Era giunta attraverso le porte aperte, cercava la sua menzogna, il castigo che attendeva senza demeriti perché sapeva quanto fosse irrinunciabile quella occasione. Lasciò uno spiraglio alle spalle per la via di fuga, ma rimase costretta in quel piccolo spazio a causa della perfidia nascosta nella borzetta di plastica nera.
Rideva e si vantava del tradimento a danno dell'amante, quel torello credulone, e piazzava le sue trappole per catturare e stordire i suoi adulatori.
Ad un tratto si ritrovò con le spalle al muro, senza le armi che avevano perso il filo della lama, ma fu lesta a cancellarsi sopportando fremente i colpi della frusta sulle spalle ingobbite. La rincorrevano le risate e le parole a lei sì care che la rendevano abile nel turpiloquio e nella calunnia.
Attraverso le porte aperte, la megera sfuggì a fatica al linciaggio dei Protettori della morale che la esiliarono nel paese dei meschini e delle donne perse.
E tutti risero con la saliva tra i denti...

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Profilo Autore: Libero  

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Se ci sono attimi che durano solo brevi istanti e altri così intensi che durano una vita; è solo perché abbiamo saputo cogliere il famoso attimo(carpe diem) al momento giusto. È proprio così? In fondo è pur vero che la nostra vita è costellata di frammenti di oggi che si uniscono a pezzi di ieri. Il futuro è sempre impregnato di passato e quel che siamo oggi è la conseguenza delle scelte che abbiamo fatto ieri. Ma cosa ci induce a scegliere una strada anzichè un'altra? Non ci è dato sapere. Tuttavia, soventemente, le scelte fatte, quasi mai sono scelte volute e ponderate. Non sempre si ha il tempo e la possibilità di scegliere: è difficile quando il selezionato sei sempre tu! Scegliere vuol dire avere più opzioni: ma spesso le strade sono a senso unico. Prendi ad esempio il padre di famiglia che per sbarcare il lunario è costretto a fare più lavori e poi improvvisamente a causa dell'eccessivo stress si ammala. Chi avrebbe il coraggio di condannarlo! Eppure c'è sempre qualcuno che dice che se l'è andata a cercare e che se avesse lavorato meno, forse non gli sarebbe accaduto nulla. Banale e sbrigativa conclusione. Non manca mai purtroppo, il solito "saputone" strafottente, che per convenienza e lavandosene le mani, sputa sentenze a destra e a manca. Mi viene in mente intanto, il pulcino che rompe il guscio e un pezzo dello stesso gli rimane attaccato alla testa e gli fa da ombrello. È una gran bella fortuna avere sempre pronto un parasole, un parafulmine che si materializza alla bisogna. Avere un pezzo di guscio protettore sulla testa ('e sante mparaviso: i santi in paradiso), è purtroppo un privilegio di cui gode solo chi è fortunato. Purtroppo c'è chi al contrario, anziché un bel guscio, ha sulla testa un grosso macigno, un fardello, o peggio, una spada di Damocle che è costretto suo malgrado a portare sul capo a vita. A Napoli c'è un detto in che fa riferimento alla iella che perseguita chi prova a dirottare le contrarietà in altri lidi, ma alla fine...quasi mai ci riesce: "facesse na culata e ascesse 'o sole! (ogni volta che faccio il bucato piove.) Emblematica ed esaustiva spiegazione popolare; in cui si riscontra la rassegnata vena ironica di chi pensa che perfino il sole sia solo per pochi fortunati. Scambiarsi empaticamente i gusci non è da tutti: chi vuoi che si prenda la briga di barattare un carico leggero con uno pesante! Chi dalla vita ha ricevuto in dote un peso leggero e maneggevole, perché mai dovrebbe prendersi la briga di tirare l'altrui carretta! In fondo i problemi degli altri non sono problemi nostri...dicono alcuni. Molti per pulirsi la coscienza accusano qualche povero Cristo di essersela andata a cercare. Il peggio del peggio è quando sono proprio i peggiori a giudicarti. Perché purtroppo è quasi sempre così: il coltello dalla parte del manico solitamente ce l'ha sempre chi non sa dividere il pane. La condivisione dei beni materiali ha un enorme valore: importante quanto quella dei beni spirituali. Imparare a donare ai meno fortunati è un po' come regalare un pezzettino di guscio buono a chi ne ha uno piuttosto malconcio. Questo è ciò che si predica, ma in realtà, sempre più spesso, la carità cristiana si riduce a quel frettoloso scambio di mani che si sfiorano durante la funzione domenicale: il classico buonismo del giorno di festa. L'abito della festa (il vestito buono per alcuni)è il classico abito di scena: quello che si indossa quando si deve apparire. In fondo ciò che conta è fare bella figura: appunto solo figure; ovvero anime di carta e la carta si sa... deperisce con le lacrime. Non importa se sotto il vestito hai un cuore ricoperto di cenci: ciò che conta è l'aspetto esteriore. E così (per la gioia di chi pensa solo ed unicamente al proprio tornaconto) fino a quando nessuno sarà disposto a barattare un po' di guscio buono con un pezzettino di guscio malandato...a pagarne le disastrose conseguenze...sarà sempre il solito Calimero.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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L'estrinsecazione ortobotanica del fagiolo
cornuto di Tasmania, compenetra una sorta di discinesia omofobica pressapochistica nella sequenza paradontale della mascella del cervo a primavera in calore delle Alpi Cozie.. oh cacchio !
Le conseguenze si ripercuotono così inevitabilmente nell'accelerazione forzosa dell'ovulazione gametica del cromosoma x del pitone maschio di Patagonia che, com'è noto, non è solo un serpente ma un pensiero frequente che ci invade la mente.
La qualcosa genera dunque un parallelismo perfetto con l'impollinazione stagionale dei fiori primaverili del Sud Tirolo da parte dell'ape Maya che qui viene a soggiornare in un arnia a 5 stelle
dotata di una esclusiva sala massaggi alla pappa reale, allietata inoltre da un coro di caprette che le fanno, ciao.
In conclusione, gli equilibri ecologici improntati
ai sani principi base del WWF, ben si
compenetrano con la strenua difesa dell'habitat della foca monaca di clausura destinata al delfinario di Rimini e ai parchi acquatici di tutta l'Italia... era ora, finalmente !!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Posso finalmente scavare tra i calcinacci e le speranze. Da qualche giorno si sono spenti i roghi, insieme al rumore dei bombardamenti. A dire il vero sono fortunato… ho sempre e solo sentito gli schianti, vicini ma non troppo. E sono fortunato ad avere ancora in buono stato la carcassa di un’auto proprio dietro al forno. Quello è restato in piedi. Ma sempre da qualche giorno anche il pane vecchio scarseggia. Così ho ridotto i pasti al desinare verso il calar del sole, e grazie al cielo è rimasto un pantano dove prima c’era il pozzo. La sera avvolgo le mani nelle foglie di frumentone, che al granturco non servon più. E la sera scrivo. Mi è rimasta pure una matita nel taschino, anche se fra un po’ non potrò più far la punta. Per non scordare chi sono, o dimenticare chi amo. Qui non c’è nessuno da parecchio tempo, e non so più se siano passati ventisette giorni o anni. 
Poi sono fortunato perché mi è riuscito di salvare un tesoro… la notte apro piano il cassetto che ha una molla rotta del cruscotto e prendo la fotografia di mia moglie e i miei figli un’estate al mare, facendo attenzione a non rovinarla. E ogni notte li guardo.
Quando sono fortunato chiudo gli occhi qualche ora, ma mi sveglia quasi sempre il rumore degli ultimi calcinacci che ancora cadono. Alle prime luci mi rimetto a scavare… tra quelli, e le poche speranze che ancora non cadono.
Forse ho detto tante volte e troppe che son stato fortunato, ma un’altra parola non la trovo per quella mattina… credo fosse primavera quando dalle rovine dietro il muretto a secco ho sentito un ragazzino -Papà, buon compleanno papà mio…-, e qualche passo avanti a lui quasi due uomini con la forza ancora di piangere. E lei. Il passo lento e stanco, ma sempre così bella anche col viso sporco tra i capelli ingrigiti. E anche se il sole tiepido mi accecava quasi gli occhi potevo scorgere con loro un’altra persona, forse una donna… Me li aveva riportati.

“Me li avevi riportati. Ricordi!?”.  <Ricordo. Avevo sentito alla radio che la guerra da te era stata più devastante che altrove. E un mattino ero partita con un mezzo di fortuna… una specie di corriera>. Da allora ogni giorno verso il calar del sole prendiamo il tè nella veranda del piccolo bungalow che mi sono potuto permettere, e riusciamo ancora a ridere davanti alla fotografia che la vita ci ha permesso di fare: io con mia moglie e i miei figli e tu, l’amica che mi ha aiutato a non scordare chi sono, o dimenticare chi amo.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Una lacrima da un ciglio di donna scivolò su un ritaglio di luna. Penzolava, e dondolava in un lembo di cielo finchè cadde. La cullò la manovella di un carillon, e solo quando non più piccina… se ne prese cura un tempo di 3/4 sul pentagramma. Qualcuno dice somigliasse a Venere, qualcun altro giura non sapesse di piangere. E la chiama mamma.  
Fuorchè una sincera lietezza per l’emozione lasciata nel cuore, sento che altro ahimè ballerina non sia riuscita a trasmettere. “Excusez-moi”. Un amico giorni fa leggendo questa poesia mi disse soltanto: Mi sembra di cogliere un dramma. Comunque “merci... rien ne va plus”.
Elegante come la prima stella della sera, in bilico sui suoi passi nobili e lenti danzava in un valzer con la sua bambina tra le braccia in un tenue bagliore che sfiorando la coda del pianoforte la invitava a seguirla tra le nuvole di una luna mezza falcata. Adagiata nella culla, la bimba la guardava dormire. Da quel giorno continuò a dormire, e ballerina continuò a provare quei passi… duri, troppo grandi. Come i visi tirati accanto a lei di chi da quel giorno è stato sempre troppo lontano. Troppo altrove. Quei passi stanchi sul far di ogni sera. Diciotto soli passi di quel valzer francese che ora sono i passi eleganti e nobili, e lenti di ballerina. Adesso che dal cielo l’accompagna la sua mamma.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Si posa sui piedi e sulle mani nude per riscaldarle. Si adagia sulle radure per infoltirle. Giace sul ramo gelido per sciogliere il ghiaccio. Scalda le ali fredde del passerotto; per permettergli di volare più in alto. Emana calore; quando sui brulli rami si posa. Penetra i platani e gli olmi. Feconda le foglie dei boschi...e dai rami nascono strisce di luce. Ossequioso si introduce nelle chiese; dai finestroni illumina i volti dei santi. Intrufolandosi fra i ceri accesi e tra i grani di un rosario, tocca le mani giunte e prega con te. Illumina i volti di madonne, di bambini, di ricchi, di poveri e recita preghiere. Non fa distinzione di razza, di colore: il sole riscalda tutti. Come una grande madre si prende cura dei suoi figli: coprendoli coi suoi caldi raggi. Solitamente, quando entra nelle case per donare calore, lo fa con discrezione: entra pian pianino dagli spioncini e delicatamente sfiora guance, labbra e schiocca baci. Talvolta però è sfacciato: ti accarezza le gambe, il seno, le orecchie, la bocca, il collo e tu lo lasci fare: nessuno può mandare via il sole; anche se è caparbio e spesso entra senza bussare. Anche se secca la pelle, anche se fende le zolle, non si può non amare il sole! Spesso è irruento, però è anche ingenuo; quando testardo spacca coi suoi raggi i terreni incolti: convinto che ogni terra nasconda un seme. Nasce, muore, risorge e tramonta...e noi nasciamo con lui ogni giorno e moriamo insieme a lui ogni notte. Tutti noi abbiamo dentro il nostro piccolo sole: come stelle piene di luce, appena desti...alziamo gli occhi al cielo e felici di brillare...ringraziamo il sole.
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Alcune vite fa scrissi due poesie sul Natale. “La leggenda del giocoliere” dove un poveromo, capace ancora di accorgersi di un fiore cresciuto in un tombino di scolo, portò in dono al bambinello l’unica cosa che sapeva fare. Volteggi e palle colorate. Come quelle di vetro, plexiglass o plasticaccia, conta poco, che addobbano l’albero d’ognuno accanto alla porta.
Anche se so bene che il vinaio del presepe vi vede che nella parte dietro mettete meno palline.
Potrei dirvi che nello scatolone le statuine è come se prendessero vita per passare l’anno a intrecciarvi le lucine. O che ogni volta mi addormento quando tirate fuori le pecorelle una ad una.
Chi sono io? Sono stato in presepi dove c’erano troppe pecore, ma nessuna voglia di toglierle. Così qualcuno ci metteva un lupo.
Potrei raccontarvi di come Giuseppe, oppresso dallo scenario nel quale viviamo, ieri se ne sia andato a comprare le sigarette e non sia ancora tornato…
O dei pecorai in fila con gli smartphone in mano per farsi a turno un selfie con i Magi.
E chi è lei che ancora apprezza incenso e mirra, e non si aspetta uno chalet di montagna a Natale e un brillocco sotto al vischio, a cui rivolgo questi auguri?
Io sono il pastorello che dorme beato e che si immagina il presepe sognando. E se Babbo Natale mi ha insegnato qualcosa, è che se ti presenti solo una volta l’anno tutti sono felici di vederti.
Già, quasi dimenticavo… la seconda poesia. “Il bambino cieco di Betlemme” quella notte in cui tutto correva verso un’unica mangiatoia seguì il suono forte delle campane delle greggi fin sotto la cometa, che splendeva come oggi a metà mese la spia della benzina.
Qualcuno a mezzanotte anche stanotte che è Natale farà gli auguri ai cigli delle porte e brinderà con l’ultimo cappone, senza piume ma che almeno attraversa sulle strisce, davanti all’albero di qualcuno con le campanelle.
Lei è la mia amica di penna. Nel suo presepe, Maria fa le pernacchie sul pancino a Gesù e le sue risate si sentono in tutto il mondo.

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Papà si chiamava Domenico. Papà condivideva le giornate oramai da degli anni con una lesione al tendine del braccio che gli tarpava le ali. Un dolore divenuto lancinante, come se qualcosa si lacerasse… quando se ne andò.
Il sole che scalfisce la sua lapide oggi pare un fiore dai grandi capolini giallo aranciati con i petali spettinati.
Quando toccherà a me lo farò in una nota calante, con l’odore di pioggia e foglie gialle delle caldarroste che impregna le narici. E gli occhi stanchi, e saturi di parole.
Se sarai, come fai sempre quando non ci sono allo scrittoio, figliolo… alza la carta carbone. Non mi arrabbierò, e riscrivi con il tuo rispetto quell’unica frase sottolineata. Leggerai senza comprendere, e senza comprendere cercando di pulirti dalla guancia una macchia privata obbedirai a tuo padre. Aspetterai che asciughi, e che i cuori sulla soglia entrino come un torrente tumido a rincorrersi con le anime felici, chiudendo la porta e restandoci per sempre. Guardandoti il palmo attenderai che anche il tuo ritorni a battere come si deve. E scriverai…
Ricorda che siamo gente semplice che per arrivare a fine mese lavora e prega, e…
Scrivila adesso quella frase.

Il suo cuore rileggeva sempre lo stesso capoverso.

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L’aria fredda che arrivava dalla gola tra i monti lo sorprese mentre si avviava alla fermata dell’autobus che lo avrebbe portato in stazione. Sollevò il corto colletto del giubbotto nella speranza  di proteggersi il collo, ma non ottenne il risultato sperato. Ieri aveva goduto di una piacevole giornata di sole che lo aveva convinto di indossare quel giubbotto primaverile e oggi, nella fretta di uscire di casa, lo aveva staccato dall’appendiabiti dell’ingresso con noncuranza. La cartella batteva sulla coscia sinistra mentre affrettava il passo, quasi come un pendolo che scandisce le ore, ma nella sua mente rigurgitava costantemente il pensiero del la ragazza che vedeva da lontano e sapeva di amare. Non aveva ancora avuto il coraggio di fermarla, di parlarle, di presentarsi, ma poi questa mattina si era fatto forza, spinto dai sentimenti  e dall’attrazione fisica che lo consumava. Lei era alla fermata, un’apparizione celestiale! Le si avvicinò.

-Ciao…scusami…io sono Stefano. Non voglio importunarti, ma vorrei conoscerti… e invitarti… a fare una passeggiata.

Lei lo fissò con i suoi occhi di cielo, come quando è sgombro dalle nuvole ed è di un azzurro intenso. Stefano ritirò la mano che le aveva teso, provando un senso d’imbarazzo nel capire che lei era rimasta immobile e indifferente.

-Sei un bastardo…sei un gran bastardo! Pensi che io sia così ingenua dal crederti? Tu hai volgari intenzioni, sei un disgustoso bastardo!

Poi girò le spalle e se ne andò,  non senza volgere più volte lo sguardo irato verso l’allibito ragazzo.

Stefano, confuso,  si ripeteva  quel terribile aggettivo che rimbombava nella mente. Era rimasto immobile e impietrito. Lei ormai era lontana, un miraggio nel deserto… Poi  si riscosse all’improvviso, quando giunse alle sue orecchie l’urlo sguaiato di un ragazzino che gli gridava a brevi, aggressivi intervalli : -Bastardo! bastardo! bastardo! Sei un gran bastardo!!!

Aveva sentito la risposta della ragazza, mettendo in atto il suo piano criminale. Poi, soddisfatto, si allontanò e riprese la sua corsa in bicicletta. Stefano si ripeteva che era un bastardo e si convinse d’essere un bastardo.
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Ho stretto un patto con la morte. Lei viene quando ne ha voglia con delle richieste quanto meno bizzarre che io non devo fare altro che assecondare. Qual è la mia parte in questo accordo bislacco?
Ho i capelli tanto corti… e il cancro.
La prima volta che è venuta a trovarmi, da oltre il crinale avevo deciso di scendere in paese per far scorta di cibo e bevande. A ripensarci, con la mia andatura dinoccolata parevo un omino di pan di zenzero che si strofinava a grandi passi alle foglie di marasca. E a grandi morsi trangugiavo amaretti uno via l’altro, annusando inebriata l’incarto. Una bambina vestita di bianco, seduta su di un tronco muschioso <Ciao signora… mi piacciono tanto gli amaretti >. “Ciao, prendine uno” io, cercando di scantonare. <Signora, me ne dai un altro?>. Bloccandomi, visibilmente contrariata “Tienili pure, ma ora torna a casa”. Già ripartita, e di spalle <Grazie. Devo dirti ancora una cosa…  Domani mattina il tuo buongiorno avrà il sapore di un bacio freddo all’angolo delle labbra>.
Con le gambe impietrite e il cuore di corsa guardai al cielo, e poi di nuovo il tronco. Nessuno oltre me. L’avevo sognata!?
Oggi ho uno scialle di lana grossa, e c’è quell’aria immobile di quando sta per nevicare. E continuo a pensare a quando da bambina mettevo un maglione che mi arrivava alle ginocchia, come a coprire anche il futuro.
L’ultima volta mi ha fatto visita al tramonto… uno di quei tramonti che tutti si fermano a guardare.
Una vecchina lavorava a maglia sulla sedia a dondolo della cucina. Composta. Percepivo il tempo scorrere appeso ai ferri.
Quando tornerà le darò uno di quei cappelli che lasciano scoperti solo gli occhi, che le ho cucito.
E le dirò che sono stanca.

In questo volo senza pilota Mariangela lascia tre figli. La più piccola… adora il pan di zenzero.

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