Guardandosi allo specchio si rese perfettamente conto del perchè ci stesse mettendo così tanto, in fondo le piccole righe che gli contornavano gli occhi non mentivano più di quanto non facessero tutti i suoi documenti. Non era più abituato, anzi, non ricordava più neppure come si  facesse. Ogni piccola e stupida decisione portava via minuti e minuti di tempo e sforzo mentale, e qualunque opzione scelta lasciava dietro di se dei dubbi che lo tormentavano.

Aveva optato per una camicia bianca, una giacca blu notte e dei pantaloni rosso mattone, dopo solo un’ora di riflessione.

Adesso doveva interrogarsi di nuovo, e decidere cosa farne dei suoi capelli. Un altro segno del tempo che è passato, dall’ultimo appuntamento erano diminuiti quei capelli castani, quasi rossicci. Se lo ricordava bene quell’ultimo appuntamento, aveva un’acconciatura da punk rocker, ma con una quantità esagerata di gel e lacca, sembravano fatti di pietra e riflettevano la luce, due cose che lei non mancò di notare, e sulle quali hanno riso su molte volte nel corso degli anni. Decise saggiamente di non replicare, e li pettinò semplicemente verso sinistra.

Mentre pensava a quale profumo mettersi, si rese conto che una cosa, nel tempo, non era cambiata. Quella sensazione di terrore che gli attanagliava il cuore, lo rendeva pesante e talmente caldo da sciogliergli il petto. Terrore dato dal voler fare una buona impressione, dal non mandare tutto a puttane, un po’ perchè lei gli piace, un po’ perchè con le donne è sempre stato pessimo. Aveva un talento naturale nel dire la cosa sbagliata, ad agire come un idiota, a prendere sempre la decisione peggiore. Ne aveva perse tante per colpa della prima impressione, nonostante fosse opinione generale che fosse un bel ragazzo. Con lei, però, non ci era riuscito, nonostante ci avesse provato in tutti i modi a farla scappare come le altre, con lei non c’era riuscito. Ogni suo comportamento goffo, ogni sua impacciataggine, ogni suo argomento fuori luogo, lei rimase lì, avvolta fino al naso nel suo maglione di lana grigo, per chissà quale strano motivo. Ci era rimasta per molto tempo, finchè, come una sigaretta abbandonata sul ciglio di un posacenere, si era spento tutto.

Le loro mattine erano fatte di cuscinate e battaglie di solletico, ma quando quella sigaretta si spense divennero molto diverse, dove nel più totale silenzio uno dei due si alzava e trovava l’altro che aveva già fatto colazione e guardava chissà cosa al cellulare. Entrambi, quando si dissero che non potevano immaginare la proria vita senza l’altro, erano sinceri, ci credevano con ogni fibra del loro essere. Le pagine strappate dei calendari, a poco a poco, non gli fecero dimenticare quella frase, fecero molto di peggio: Gli fecero dimenticare il motivo per la quale era stata pronunciata. Da lì il passo fu breve, diventarono da prima due coinquilini, poi due sconosciuti.

Si ricordò che doveva scegliere il profumo.

Decise di mettersi il profumo che aveva da quando era ragazzo, molto poco convinto che sortisse qualche effetto, ma considerandolo una specie di porta fortuna. Era ormai quasi arrivata l’ora di uscire, non voleva correre il rischio di arrivare in ritardo. Il film cominciava alle 17:30 e aveva deciso di andare in anticipo per prendere i biglietti.

Piove, ma la temperatura di Luglio fa decisamente il suo dovere, la camicia a maniche lunghe e la giacca diventano sempre più pesanti per colpa dell’umidità e del sudore. Ma non diede mai la colpa al caldo, avrebbe sudato anche a petto nudo. Nonostante la paura di fare cazzate ci fosse sempre stata, non aveva mai sudato così tanto. Probabilmente non era pronto a sentirsi di nuovo in quel modo, di aspettare una persona davanti ad un cinema, cercando di fare una buona impressione, scrutando la folla con la speranza di scorgerla, ma anche quella di non vederla, per il puro istinto di rimandare qualunque cosa ci provochi ansia.

Non potè fare a meno di chiedersi se le donne percepissero i primi appuntamenti allo stesso modo, se avessero paura anche loro di fare cavolate, dato che, a suo modo di vedere, in quella strampalata partita a scacchi che è un appuntamento sono le donne a muovere, sono loro che ti giudicano adatto o meno. Inevitabilmente si ritrovò a pensare di nuovo a lei, che per 6 anni era stata accanto a lui dopo che lui aveva provocato i soliti disastri, aveva addirittura centrato la macchina davanti alla sua uscendo dal parcheggio.

Sorrise amaramente, non era molto educato pensare a tutto questo poco prima di un nuovo appuntamento, ma non potè farne a meno. Si chiese come avessero fatto ad abituarsi talmente tanto l’uno all’altra da non riconoscersi, quando aveva smesso di chiederle come fosse andata la sua giornata, in quale momento lei le aveva stancamente fatto domande sullo sport soltanto per sentirlo parlare.

La scorse in mezzo alle persone che arrivavano, doveva essere uscita di casa quando non pioveva ancora, dato che indossava un vestito leggerissimo, giallo, senza spalline. La pioggia se l’era presa con i suoi capelli, che aderivano alla sua testa e alla sua nuca. Anche lei lo vide, e cominciò ad avvicinarsi.

Mentre si avvicinava il sentimento che lo logorava da tutto il giorno diventava man mano più opprimente, il cuore voleva soltanto uscire e sfogarsi con un sacco da pugile, tanto martellava forte. Non era sicuro che sarebbe anche solo riuscito a salutarla.

E mentre era in balia totale dei suoi pensieri lei si avvicinava, e ad ogni passo lei cambiava. Un passo verso di lui ed aveva i capelli asciutti. Un’altro passo e si erano allungati. Ancora più vicina, le piccole rughe intorno agli occhi erano sparite. Più vicina, adesso portava un berretto ed aveva le orecchie rosse per il freddo. Era quasi arrivata, ed indossava un maglione grigio.

Quando fu davanti a lui, e lo guardò con quei suoi dolcissimi occhioni scuri, con un sorriso imbarazzato che non le vedeva addosso da molto tempo, riuscì a trovare il fiato per salutarla:

“Ciao sconosciuta”.

Perchè in fondo, quando una sigaretta si spegne, prima che muoia, la sua brace è sufficiente per accenderne una nuova, e continuare a fumare, ricominciando da zero.

 

1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: RoRos  

Questo autore ha pubblicato 3 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Passeggiando in un parco di pioppi a Potenza, pensai di proporre al più presto al padre putativo della mia partner, un programma di preparazione al gioco della pelota, per potenziare i pettorali in vista di una partita di palla prigioniera nel palasport di Posillipo, in primavera, durante il periodo pasquale.
ma, porca putrella !, il povero paparino inciampò in un paletto di protezione del parterre per cui si fratturò  il perone e il pollice della mano sinistra.
lo portai prontamente al pronto soccorso con la mia Panda col portapacchi in plastica e due peluches a forma di pitone sul posteriore ma, purtroppo, rimasi in panne proprio nei pressi del Policlinico e così lo  caricai sulle spalle e lo lasciai nella portineria.
tornando sui miei passi, incontrai il mio parrucchiere, un tipo piuttosto palestrato pieno di piercing che mi offrì un paio di Pernod al Porky Bar e poi mi portò in un postribolo nei pressi del porto dove passammo piacevolissimi momenti con due peripatetiche peruviane con le poppe  come poponi.
Pienamente appagati entrammo nella pizzeria "Il pappagallo petulante" e ci rimpinzammo la pancia con un paio di pizze ai peperoni, piselli, paprika e pezzi di parmigiano, caraffe di  birra Poretti e, per finire, due panne  cotte e caffè corretti al Porto.
Prostrato, dalla particolare giornata, mi spaparanzai sulla mia poltrona in pelo di puma, mi  coprii  col mio plaid color pelle di pollo e mi assopii piano piano al triste suono della Patetica di Tchaikovsky........pace e bene....
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

Questo autore ha pubblicato 125 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
***
Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall'afa.
«Hai fame?» domandò Peppe.
Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sottolio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
«I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
«Quando avranno fame…» replicò Peppe.
Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
«Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
«Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
«Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
«Deve essere grosso, Peppe!»
«Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!».

***

Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all’ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com’era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Aurelio Zucchi*   Sostenitore del Club Poetico dal 04-03-2020

Questo autore ha pubblicato 285 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Col passare degli anni, non ti volti più a guardare indietro per capire quanta strada hai percorso, ma preferisci guardare avanti per capire quanto strada ti rimane ancora da percorrere. Spesso inciampi, fai fatica a rialzarti: con lo scorrere del tempo, rialzarsi diventa sempre più faticoso! Le ferite bruciano di più, gli occhi bruciano di più: tutto è più cocente. Il passo è malfermo; simile a quello di un bambino che si accinge a muovere i suoi primi passetti: l'unica differenza è che il bimbo col tempo acquisce sempre maggiore forza, mentre tu invece con gli anni che passano, ti sempre più debole. Così lasci che gli altri ti passino avanti: preferisci rimanere indietro: correre non ti interessa più. Se prima ambivi a gloriosi trofei, ora vuoi solo carezze. Se prima desideravi medaglie da appuntare sul tuo petto tronfio, ora vuoi solo abbracci. Col passare degli anni ti accorgi che non hai più tempo per rincorrere tanti sogni e così sempre più spesso, ti abbandoni ai ricordi. Perdoni in fretta: il tempo è troppo prezioso per sprecarlo in inezie. Un buon boccone masticato troppo in fretta finisce subito: assaporare la vita a piccoli morsi da maggiore soddisfazione. Oggi c'è la tendenza a cercare sempre cose nuove: quelle vecchie vengono messe in un angolo a giacere. Vecchie tradizioni, vecchi valori, pupazzi inanimati, scarpe rotte, bambole di pezza...appartengono ad un passato che viene accantonato: non serve più. La fretta ci impone di cercare cose nuove. Perfino la bambola che piaceva tanto alle bambine; quella che diceva "mamma", è ormai superata. E il fucile col quale si giocava a guardie e ladri, per assaltare la diligenza? Anche quello è superato. E tu ti senti come un vecchio baule con dentro vecchie cose. Il nuovo ha un profumo di nuovo, ma poi quando anch'esso diventa vecchio...giù nel baule. Quando invecchi riprendi le tue vecchie cose e ti ricordi delle domeniche trascorse in sala da pranzo: quella con il divano buono ricoperto con una coperta fatta a mano. Quel soffice e comodo divano, dove quando riposavi, sentivi l'odore della mamma e il calore della nonna. E poi...l'odore acre della pipa del nonno che si spandeva nell'ambiente; (già saturo del buon cibo della domenica), che faceva pendant col suo gilet marrone. Quante cose infilate in un vecchio e scricchiolante baule. Ed ora? Mentre gli altri corrono, ti fermi in riva al mare ad ascoltare il chiacchiericcio delle onde e con quei suoni componi piccole sinfonie. Ora lasci che il sole ti scaldi e se un raggio ti abbaglia gli occhi, tu non lo scacci via infastidito; ma chiudi appena appena gli occhi e lasci che ti baci le ciglia. Un fiore, una pietra colorata, una conchiglia; rispetto a prima, tutto ti pare più bello: col tempo tutto acquisisce maggiore pregio e valore. Col passare degli anni; l'erba ti pare più verde, il sole più giallo, il dolore più forte, l'amore più grande e tu...tu ti senti piu saggio e... più vecchio.
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 143 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Ascoltavo i suoni che in una notte come questa cambiano melodia nel candore che attutisce i passi sul poggiolo, mentre vedevo il tuo dolore allungarsi come una foglia bagnata. Calpestata. E farsi sottile. Quasi piccino. Come il fiocco di neve che stavo per accompagnare con la mano nel fiato caldo di un respiro.
Appena avrò terminato di masticare tabacco e di soffiare nello studiolo il freddo dal poggiolo, non appena smetterai di sentirti un libro dal quale si cancellano le parole e resta solo l’odore di vecchia carta ingiallita che ti riempie i polmoni, partiremo. Prendimi il braccio, e cerca di sopportare il peso delle tue nuvole. E scrivi, assecondando quel debole per le parole. Consegna alle pagine di quel libro i tuoi segreti, nella sua filigrana scorre il tuo stesso sangue. 
In un turbine di minuti cristalli danzeremo con gli abiti irrorati di gocce, e da una soffice nebula ci ritroveremo nell’angolo rischiarato di quella parte del giorno che non ti appare più famigliare. Io resterò come un vocabolo immobile sulla carta, tra l’inchiostro.
E al mio risveglio, sulla sedia davanti alla finestra aperta starnutirò per un fiocco di neve che mi solletica il naso e indiscreto si infila nel tiretto che odora di soffitta. Come quel sogno che da tutta la vita porto con me a sinistra sotto la giacca. Mi guardi dal bianco e nero di una fotografia che dovrebbe stare nel cassetto di qualcun altro, tu…
Tu che sei il brillio fermo di una lampara nell’inconsapevolezza della nebbia.

-una di quelle vecchie foto... che la trovi e ricordi, e pensi sia “la luce che è venuta fuori

 da una  tenebra caduta” (Alda Merini)

1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: MastroPoeta  

Questo autore ha pubblicato 492 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
- Forse non te ne accorgi, ma è la parte migliore di te che ti sta mangiando. A poco a poco, come una larva che crea gallerie in una foglia per vedere la luce; ma, quando la luce la vede, ci sono due opzioni: o non è pronta per diventare pupa mettendo in gioco la brodaglia di cui è composta, o le risorse sono finite. E comunque non è pronta...

- Facciamo un brindisi...

- Quell'alcool lo fa un lievito, mi segui? Ora, al lievito l'alcool fa palesemente schifo, lo riversa fuori dalla sua parete. Ma produrlo è l'unico modo che ha per ricavare un un minimo (e ripeto: un minimo) di energia quando gli manca l'ossigeno. È la stessa cosa che fai tu: cercare di sopravvivere quando quel granello di sabbia del mondo in cui vivi ti volta le spalle.

- Ma noi siamo filosofi, non ci manca niente e ci manca tutto. Possiamo passare al flusso di coscienza libera?

- Potremmo, ma in due non facciamo Joyce. Anzi, forse neanche Joyce è mai stato Joyce sul serio; o meglio, lo è stato ironicamente, mai per caso, ma mai sul serio.

- Vuoi dirmi che non potrò mai essere ciò che sono?

- No. O forse sì. Dipende da te. Scherzo, non dipende assolutamente da te. Dipende dal caso, tutto ciò che so è che dipende dal mondo in cui riderai a questo scherzo crudele.

- Insomma, sto mangiando la.mia parte migliore ma ho lo stomaco chiuso. Come te la spieghi?

- A volte si mangia per nausea, a volte si vomita per gola.

- E quindi qual è la soluzione?

- Eri bravo in matematica?

- Assolutamente no.

- Ecco, allora andrà tutto bene.
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Nicola Matteucci  

Questo autore ha pubblicato 374 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Era giunta attraverso le porte aperte, cercava la sua menzogna, il castigo che attendeva senza demeriti perché sapeva quanto fosse irrinunciabile quella occasione. Lasciò uno spiraglio alle spalle per la via di fuga, ma rimase costretta in quel piccolo spazio a causa della perfidia nascosta nella borzetta di plastica nera.
Rideva e si vantava del tradimento a danno dell'amante, quel torello credulone, e piazzava le sue trappole per catturare e stordire i suoi adulatori.
Ad un tratto si ritrovò con le spalle al muro, senza le armi che avevano perso il filo della lama, ma fu lesta a cancellarsi sopportando fremente i colpi della frusta sulle spalle ingobbite. La rincorrevano le risate e le parole a lei sì care che la rendevano abile nel turpiloquio e nella calunnia.
Attraverso le porte aperte, la megera sfuggì a fatica al linciaggio dei Protettori della morale che la esiliarono nel paese dei meschini e delle donne perse.
E tutti risero con la saliva tra i denti...

1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Libero  

Questo autore ha pubblicato 102 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Se ci sono attimi che durano solo brevi istanti e altri così intensi che durano una vita; è solo perché abbiamo saputo cogliere il famoso attimo(carpe diem) al momento giusto. È proprio così? In fondo è pur vero che la nostra vita è costellata di frammenti di oggi che si uniscono a pezzi di ieri. Il futuro è sempre impregnato di passato e quel che siamo oggi è la conseguenza delle scelte che abbiamo fatto ieri. Ma cosa ci induce a scegliere una strada anzichè un'altra? Non ci è dato sapere. Tuttavia, soventemente, le scelte fatte, quasi mai sono scelte volute e ponderate. Non sempre si ha il tempo e la possibilità di scegliere: è difficile quando il selezionato sei sempre tu! Scegliere vuol dire avere più opzioni: ma spesso le strade sono a senso unico. Prendi ad esempio il padre di famiglia che per sbarcare il lunario è costretto a fare più lavori e poi improvvisamente a causa dell'eccessivo stress si ammala. Chi avrebbe il coraggio di condannarlo! Eppure c'è sempre qualcuno che dice che se l'è andata a cercare e che se avesse lavorato meno, forse non gli sarebbe accaduto nulla. Banale e sbrigativa conclusione. Non manca mai purtroppo, il solito "saputone" strafottente, che per convenienza e lavandosene le mani, sputa sentenze a destra e a manca. Mi viene in mente intanto, il pulcino che rompe il guscio e un pezzo dello stesso gli rimane attaccato alla testa e gli fa da ombrello. È una gran bella fortuna avere sempre pronto un parasole, un parafulmine che si materializza alla bisogna. Avere un pezzo di guscio protettore sulla testa ('e sante mparaviso: i santi in paradiso), è purtroppo un privilegio di cui gode solo chi è fortunato. Purtroppo c'è chi al contrario, anziché un bel guscio, ha sulla testa un grosso macigno, un fardello, o peggio, una spada di Damocle che è costretto suo malgrado a portare sul capo a vita. A Napoli c'è un detto in che fa riferimento alla iella che perseguita chi prova a dirottare le contrarietà in altri lidi, ma alla fine...quasi mai ci riesce: "facesse na culata e ascesse 'o sole! (ogni volta che faccio il bucato piove.) Emblematica ed esaustiva spiegazione popolare; in cui si riscontra la rassegnata vena ironica di chi pensa che perfino il sole sia solo per pochi fortunati. Scambiarsi empaticamente i gusci non è da tutti: chi vuoi che si prenda la briga di barattare un carico leggero con uno pesante! Chi dalla vita ha ricevuto in dote un peso leggero e maneggevole, perché mai dovrebbe prendersi la briga di tirare l'altrui carretta! In fondo i problemi degli altri non sono problemi nostri...dicono alcuni. Molti per pulirsi la coscienza accusano qualche povero Cristo di essersela andata a cercare. Il peggio del peggio è quando sono proprio i peggiori a giudicarti. Perché purtroppo è quasi sempre così: il coltello dalla parte del manico solitamente ce l'ha sempre chi non sa dividere il pane. La condivisione dei beni materiali ha un enorme valore: importante quanto quella dei beni spirituali. Imparare a donare ai meno fortunati è un po' come regalare un pezzettino di guscio buono a chi ne ha uno piuttosto malconcio. Questo è ciò che si predica, ma in realtà, sempre più spesso, la carità cristiana si riduce a quel frettoloso scambio di mani che si sfiorano durante la funzione domenicale: il classico buonismo del giorno di festa. L'abito della festa (il vestito buono per alcuni)è il classico abito di scena: quello che si indossa quando si deve apparire. In fondo ciò che conta è fare bella figura: appunto solo figure; ovvero anime di carta e la carta si sa... deperisce con le lacrime. Non importa se sotto il vestito hai un cuore ricoperto di cenci: ciò che conta è l'aspetto esteriore. E così (per la gioia di chi pensa solo ed unicamente al proprio tornaconto) fino a quando nessuno sarà disposto a barattare un po' di guscio buono con un pezzettino di guscio malandato...a pagarne le disastrose conseguenze...sarà sempre il solito Calimero.
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 143 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
L'estrinsecazione ortobotanica del fagiolo
cornuto di Tasmania, compenetra una sorta di discinesia omofobica pressapochistica nella sequenza paradontale della mascella del cervo a primavera in calore delle Alpi Cozie.. oh cacchio !
Le conseguenze si ripercuotono così inevitabilmente nell'accelerazione forzosa dell'ovulazione gametica del cromosoma x del pitone maschio di Patagonia che, com'è noto, non è solo un serpente ma un pensiero frequente che ci invade la mente.
La qualcosa genera dunque un parallelismo perfetto con l'impollinazione stagionale dei fiori primaverili del Sud Tirolo da parte dell'ape Maya che qui viene a soggiornare in un arnia a 5 stelle
dotata di una esclusiva sala massaggi alla pappa reale, allietata inoltre da un coro di caprette che le fanno, ciao.
In conclusione, gli equilibri ecologici improntati
ai sani principi base del WWF, ben si
compenetrano con la strenua difesa dell'habitat della foca monaca di clausura destinata al delfinario di Rimini e ai parchi acquatici di tutta l'Italia... era ora, finalmente !!
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

Questo autore ha pubblicato 125 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Posso finalmente scavare tra i calcinacci e le speranze. Da qualche giorno si sono spenti i roghi, insieme al rumore dei bombardamenti. A dire il vero sono fortunato… ho sempre e solo sentito gli schianti, vicini ma non troppo. E sono fortunato ad avere ancora in buono stato la carcassa di un’auto proprio dietro al forno. Quello è restato in piedi. Ma sempre da qualche giorno anche il pane vecchio scarseggia. Così ho ridotto i pasti al desinare verso il calar del sole, e grazie al cielo è rimasto un pantano dove prima c’era il pozzo. La sera avvolgo le mani nelle foglie di frumentone, che al granturco non servon più. E la sera scrivo. Mi è rimasta pure una matita nel taschino, anche se fra un po’ non potrò più far la punta. Per non scordare chi sono, o dimenticare chi amo. Qui non c’è nessuno da parecchio tempo, e non so più se siano passati ventisette giorni o anni. 
Poi sono fortunato perché mi è riuscito di salvare un tesoro… la notte apro piano il cassetto che ha una molla rotta del cruscotto e prendo la fotografia di mia moglie e i miei figli un’estate al mare, facendo attenzione a non rovinarla. E ogni notte li guardo.
Quando sono fortunato chiudo gli occhi qualche ora, ma mi sveglia quasi sempre il rumore degli ultimi calcinacci che ancora cadono. Alle prime luci mi rimetto a scavare… tra quelli, e le poche speranze che ancora non cadono.
Forse ho detto tante volte e troppe che son stato fortunato, ma un’altra parola non la trovo per quella mattina… credo fosse primavera quando dalle rovine dietro il muretto a secco ho sentito un ragazzino -Papà, buon compleanno papà mio…-, e qualche passo avanti a lui quasi due uomini con la forza ancora di piangere. E lei. Il passo lento e stanco, ma sempre così bella anche col viso sporco tra i capelli ingrigiti. E anche se il sole tiepido mi accecava quasi gli occhi potevo scorgere con loro un’altra persona, forse una donna… Me li aveva riportati.

“Me li avevi riportati. Ricordi!?”.  <Ricordo. Avevo sentito alla radio che la guerra da te era stata più devastante che altrove. E un mattino ero partita con un mezzo di fortuna… una specie di corriera>. Da allora ogni giorno verso il calar del sole prendiamo il tè nella veranda del piccolo bungalow che mi sono potuto permettere, e riusciamo ancora a ridere davanti alla fotografia che la vita ci ha permesso di fare: io con mia moglie e i miei figli e tu, l’amica che mi ha aiutato a non scordare chi sono, o dimenticare chi amo.

1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: MastroPoeta  

Questo autore ha pubblicato 492 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.