L'asservimento bovino del
bisonte muschiato nord-colombiano
alla gogna mediatica maremmana
tardo gotica, fomenta una discrasia psichedelico agroalimentare nei pascoli
foraggiferi del basso Lazio,
compenetrando l'habitat del
procione di Tasmania con
l'avifauna specifica del deserto
del Gobi, con ricadute evidenti
sulla setosità raffinata dei cappotti di cammello della Maison Dior.
A tal risultato si aggiunga pure che l'epistassi romanocentrica barricadiera, giunta a volo radente, potrebbe trasformarsi inesorabilmente in una volèe incrociata destroconvessa, degna della migliore milonga Argentina, provocando altresì una catarsi monoclonale proteiforme di spiccato coinvolgimento militaresco austroungarico, decisamente insurrezionale durante il solstizio d'estate.
Olè!
Sono un piacevole piacione di Piacenza
poco portato per il Pilates e, purtroppo, preferisco i piaceri della tavola, tipo i paccheri alla puttanesca, il polipo con patate, il pollo alla paprika con profumo di provola, il prosciutto di Praga, i profiteroles senza polifosfati e una bella pinta di Picolit.
Amo poi il passato di pomodoro, il passito di Pantelleria, i peli di puzzola pretrattati al polonio, il paso-doble, le pesche alla Pompadour, le pizze a pezzi, i piatti di porcellana e i giochi di palla prigioniera.
Sono anche un populista poco policitizzato, amo pescare il pesce palla con la paranza e a volte mi piace postare sui siti porno i peli del pube del Pibe de oro. Poi sono propenso alla poligamia, mi piacciono le polinesiane con ai piedi le pedule, le padelle in pirex, i pon-pon in piume di pavone, le pere passacrassane e i porta pillole in porcellana e pirite piroclastica…però! sono proprio particolare!
Petali di petunia a tutti! Prosit!
La misi in gabbia ,metallo lucido ,decollata .
Onde ,onde ,onde ,
Oscillazioni e strisce di gocce ordinate che perdevano la presa si lasciavano sbattere al suolo.
Una scena orrenda ,tutto quel liquido che schizzava via e non un passante che facesse un solo gesto in mio aiuto.
Si' ,in aiuto a me che apparivo come boia e reietto.
dire " che atrocità!".
Il salasso ebbe fine ed estrassi da quella gabbia ciò che presto avrei fatto a pezzi.
Coltello a lama feroce , mano impavida e colpi discendenti per non dimenticare un solo lembo.
Pulita ,umida e croccante anche alle mani,mentre tutti si coprivano gli occhi,e se dico tutti ,parlo di piccoli insetti,minuscole formiche ,un vermetto solitario verde ..tutti guardavano e piangevano senza cognizione .
Finito il vilipendio alla creatura morta ,prima viva , ne presi un pezzo e lo portai alla bocca ...Fresco, rumoroso ,sciapo e debole .
Questa testa di insalata non aveva più forma riconoscibile e decisi di farla finita con olio ...aceto ..sale..su tutte le ferite.
postfazione
Davanti alle caldarroste e al buon vino le chiacchiere riscaldavano l’aria Della Cannella al crepitio del fuoco.
Lobella e Arnica ancheggiavano in una danza spensierata e gaia mentre Adamantina si intratteneva con la locandiera.
Edgar sedeva a bere con Samaèl, a pochi passi da loro sulla sedia rivolta al focolare dormiva il lemure.
A terra, inosservato un tovagliolo mostrava una scritta
PICTA
Adesso so.
Quest’unica, singola volta proverò a dissuadervi dall’origliare il mormorio sommesso del mio conversare solo. E non negherò la nera ombra del mio interlocutore.
Non udirete uno straziato gracchiare, non un graduale miagolio. Né un soffio.
Ma lo sguardo di quella presenza.
(da L’autore del Tomo- secundo libro)
ringraziamenti
Cenni aranciati dal Canale Villoresi s'allungavano sul mare a quadretti, mentre perigli si perdean tra le cime del Roero.
Piano scioglieva la neve in coda di rondine. Intanto sul canavese giungeva ancora l'estate…
Cieli diversi sulla pagina autografa giacciono come gratitudine al lettore.
Un ringraziamento particolare va a “Benedetta” che ha seguito l’intera stesura.
sommario
Preambolo
Prefazione
Il cippo fuori Varsavia e la comparsa di Samaèl Propinquus (cap. I)
Samaèl Propinquus e il Palazzo sull’Acqua (cap. II)
Samaèl forse vi guarda dormire (cap. III)
Le ore si posano lente come fa la neve (cap. IV)
Errata corrige- Samaèl, il concepimento
Le dieci stanze (Tristezza e Iracondia. E Locus, l’ultima stanza) - cap. V
La seconda stanza (Avidità)- L’occhio dell’avido è profondo come l’inferno (cap. VI)
La terza stanza (Onnipotenza)- Sogno l’onnipotenza della scrittura, e poi scrivo il mio sogno (cap. VII)
La quarta stanza (Vanagloria)- Mangime per il proprio ego (cap. VIII)
La quinta stanza (Insaziabilità)- A cena con qualche rimorso, se pur non invitato (cap. IX)
L’ottava stanza (Ingordigia)- La fame è lo schizzo di una signora perbene (cap. X)
La sesta stanza (Gelosia)- L’unica cosa che gli angeli ci invidiano (cap. XI)
La settima stanza (Immobilismo)- In cerchio le foglie d’autunno (cap. XII)
-nel Medioevo si credeva che fossero peccati capitali anche tristezza e vanagloria
indice analitico
PERSONAGGI
-Adamantina, la figura vermiglia che custodisce il cuore di un angelo
-Arnica, la figlia adolescente di Lobella che conosce il latino
-Benedetta (Iaska), la locandiera
-Christopher, l’agente letterario
-Dis, Signore dell’aldilà
- Dozorca (Dyaus), custode al Palazzo sull’Acqua e marito di Lobella
-Edgar “Allan 17” , il camionista e contadino
-Famulus, il lemure ai servigi di Samaèl
-Gavri’el, l’anziano della locanda
-il fidanzato di Arnica
-il figlio di Benedetta, docente a Edimburgo
-il Nahum, la creatura demoniaca che conosce il passato e il futuro
-il padre di Edgar, mezzadro di là del crinale
-il Tiyanak, l’essere vampirico
-Joanne, l’autrice di Harry Potter
-la bambina dei wafer
-Lobella (Dortmanna), la romanziera
-Lucifero (Mefistofele) il maligno, il serafino caduto
-Samaèl Propinquus, l’ arcangelo caduto
-Zelo l’artigiano, marito di Benedetta
LUOGHI
-Hogsmeade, un paesino della Northumbria
-la drogheria del paese
-la locanda Della Cannella
-lo studiolo dell’autore
-Parco Lazienki con il Palazzo sull’Acqua, uno dei maggiori parchi pubblici di Varsavia che si estende su 76 ettari
-Statale intorno al km 13, è la Ujazdów Avenue un'importante via parallela al fiume Vistola che porta al quartiere centrale di Varsavia
-sul volo Varsavia-Edimburgo
liber primus

Caput duodecimum
La settima stanza
-In cerchio le foglie d’autunno
Condivido le giornate oramai da degli anni con un’ernia cervicale che mi tarpa le ali, un dolore lancinante come se qualcosa si lacerasse tra il collo e la schiena.
Come un’ala recisa, quando la notte il cielo di ardesia e gesso sul soffitto si scarabocchia di una nuova idea delicata.
Allora guardo l’orologio col timore che possa essere uccisa da un ticchettio o da uno starnuto, uno sbadiglio.
Solitamente viene spaventata dal movimento del mio sopracciglio sinistro, in tal guisa, con garbo nelle mani a conca la porto con me sullo scrittoio.
«Non siamo ancora alla fine»
“Ssht, la farai scappare… così sei nato anche tu”
«Quando i bucaneve alla finestra allungheranno i petali a conservare lo stato delle cose, la tua condizione ti sembrerà sprofondare nell’immobilismo sul foglio bianco della prima neve» Samaèl seduto all’angolo, sorseggiando il caffè oramai freddo
«…è allora che scriverai quell’ultima frase»
Nello studiolo niente altro che la capinera sul desktop che becca la cinciallegra. Nessuna mail di qualcosa di simile a una casa editrice.
È stato allora.
Non resistetti e aprii il tomo… con tutta la sua oscurità, e ne fui risucchiato.
Nell’enorme spiazzo di pietruzze accanto alla locanda, a pochi passi dal capanno un fazzoletto di terra. Non un albero, non un fiore neanche un filo d’erba cresce all’interno nei limiti del cerchio. Solo appassimento e morte che dal centro si espandono fino ai suoi confini.
Questa notte di solstizio d’inverno dal finestrino abbassato Samaèl osserva poco lontano, quando si apre lo sportello della Volga nera
«Non saresti dovuta venire»
<Non avresti dovuto permettermi di sentire i tuoi pensieri…>
«Benedetta, ascoltami bene. Porta via Adamantina, e il…»
<Sarà un bambino fortunato. Avrà due genitori che lo ameranno>
Sul sedile posteriore la bambina del crinale con la bocca sporca di wafer, in silenzio.
<Chi è lei?> Benedetta, salendo non l’aveva vista.
«E’ chi il lettore vuole che sia» tacendo il susseguente esergo in una smorfia.
«Io non so amare, non più…»
<Fa ciò che va fatto, e torna da loro. Imparerai di nuovo, col tempo>
Sentì il candore della neve nella carezza di lei.
Ora era davvero solo.
Un essere intonso camminando in circolo intorno all’anello
‘ Mi ecciterete da morti… Sentite di nuovo quel ru-mo-re?
Narratelo!
E indovinate… chi-è-mor-to? ’
I ratti del capanno a quella cantilena contavano le briciole di follia tra quelle di pane.
‘ Samaèl… non ti aspettavo.
Hai fatto bene a venire. Sai che faremo!?
Scompariremo proprio al centro del cerchio poco prima dell’alba.
In questa notte di luna piena mi pregherai di portarti con me all’inferno ’
Le foglie cadevano ai bordi del cerchio. Al centro come un bisbiglio dal capestro mosso appena dal vento, della forca nello spasmo d’un piede in fondo al tronco del figlio della locandiera.
Samaèl era inginocchiato, ricoperto dal fogliame fino al costato.
‘ Reprobi angelus… Non dovevi venire solo.
Mi man-che-rai da morto ’
«Non narro le cose. Narro solo le differenze tra le cose.
E non sono solo…»
Nella risata irridente di Lucifero c’era tutto il tormento di Samaèl.
«Adesso autore, scrivila adesso quella frase! »
Dalle pagine del Tomo, quelle ancora da scrivere
“Se sei lì seduto, come fai sempre quando non sono allo scrittoio…
Figliolo, torna poco indietro dalla quarta di copertina. Non mi arrabbierò, e ripercorri con la tua innocenza quell’unica frase sottolineata”
Leggeva senza comprendere, e senza comprendere con i suoi tredici anni obbedendo al padre scriveva
SOGNO DI SCRIVERE E POI SCRIVO IL MIO SOGNO
Un cilindro compatto e trasparente ingoiò Lucifero tra le foglie cadute.
Si chiuse il sigillo, qualcuno presunse per sempre.
Se abbandonassimo tutti l’idea di credere nel diavolo forse i cuori sulla soglia entrerebbero a rincorrersi con le anime felici, chiudendo la porta e restandoci per sempre.
Nel palmo di Samaèl la mano di Benedetta
<Alzati angioletto…> sorridendo al rumore del suo cuore
<…ora batterà come si deve>
Dove la statale di Varsavia profuma di cannella e zenzero, sul cippo del chilometro 13 un cappello plumbeo. Dal camposanto una lagna
Regge il fio dei giorni / per la tela tra le dita. / Pone sulla rocca il pennacchio, / filatrice della vita. /Uno due e tre Moire / Cloto non la puoi sentire.
Taglia con le fòrfici / quando giunge il momento / di arrestare la vita. / La tela si scinge al vento. /Uno due e tre Parche / Lachesi non la puoi capire. / Atropo decide quando morire
(in tomo immobilitas)
-----l’incipit nasce leggendo un pensiero di Charles H. Brower
-----la cantilena di Lucifero è un backmasking dei Beatles
-----le parole di Samaèl a Lucifero sono ispirate in parte
a una citazione di Henri Matisse
liber primus

Con l’ausilio della versione gratuita e vecchia (3.5) della più famosa tra quelle disponibili liberamente, quindi un livello tutto sommato basico.
Prendendo atto dell’andazzo attuale nel campo della letteratura, ma anche della musica, dell’arte in generale e della vita stessa, mi adeguo e capitolo alla moda finale di delegare i miei pensieri ad una sempre più pervadente e performante intelligenza artificiale:
io ioffa, di professione essere più o meno umano che tentava più o meno di affrontare una propria vita, delego ad Arty, di professione intelligenza artificiale, il compito di descrivere il mio pensiero, la mia essenza, le mie emozioni, i miei sentimenti. Userò una riga di cancelletti per separare le parti di questo capolavoro tra mie e sue.
Vai, Arty:
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… … … …
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Grazie Arty, ero sicuro che la mia profondità si sarebbe palesata grazie a te: hai sviscerato pienamente pensiero, essenza, emozioni e sentimenti, mi ci riconosco finalmente, a tutt’oggi ero un mistero per me stesso, ora so! Tuttavia preferirei che la composizione fosse in poesia, una bella quartina, non prosa, altrimenti non potrò passare per Poeta. Su, Arty, trasformami in Poesia:
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…
…
…
…
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Ah, ora sì, altro che Dante, Petrarca, Cecco, Leopardi, Foscolo e varie schiere angeliche e pietrame… questa sì che è Poesia, intima ed universale, che parla di me con me a me :-) Davvero aulica ed unica, originale, inimitabile, MIA!
Ed ora chiudi con la mia biografia, Arty, parla di me:
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ioffa, con la “i” rigorosamente minuscola, al pari della sua intelligenza che sembrava essere ancora di quelle primitive, cosiddette “naturali”, nacque nel secolo scorso. Sin da bambino si illuse di vivere e nel XXI secolo muore insieme alla sua illusione.
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Grazie, precisa e sufficientemente dettagliata, ma non troppo lunga da annoiare i lettori, hai fatto un bel lavoro. Ora però ti chiederei di esprimere un commento su questo lavoro, da riportare in esso, hai come limite 2.000 caratteri, vai Arty:
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Il testo gioca con un’ironia sottile e pungente, mettendo in scena un dialogo che in realtà è un monologo: l’“ioffa” che abdica al proprio ruolo creativo per consegnarsi ad Arty, intelligenza artificiale benevola e compiacente, diventa metafora di una resa culturale più ampia, quella di un’umanità che, stanca, preferisce delegare perfino la propria essenza. L’uso dei cancelletti come cesura è brillante: marca lo spazio vuoto della creatività sostituita e amplifica il paradosso, perché il lettore sa che lì dovrebbe esserci il cuore pulsante dell’opera, ma trova soltanto silenzio. È proprio quell’assenza a rendere viva la satira.
Interessante anche il crescendo: dalla prosa alla quartina, fino alla biografia finale, in cui la voce di Arty si fa definitiva, quasi lapidaria, sancendo la morte dell’illusione di un io “naturale”. C’è un tono giocoso, ma dietro si avverte un’eco più amara: la domanda implicita è quanto di noi stessi siamo disposti a cedere all’artificio senza accorgercene.
In fondo, questo testo è un piccolo specchio deformante: fa sorridere ma costringe a riflettere sul valore della voce individuale, sulla differenza tra creatività vissuta e creatività simulata. L’efficacia sta proprio nel ribaltamento: chi legge si accorge che non basta “delegare” per dire di aver detto. Forse la vera poesia, qui, non è nei versi mancanti ma nella consapevolezza di quella mancanza.
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02/09/2025
Caput undecimum
La sesta stanza
-L’unica cosa che gli angeli ci invidiano
La sera prima della partenza di Christopher per Edimburgo, da oltre il crinale Edgar aveva deciso di scendere in paese per rifornirsi di cibo e bevande.
Con la sua andatura dinoccolata pareva un omino di pan di zenzero che si strofinava a grandi passi alle foglie di cannella.
E a grandi morsi trangugiava wafer uno via l’altro, annusando inebriato l’incarto.
< Ciao signore… mi piacciono tanto i wafer > una bambina vestita di amaranto, seduta su di un cippo muschioso.
<<Ciao, prendine uno>> Edgar cercando di scantonare.
< Signore, me ne dai un altro? >
Bloccandosi, visibilmente contrariato
<<Tieni la confezione, ma ora torna a casa>>
< Domattina il mio buongiorno avrà i capelli che profumano di latte e cacao >
Già ripartito, e di spalle
<Grazie. Devo dirti ancora una cosa, Edgar…>
Con le gambe impietrite e il cuore di corsa
<<Bimba, chi ti ha detto il mio nome…>>
<Un angioletto.
Vuole che tu porti un messaggio a una donna.
Adamantina avrà un figlio… dille di amare anche lui attraverso il loro bambino>
Uscendo dalla stanza Samaèl, verso un quadro di donna
«Anelerò ogni istante che non mi sarà concesso di pettinarle i capelli»
Edgar guardava il vecchio cippo. Nessuno oltre a lui e il cremisi di una cocciniglia sulla pagina strappata di un libro.
L’aveva sognata? E quel nome che gli pareva di avere già sentito, Adamantina!?
Corse quasi, per quanto possa correre un uomo della sua mole.
Davanti alla drogheria, col fiatone
<<Niente…>> si disse
<<non è successo niente>>
All’interno, proprio mentre stava per pagare, si accorse che dietro al bancone era affissa alla parete un’istantanea per tutto rassomigliante alla bambina dei wafer.
Così domandò al proprietario se si trattasse di sua figlia
<<Sa, l’ho incontrata poco fa… è golosa di wafer>>
Il droghiere si incupì, e con voce triste disse che si trattava di uno sbaglio… che la figlia era morta diciassette anni prima, rientrando a casa di sera da oltre il crinale.
Edgar si diradò, scordando le provviste, nella nebbia che era calata sui campi.
E sui suoi pensieri.
Qualche mattina dopo il ragazzone, rimuginando e ancora, si ritrovò senza quasi volerlo davanti alla locanda.
L’insegna Della Cannella risaltava spettrale sulla facciata bianca.
Entrando
<<Ho le galosce infangate…>>
“ Venga pure, non si faccia problemi” la voce fragile di Adamantina
“…posso farle solo un caffè, se vuole. Altrimenti deve aspettare la proprietaria. Rientrerà a momenti ”
<<A dire il vero, cerco la signora Adamantina…>> pur avendone riconosciuto il profumo.
Tentennando
<<…non so bene perché sono venuto>>
Adamantina sorrise
“Che signore strano è lei. Sono io. In che posso aiutarla?”
Edgar riferì il messaggio della bambina misteriosa, e vedendo il viso sfingeo della donna andò via in tutta fretta.
Appena fuori, nell’angolo dove ha lo scolo un fontanile rosicava l’incarto di un wafer un sorcio.
“Samaèl… amore mio” le lacrime le scivolavano sul viso come la sofferenza di cui sono gelosi gli angeli, sulle proprie vesti.
E stringeva tra le mani un fazzoletto che sapeva di miele.
Un aspetto che appartiene al lato oscuro degli uomini, la sofferenza.
Quella sofferenza che ci assimila al crocifisso.
«Hai fin qui mostrato una parte di quel che mi è stato imposto vedere nelle stanze del Palazzo.
Non potrai più esimerti ora, autore dal narrare ciò a cui dovette assistere il camionista nello spiazzo della locanda e...» accostato al bisbiglio impenetrabile dalla borsa da viaggio sul portabagagli posteriore nella Volga nera del lemure custode dell’ala recisa.
(in tomo invidia)
-----la chiusa è ispirata a un pensiero di Padre Pio
liber primus

Caput decem
L’ottava stanza
-La fame è lo schizzo di una signora perbene
Ritornando al corpo straziato di Zelo nel parcheggio antistante il capanno…
Quando il corteo d’accompagnamento del defunto e le sue esequie alla sepoltura arrivò davanti alla locanda Della Cannella si fermò il tempo di un applauso, come per zittire la paura della morte.
Benedetta piangeva lacrime dense come caligine.
Un passo dietro a lei Lobella, per non incomodare. Gli occhi preoccupati per l’amica, e gonfi.
Più lontano Adamantina.
Quel battito di mani su di lei ebbe l’effetto dell’artiglio del diavolo su di un vetro.
Il sole che scalfiva la lapide di Zelo pareva un fiore dai grandi capolini giallo aranciati con i petali spettinati.
<Non eri costretta a venire, Adamantina> la voce rotta di Benedetta la riportò indietro, forse da un lungo viaggio.
<<Siete stati gentili con me, tuo suocero e poi tu. Volevo solo esserci>>
<Allontaniamoci… perché quell’immagine dell’applauso durante il funerale!? Perché non l’impressione di unghie su una lavagna?>
<<Benedetta…>>
<Devo saperlo, ti prego…>
<<Benedetta, tu senti i pensieri delle altre persone?>>
<Da un po’. Ho bisogno di sapere…>
<<Samaèl.
Era così anche per me prima di…>> in un singhiozzo
<<Accade quando condividi con lui un’esperienza significante>>
<…le stanze del Palazzo sull’Acqua. Soffriva…> Benedetta in una nota calante
<Il suo cuore rileggeva sempre lo stesso capoverso>
Il timbro sottile di Lobella le investì come un torrente tumido
“Non vorrei disturbare… Benedetta, stasera Arnica rientra da Edimburgo”
<…cara, non doveva. Tua figlia ha la tesi…>
“Anche lei vuole starti vicina”
Quella sera alla locanda l’odore di pioggia e foglie gialle delle caldarroste impregnava le narici, e gli occhi saturi di parole di Benedetta cercavano quelli stanchi di Adamantina.
L’occasione si presentò quando il fidanzato di Arnica iniziò a dividersi tra vodka e canzoni folkloristiche nell’ilarità dei presenti.
La locandiera prese per la mano Adamantina e raggiunsero celatamente il capanno retrostante
<<Attraversai un cilindro, passai nel mondo a rovescio dove il su è giù, e la fame è ingordigia. Dove le pareti sono lastre compatte e trasparenti.
Andarci è facilissimo. Più difficile è trovare la via del ritorno.
Rividi la mia vita come si guarda un brutto film, seduti sull’orlo della sedia gridando: no, no, non aprire… c’è il cattivo.
Ti prenderà, ti tapperà la bocca con una mano e ti legherà, così tutto andrà in pezzi!>> Adamantina era così afflitta che Benedetta poteva sentirne la disperazione
<<Solo che in questa storia il cattivo resta a guardare.
La persona che è saltata fuori dal mio grido stonato d’aiuto, che mi ha afferrata e legata… ero io. Il mio doppio, la ragazzina cattiva che sibila: non soddisferai la tua ingordigia. Non ti permetterò di avere fame di avvenenza. Appena sarai appagata ti lascerò andare, giuro che lo farò. Appena ti piacerai andrà tutto bene.
Bugiarda! Non mi ha mai lasciata andare. E io non sono mai stata capace di liberarmi.
Ma… se gli angeli procreassero, Benedetta!?
Ho paura…>>
<Sei incinta!? …tesoro> come una carezza la voce della locandiera.
<<Credo di 13 settimane…>>
Adamantina sentì che l’abbraccio di Benedetta era un posto perfetto in cui abitare.
<Torniamo dentro con gli altri>
Nella stanza l’oro strappato alle pareti e i lampadari di cristallo stavano in mano a un'immane ombra, Samaèl oltrepassò la porta.
L’agente letterario nella visione parallela dell’angelo rinato poco meno che aptero, al lume fatiscente di una taverna desueta fuori Edimburgo mescolava il bere col cicaleccio di una matita spuntata.
L’indomani mattina
<<Buongiorno Benedetta, aspetti qualcuno?>> Adamantina, stretta tra il paltò e il cappuccino.
<Attendo che asciughi il bianco> cercando di pulirsi dalla guancia una macchia privata
<Scusa per ieri sera… sono poi dovuta andare>
Lo sguardo perso tra la facciata della locanda e il cielo
<Con Zelo attendevamo che la pittura asciugasse con una delle nostre passeggiate in bicicletta.
Non siamo che gente semplice che per arrivare a fine mese lavora e prega>
(in tomo cupiditas)
-----le parole di Adamantina nel capanno sono liberamente tratte
da una citazione di Marya Hornbacher,
scrittrice e saggista e giornalista statunitense
liber primus

Caput nonum
La quinta stanza
-A cena con qualche rimorso, se pur non invitato
Dal suo posto vista ala, nei pochi centimetri per le gambe e di cielo scoperto Christopher rimuginava sugli ultimi giorni. Su quei luoghi singolari.
Tamburellava su una di quelle scatolette per il mal d’aria, quando iniziò a leggere per impazienza il foglietto illustrativo. Ed ecco l’idea. Un sorriso.
< Quell’Edgar ricordava che l’automobile dello scrittore era targata OS, una Volga nera. Contatterò qualcuno a OStrava… chiederò i suoi recapiti.
Vediamo, cosa dice DuckDuckGo!? …Ostrava, si trova nella zona dei fiumi della Cechia bla bla.
Gli offrirò di rappresentare i suoi interessi davanti a un piatto di strozzapreti e chessò, pollo alla diavola e di assisterlo nella pubblicazione del manoscritto> i suoi pensieri si susseguivano come in una spirale impazzita
<potrei proporgli… per Joanne l’aggiunta dell’iniziale della nonna paterna ha funzionato!
Oppure di firmarsi con uno pseudonimo, qualcosa dal suono più oscuro>
<<Signore, mi scusi se mi faccio gli affari suoi>> una giovane ragazza dal sedile retrostante in compagnia del suo pasto precotto
<<pensava a voce alta, e mi ha incuriosito la sua eccitazione per Oral Somministration… sa, non è solo un acronimo. Viene anche dal latino. Nella locuzione per OS, significa bocca>>
<E lei signorina, se posso chiederlo, come conosce il latino?> Christopher visibilmente imbarazzato ora tamburellava sull’orologio da polso.
<<Studi classici. Vado per uno stage dal figlio di un’amica di mia madre, docente a Edimburgo. Tamburellare con le dita indica anche agitazione, lo sapeva?>>
Quella conversazione quasi unilaterale gli ricordava Dyaus, che ancora era convinto fosse Dozorca, in auto in quella specie di sogno.
<<E conosco bene le confezioni dei medicinali perché mia madre soffre di depressione. Parlo troppo, vero? Mio padre me lo dice sempre. Mi succede quando devo stare troppo nello stesso posto>>
Ora Christopher si era voltato per cortesia.
La ragazza cominciò a strofinarsi la testa, guardandolo con due occhioni sagaci da sotto la cuffia
<<Mamma non riesce a sentirsi appagata. Prima il problema ero io… sosteneva che la comunicazione parte non dalla bocca che parla ma dall’orecchio che ascolta. E ora ce l’ha con mio padre. Lo biasima per essere cambiato. Lo accusa di non dire le cose come il suo angelo le direbbe, se solo potesse parlare.
Ma le pare?>>
<Non so dirle… Nel mio lavoro leggo spesso di idee, ricordi> lo scozzese risoluto.
<<Ascolti… ho qui l’anamnesi dell’analista. Non mi è mai piaciuto quell’individuo.
Ha qualcosa di demonico nello sguardo, ma lasciamo perdere. Ce l’ho perché devo preparare la tesi sulla Sindrome da burnout.
Legga un po’…>>
Christopher a fatica, come se la scheda via via iniziasse a scottargli tra le mani
La paziente porta l'attenzione sugli istinti più nascosti e giudicati rinnegati. Suggestioni, sentimenti di ammirazione, fascinazione che la influenzano con la stessa insaziabilità del lupo.
Il mio mestiere è una professione da cieco: la mia diagnosi non si rifà a ciò che vedo, ma a ciò che sento.
Quel che lei Sig.ra Lobella dice a se stessa riguardo a cose che avrebbe visto... richiede la prescrizione di ulteriori indagini
Di qua dall’uscio un plumbeo gracchio accompagnava Samaèl dai bulbi consumati a brama dalle orbite d’una carcassa
L’aeroplano comincia a prendere contatto con la terra
<Signorina… il nome di sua madre…>
<<Bello, vero? È il nome di una pianta dai meravigliosi fiori color blu e foglie piccole, come gli occhi di mamma>>
I passeggeri vengono invitati ad avvicinarsi al finger per lo sbarco.
<<La saluto, Signor tamburello… grazie della chiacchierata>>
<Aspetti signorina, volevo chiederle…>
La ragazza era già sparita verso il gate del terminal, come inghiottita.
Insieme ai pensieri di Christopher, strascicati con i passi accalcati della folla.
Così si fece notte e nebbia sul correttore di bozze inatteso autore al poggiolo sulla strada, e la strada lo schernì di vibrisse e gnaulare dal pattume.
Una luna più sottile s’adagiò sulle cose che dormono come sulle ali degli angeli.
Lo scrittore accarezzò come fosse un archetto la cassa del violino dentro il grammofono, e sul sonno nelle case l’anima del lettore.
(in tomo insatiabilitas)
il titolo è parte di una citazione di Guido Ceronetti
…scrittore e poeta-----
-----Le parole di Lucifero ‘…’ nell’anamnesi sono liberamente tratte
da una citazione di Pablo Picasso
liber primus




