avvicinandosi notò una targhetta, sbiadita, scritta a pennarello che diceva:
"Una volta conquistato non dimenticare che ha bisogno di essere nutrito come dal primo istante. Quando l'amore muore, non potrai più far nulla per riportarlo in vita."
Sotto due iniziali. M.S.
Massimo Stazzi.
Pierre non riusci mai più in vita sua a far fiorire un glicine, per quanto ci abbia provato decine di volte.
Firmato
Pierre 06/04/15
Da quando Pierre aveva piantato il suo glicine non era stato più lo stesso.
La mattina buttava letteralmente le coperte sul pavimento, si vestiva in mezzo minuto, riempiva la bottiglietta in plastica da mezzo litro e via di corsa per bagnare il suo alberello prima di andare a scuola. Sua madre doveva rincorrerlo per infilargli nello zainetto un panino, un frutto e una bottiglietta d'acqua per lui, e quando vincente completava l'impresa gli gridava chiudendo la porta che sistematicamente lasciava spalancata:"Ma come ragioni porti l'acqua alla pianta, ma pensa a portarla per te!!!"
Era convinta che alla fine una pianta, l'acqua la trova da sola, cosi, rassegnata, scuotendo la testa tornava alle faccende di casa. Il glicine Pierre lo aveva piantato sul margine destro della vecchia mulattiera, cosi da non dover cambiare percorso e scongiurare quei ritardi per i quali era noto a professori e preside. Non serviva. Arrivava in ritardo ugualmente. Anche perché non gli bastava bagnarlo. Doveva passare qualche minuto con lui. Doveva parlarci, sfiorare le foglie nuove che con stupore vedeva nascere, doveva dar loro il suo personale benvenuto al mondo, dicendole che un giorno, sarebbero state talmente in alto da vedere oltre la montagna, forse oltre la valle, o comunque più lontano di adesso. Erano ormai due anni che non mancava un giorno al suo appuntamento, e il glicine era quasi alto come lui, con un mare di foglie verde smeraldo che,davanti ai suoi occhi si muovevano danzando sotto il braccio impalpabile e gentile della brezza mattutina.
Tutto ebbe inizio da un esperimento proposto dal maestro di scienze, Massimo Stazzi, bergamasco, che aveva portato i baccelli contenenti i semi tondeggianti di un glicine.
Ognuno di noi aveva a disposizione un seme e un batuffolo di cotone umido.
Con il pennarello del maestro, che aveva la punta fine, su ogni seme abbiamo scritto il nostro nome, poi li abbiamo messi in una scatola sopra la mensola del termosifone, fino al momento in cui, un piccolo peduncolo verde non ruppe la buccia dura per guadagnare il suo primo raggio di luce.
Pierre rimase folgorato.
Il suo fu uno degli ultimi a germogliare,
ma di tutti quei semi, fu l'unico a crescere.
E non perché gli altri fossero malati.
Ma perché lui non gli fece mai mancare il suo affetto e le sue attenzioni.
Mai in due anni.
E il terzo anno, le prime settimane di primavera, il suo glicine, fiorì.
Aveva grappoli di fiori bianchi che pendevano dai rami e che spandevano un odore di miele a metri di distanza.
Durante quella primavera, era il 1979, Pierre e gli amici si fermavano sotto quei grappoli di fiori bianchi a fare merenda con il pane e la marmellata di albicocche, perché da quando aveva dimostrato che le piccole attenzioni, e i piccoli momenti di dolcezza e condivisione portano a risultati straordinari, quella curva sulla vecchia mulattiera aveva intorno un alone magico.
Ora era sicuro di avercela fatta.
Il suo glicine fioriva. Pierre finì gli studi e decise di andare a lavorare nell' officina del padre che in fondo aveva mantenuto una famiglia aggiustando macchine e onestamente di perdere altri anni dietro ai libri non ne aveva proprio voglia. Tutto cambió intorno a lui, come nella vita di chiunque.
Un giorno ben 17 anni dopo un suo amico, per un problema con la macchina andò a trovarlo in officina e chiacchierando gli disse che dalla vecchia mulattiera, ormai inutile sarebbe stata ricavata una stradina asfaltata per arrivare in macchina su fino ai rifugi.
Pierre ammutoli.
Il giorno dopo, era una domenica di marzo, si alzò presto, gettò le coperte sul pavimento e vestendosi in mezzo minuto andò dritto alla mulattiera.
Non riempí nessuna bottiglietta d'acqua da mezzo litro e nessuno lo seguì per infilargli nello zaino un frutto o un panino.
Ci volle meno dieci minuti per arrivare alla curva.
Non appena si trovò di fronte al glicine gli si strinse lo stomaco.
Era secco, senza una foglia, bruciato dal sole e dall inverno.
Avvicinandosi notò una targhetta, sbiadita, scritta a pennarello che diceva:
"Una volta conquistato non dimenticare che ha bisogno di essere nutrito come dal primo istante. Quando l'amore muore, non potrai più far nulla per riportarlo in vita."
Sotto due iniziali. M.S.
Massimo Stazzi.
Pierre non riusci mai più in vita sua a far fiorire un glicine, per quanto ci abbia provato decine di volte.
Firmato
Pierre 06/04/15

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