La strada è male illuminata da un alto lampione. Il marciapiedi è sconnesso e avvolto nel buio. Avanza traballante una vecchietta che tiene stretta al petto la logora borzetta. S'è comprata un panino e mezzo litro di latte dal Sor Amilcare Marcacci. S'è fatto tardi, ma lei è sola, poverella.
- Dai, vecchia lercia, molla la borza! Mi bastano quei quattro soldi della tua schifosa pensione. Dai molla o ti spezzo 'sto braccio rinsecchito!
- Aiutooo, aiutooo, al ladro, al ladro!
- Non c'è nessuno, an vedi questa quanto è tosta! Te strozzo, se non molli li quattrini!
- Aaaiutooo, aaaiutatemi!
- E pigliate 'sti due ceffoni, così ti svergolo la mascella, a stronza, vuoi mollare?
- Lassame stare, disgraziato, non ho che quei sordi per campare...
- Me servonooo! Lo vuoi capire, a rinsecchita?
I fari di una automobile illuminano per alcuni istanti la zuffa tra i due.
- Romoletto, disgraziato, ora te metti a derubare nonna tua? Te possino cecare!

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Profilo Autore: Libero  

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Il revanscismo parassitario antiderapante, coniugato con l'ovalizzazione logorroica del percolato monosodico di tipo carmelitano scalzo, si estrinseca prevalentemente nel cicaleccio, preserale del gorgoglio idraulico sottomarino,
riversando, ahimè, la perequazione polarizzata
unicamente nella coagulazione colloidale dei
maccheroni all'amatriciana della compianta Sora Lella.
Evidentemente, ciò provoca uno spossessamento circumlacuale di notevole impatto piroclastico non privo, però, di indubbie recrudescenze tolemaiche di  sicura
provenienza subsahariana.
A corollario di tutto ciò, è pacifico che l'aspettativa siderurgica semiconvessa genera uno sconvolgimento perifrastico ortopedico nella stagionatura forfettaria del pecorino sardo taroccato nei caseifici abusivi del Gennargentu
durante il tanto sospirato referendum per la Brexit... ahiò..!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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Insieme… alla finestra accostati ad ascoltarti,

Stagione che lasci volteggiare allontanandosi

le foglie dagli alberi come figli, così i figli…

divento chi si ascolta;  il resto è aspettare, più o meno

in silenzio, di dire la propria… credo di aver passato

la vita ad ascoltar quello che la gente non voleva dire.

Grazie alla cassa integrazione in deroga

sul far del mattino e al calar della sera

scopro nuovi oceani perdendo di vista cigli

sicuri di costa: mi piace svegliarmi presto con la luna,

scendere con lo sguardo fisso sulla stessa montagna

insieme, lei torna a dormire… io sveglio dal dormire

mia moglie col caffè, e con la mano a qualche

centimetro dalla guancia, altra carezza donata al vento.

Da giorni non permette la si tocchi, da diversi giacigli

ci amiamo come, più di prima di questa insensata cosa.

Dove lavora ci sono stanze con vite che necessitano

d’esser riordinate, respiratori pochi e bocche da pulire.

Quando rincasa dal turno sorride, lascia scarpe e abiti

in garage e mi manda sul terrazzo quella carezza

che si riprende dal vento;  code i suoi bisbigli

di “pettirosso caduto che ha aiutato a rientrare nel

nido”, Emily Dickinson… smetto di leggere, la guardo.

Saranno meno distanti gli abbracci nei giorni a venire.

Lo capiranno i bambini. La loro mamma non prima di una lunga doccia, la didattica… a distanza. Per fortuna posso seguirli con la scuola. Dormono piccini un po’ smarriti ore dopo il proemio dei telegiornali, dorme anche lei sfinita. Si muove. Mi piace pensare che parli nel sonno, le leggo sulle labbra “Mi sono sempre domandata perché qualcuno non fa qualcosa...  Poi mi sono accorta che quel qualcuno ero io”. Lily Tomlin

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Dalla mia casa tra la frazione Ronchi e località Faletta mentre fumo l’ennesima sigaretta e mi ascolto masticare patatine, credo fino ad ora sia il terzo sacchetto, guardo dal  terrazzo il contadino che semina con l’autocertificazione sul cruscotto del trattore accanto a un panino con cipolle e formaggio nella schiscetta di metallo. Che qui chiamano baracchino.
Ecco fermarsi prima del guado una volante dei ghisa, da queste parti solo polizia locale. Il ragazzotto in divisa al terzo passo nell’appezzamento ha i mocassini pesanti per il fango della pioggerella dei giorni scorsi. Dopo qualche minuto se ne va inveendo, e l’uomo con la camicia a quadri impreca qualcosa tipo I campi non si coltivano da soli…
Oggi voglio raccontarvi una leggenda di questi luoghi. Solo qualche chilometro più in là verso il biellese e oltre le apparenze, sulle sponde del lago di Viverone nei pressi del lido di Anzasco quando sul lago soffia il forte vento della Valle d’Aosta si sentono i rintocchi delle campane dell’antica chiesetta sommersa del borgo di San Martino. Dal fondale le grida dei suoi abitanti colpevoli di non aver saputo dare ospitalità a un mendicante. Nelle notti di luna piena sulle rive una misteriosa dama del lago risparmiata dal giudizio divino fa sentire il suo pianto d’amore.
Il rumore dell’aria sui nodi tra i rami risulterà canto, tra sterpi meno spinosi. Il contadino ha imparato a lasciare chiuso l’ombrello. E condividere la pioggia e il sole col campo che lavora.  

Lago di Viverone - Wikipedia
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Profilo Autore: MastroPoeta  

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«Sento soffrire il senso della vita.
Guardo le vite degli altri.
Assimilo i miei ricordi
leggendoli negli occhi stranieri
che sfuggevoli mi seguono»

Scivola lento il remo accompagnando l'ultime mie note d’allegra malinconia mentre la brezza della laguna muore senza ragione nel mio cuore.
Ti vedo nell'amore dell'inesistenze e ti sfioro stringendo le lacrime dei ponti, avvolte in mattutine evanescenze.
Il tempo suona i suoi violini nella staticità della marea e la tua gondola raminga saluta silente vecchie briccole.
Riscrivo il passato attingendo agli stanchi flutti che nello sbatter loro annoiato cullano il mio pianto.
Sei marea stantia, muschio nell'animo e io vago nel disperso passo alla ricerca d’una dama persa nel carnevale.
Cerco dentro me stralciando le vesti dei ricordi immersi nelle tue vesti, fra le tue labbra, suoi tuoi seni.
Scalzo sui sentieri dell'acque inseguo le risa perdute accarezzando capelli che non sono.
L'ombreggiare del freddo sulla pelle inaridisce le mie mani e tutto par scomparire nel mistero d'una laguna dormiente.
Dov'è quel sogno scolpito nei risvolti dei tuoi occhi, nelle ferite delle nostre incertezze.
Eppur cerco il semplice destino d'un bacio nel gelido che d'intorno mi circonda attendendo che possa lenire tormento nello sgorgar d'un canto d'amore che nella dimenticata mia Venezia s'innalza per te.
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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La porta di casa si richiuse con impeto, quasi che si volesse evitare il più piccolo assalto aggressivo dell'epidemia.Il figlio rimase incerto con le spalle alla porta, se fosse veramente solo tra quelle strette pareti dove aleggiava insistente il puzzo della malattia e dei farmaci. Non poteva andare a lavorare...sì, era un tecnico informatico, ma la sua unica mansione era quella di pulire e disinfettare le tastiere dei computer. La sorella lo chiamò per sapere dov'era mamma. Seduta sulla piccola poltrona della camera da letto piangeva e torceva tra le mani la borzetta nera  che era di sua madre, l'unica che la povera donna avesse mai avuto nella sua misera vita.  Infelice continuava ad invocare la madre. Il fratello le rispose tra i repressi singhiozzi che non l'avrebbero più rivista. Le urla di dolore divennero strazianti, sicché alcuni vicini cominciarono a bussare alla porta.Il giovane continuava a pulire la tastiera del computer, incapace di reagire a quel profondo senso di solitudine. Poi iniziò a mettere in un sacco gli effetti della madre.Ormai gli operatori sanitari con le loro appariscenti tute da cosmonauti erano scesi giù per le scale fino al secondo piano, faticando e sbuffando per la fatica, mentre le visiere si appannavano. Li raggiunse e in un rantolo della voce strozzata dal pianto gridò MAMMA. Lei, la mamma, confondeva il suo piccolo corpo, emaciato dalla sofferenza e dalla mancanza del respiro, tra le lenzuola e le coperte, nel vano tentativo di chiedere aria per i suoi compromessi polmoni. Fu caricata e sballottata ,purtroppo, sull'ambulanza che ripartì a sirene spiegate verso l'ospedale di Tor Vergata. Le porte scorrevoli del Pronto Soccorso si richiusero lentamente dietro la barella. Il camion dell'esercito che trasportava le bare con le salme dei deceduti si avviò lentamente in un triste corteo verso il crematorio. I figli della sventurata vittima non poterono piangere la loro povera mamma perché l'urna che conteneva le scarse ceneri non gli fu mai consegnata, essendo andata smarrita. Sulla lapide di una tomba vuota i figli fecero incidere " Alla memoria di Nannarella, madre persa e mai più ritrovata".

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Profilo Autore: Libero  

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Se chiederete a un bambino cos’è la paura, vi risponderà quasi senza indugio il buio. Nel buio c’è tutto quello che di avverso nella vita ti è accaduto. Grideresti se potessi perché sai di avercela fatta, ma il terrore che accada ancora ti lascia un sussurro senza voce… 
Lei ce l’ha fatta, lei… si chiama Andrea che significa coraggio.
Sua sorella nell’unica finestra ancora accesa della piccola clinica rilegge ancora una volta la cartella del paziente che domani si sottoporrà a un intervento di chirurgia bariatrica, Andrea saluta quella che dal basso le sembra un’ombra familiare con un timido cenno della mano. Conosce quell’uomo. Tutte le sere porta fuori il cane proprio quando  il sottopasso la conduce sul lato opposto della strada. Ma oggi non c’è all’appuntamento. La cuccia è vuota, e la porta rimasta aperta e la curiosità le mostrano lui con la barbetta unta dall’amalgama di burro, prosciutto crudo e salvia marinate nel vino bianco che punzecchia appagato nel piatto con la forchetta. Le si stringe il cuore, e un po’si arrabbia. Affretta il passo. Attraversa all’unica luce del semaforo lampeggiante e un odore sgradevole la fa tossire. E la porta a guardare un ragazzo più o meno come lei sui venticinque anni avvolto nella sciarpa sulla panchina. Ha lo sguardo perso oltre il sigaro, oltre la strada… come se un passo gentile gli pettinasse i pensieri. Per un attimo la guarda. Andrea sorride, forse di nostalgia. 
Qualche isolato prima un’auto nera parcheggiata le aveva fermato un groppo in gola. Non c’era conducente. Non c’era nessuno. Forse è proprio questo… stessa marca e modello di quell’amore che troppo presto l’aveva lasciata sola alla brevità del suo racconto. Asciuga una lacrima che non ha nemmeno più la forza di scendere mentre pensa che al lume nella casa dietro la ferrovia il suo poeta d’un tempo, forse, lascia che il mistero avvolga i suoi versi… un cortometraggio di mezz’ora, un percorso da fare a piedi, vite come ce ne sono tante. I suoi pensieri. Rincasa.
Nel buio c’è un mondo di cose spaventose, ma sono poi le stesse che ritroveremo alla luce del sole. 
Andrea spazzola i capelli candidi della nonna che si è assopita sulla poltrona, mentre il poeta avvicina i suoi pensieri alla fiamma del lume che mostra un cassetto accostato insieme ai ricordi chiusi dentro a una fotografia. 
Lei si sdraia vestita nel letto. Esausta dal doppio turno in fabbrica. Il suo bambino apre gli occhi al buio della lucina della notte… e si riaddormenta guardando la sua mamma.  

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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E’ una serata complicata, diversa. Le lacrime ridono. Un arpeggio mi conforta e mi risucchia qualsiasi forma d’apatia. Una cassa acustica strilla dal dolore. Non ho mai visto un vetro così offuscato. Quello della mia finestra lo è talmente tanto che il confine tra vetro e specchio è labile. Quel lampione è bollente. Se solo non avesse uno e un solo scopo nella sua esistenza, giuro, imploderebbe. Il palo cederebbe alla tentazione di rimanere da solo, si contorcerebbe come una mente affetta da psicosi. Ed il risultato sarebbe lo stesso. Incapacità di svolgere una mansione: reggere.
Senso zero. Non è la quantità di significato di questo episodio, anzi. E’ esattamente la sua antitesi. Conobbi questo ragazzo, e Senso Zero era proprio il nominativo che dava quando si presentava. Nessun nome, nessun cognome. No. Senso zero. Ironizzando sul suo alias iniziai a chiamarlo No Sense. Tradotto sarebbe “Senza senso”. Che bestia dovevo essere per attribuire una così bassa considerazione a una persona? Qualche demone bastardo, senz’ombra di dubbio. Maschere. Maschere con incisa in fronte una croce ribaltata. Però soprannomi a parte, eravamo amici. Quell’amicizia divenne per me una rivoluzione armata. Il mio cervello divenne in men che non si dica teatro di qualche guerra civile, con pretesti talmente stupidi che l’obiettivo poteva benissimo tramutarsi nella sorpresa degli ovetti Kinder che quei sergenti avrebbero continuato con le loro strategie da dilettanti del Risiko del venerdì sera. Pupazzo del ventriloquo. Marionetta del burattinaio. Cittadino dello stato. Credente per la chiesa.
Io, Agnes Olsen, non sapevo più chi cazzo ero. Ed era una sensazione terribile. Ero un abete in mezzo all’oceano. Il vento non solo soffiava, faceva beatbox, cazzo. Mi sputava addosso. Io odio l’acqua, vivo nella neve. Ma poi cominciai a fluttuare, altrove. Senso zero ed io cominciammo a comunicare in modo implicito. Ci scambiavamo l’arte. Lui disegnava ed io suonavo. Lui penna ed io plettro. Ha senso, vero? No. Zero senso. Senso zero.
Zero erano anche i gradi della sua stanza dove ci incontravamo. Era un tipo antiquato. Una lampada ad olio. Una finestra malconcia. Ma da quella finestra. Da quella finestra ogni tanto sembrava che le anime nella stanza fossero tre. Un picchio veniva a trovarci, rompeva i coglioni con il becco sulle persiane finché non le alzavamo. Comandava lui. Dovete sapere che quando suonavo la mia chitarra, quell’adorabile essere, se non gli davamo da mangiare, teneva un tempo sbagliato apposta. Dopo averlo sfamato invece diventava un’ottima grancassa. Bastardo. Nel frattempo No Sense spargeva il suo colore dappertutto. Fogli. Muri. Pavimento. Sulla sua pelle. Sui suoi vestiti rigorosamente o bianchi, o neri. Io e picchio continuavamo. Senso zero diceva che eravamo un elemento fondamentale delle sue opere.
Un giorno tutto finì. Tutti i miei arpeggi, silenzio. Il picchio trovò una band migliore. I muri di Senso Zero vennero tinti di bianco. Il caminetto divorò i suoi fogli. Il piastrellista si occupò del pavimento.
Senso Zero svoltò. Non si guardò indietro. Feci visita alla sua camera, due giorni dopo l’accaduto, per l’ultima volta. Mi ero sempre chiesta a cosa servisse quel gancio attaccato alla trave del soffitto a cassettoni. Quando glielo chiesi rispose che quel gancio era in attesa di un nuovo lampadario. La lampada ad olio era ormai troppo antiquata pure per lui. Quando entrai nella stanza, il 16 luglio 2001, esattamente quarant’otto ore dopo la notizia, capii che il lampadario era lui.
Lasciò la sua valigetta dei dipinti, senza nessuna lettera, accanto alla poltrona dov’ero solita duettare con il picchio. Sulla valigetta le mie iniziali A puntato O puntato. Dopo averla sbloccata con la combinazione otto otto otto otto, trovai all’interno un pennello, delle corde nuove e due tasti della macchina da scrivere.
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Profilo Autore: Ruben Londero  

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La volante era parcheggiata sotto casa del commissario Carmelo Puzzanghera. L’agente Bacigalupi aspettava, come ogni mattina, che il portone della palazzina si aprisse per scendere dall’auto ed andare a spalancare la portiera. Poi ,ritto sugli attenti, portava la mano alla visiera del berretto. Il commissario aveva dormito male quella notte ,ovvero aveva dedicato molto tempo per scoprire le parti nascoste del corpo della fanciulla, una certa Carmen Santiago Lopez, in arte Virtudes de la Concha.
Non aveva l’aria da educanda, ma sapeva rispondere spontaneamente alle domande del commissario...
Carmelo Puzzanghera non rispose al saluto del poliziotto e bofonchiò con voce impastata di portarlo al bar di Via Dall’Oglio. Doveva bere subito un caffè nero e bollente come piaceva a lui. Mentre l’auto procedeva a velocità sostenuta, ignorando il limite dei 50 km orari, il commissario accese la terza sigaretta della mattina e iniziò a sbuffare anelli di fumo. Pensava a Carmen che gli aveva insegnato alcuni passi di flamenco, mentre entrambi nudi pestavano con le scarpe sul parquet della camera da letto.
All’improvviso era suonato il campanello della porta d’ingresso ed una voce d’uomo, alquanto irritata, aveva raggiunto la loro intimità, turbandola con minacce non troppo velate...
Carmelo Puzzanghera non ebbe il coraggio di aprire e di rispondere a tono agli insulti, ma spinse Carmen sul letto e finì di approfondire la conoscenza del suo corpo caliente.
In ufficio trovò ad attenderlo una giovane donna dallo sguardo spento che teneva penzoloni le braccia tra le gambe. Si sedette alla scrivania e si accorse che il posacenere era ancora stracolmo di cicche. La signora delle pulizie non era passata a riordinare?
Disse tra sé e sé che avrebbe dovuto fare un cazziatone all’agente Serra che doveva controllare che l’ufficio fosse pulito. Con l’indice della mano destra sospinse alcuni granelli di cenere sul pavimento dove svolazzavano batuffoli di polvere. Lui era il tipo che stava bene nel suo disordine casalingo, ma non sopportava di dover lavorare in un ambiente sporco. Entrò l’agente Esposito Gennaro, salutò, e disse con un forte accento campano che sostituiva il collega Serra, assente per problemi di salute. Il commissario si affidò al suo grande acume mentale e seppe quale fosse il motivo dell’assenza di Efisio Serra. Quello era figlio di un pastore sardo e forte in salute come una quercia non conosceva alcun malanno. Era una grossa bugia! Piuttosto lo immaginava ad inseguire la moglie che lo cornificava ogni volta che si presentava l’occasione. In breve, sempre!
Esposito gli spiegò per quale motivo la donna fosse stata arrestata, poi poggiò l’incartamento sulla scrivania e arretrò di qualche passo per sedersi al computer a verbalizzare l’interrogatorio.
Il commissario stirò sul ventre piatto la maglietta Lacoste e si decise a fissare la ragazza che sembrava del tutto assente. Dopo averla chiamata per nome per due volte, lei alzò il viso e si appoggiò allo schienale, come se non potesse più procrastinare quel momento.
Rispose di chiamarsi Eleonora Vidoletti, di anni 25, impiegata come segretaria presso l’agenzia di pompe funebri “ Non c’è che una vita”. Si era sposata il giorno precedente con un collega di lavoro, Edo Marcegaglia, di anni 28, di professione becchino.
il commissario, scorrendo velocemente il rapporto della scientifica, capì che il morto ammazzato era proprio il marito della donna e che l’autrice del delitto era proprio lei.
Eleonora Vidoletti, senza che il commissario l’avesse invitata a raccontare la sua versione dei fatti, continuò il suo racconto, come se avvertisse il bisogno di giustificare i motivi per cui aveva commesso quel delitto.
-Io e mio marito avevamo salutato i genitori e i parenti ed avevamo raggiunto il nostro appartamento al sesto piano di un piccolo condominio nella zona dei Navigli. Io avevo indossato la camicia da notte trasparente di colore rosa pesca... e mi ero coricata. Io... commissario, sono vergine ed avevo atteso quel momento con la volontà di arrivare illibata al matrimonio... Anche Edo non mi aveva mai tentata...
Aspettavo che rientrasse dal terrazzo, ma era trascorsa già mezzora, senza che si decidesse.
-Se vuole riposarsi, lo faccia pure- disse il commissario, e chiese all’agente Esposito di portare un bicchiere d’acqua.
-Minerale naturale, grazie. L’acqua gassata mi fa gonfiare lo stomaco e so io quali sacrifici faccio in palestra per avere addominali piatti.
Bevve due o tre sorsi e poi riprese a parlare con grande lucidità, come se fosse ancora nella camera da letto. Riviveva ogni momento senza turbamenti o cedimenti emotivi.
-Stanca di quella attesa, mi alzai e raggiunsi il terrazzo dove lui fissava il cielo stellato.
Gli chiesi con apprensione:- Ma caro, è da tempo che ti aspetto...perché non vieni a letto? Prenderai freddo!
-Non posso! Mio padre mi ha sempre detto che questa sarebbe stata la notte più bella della mia vita ed io non voglio assolutamente perdermela!!!
il corpo di Edo Marcegaglia era stato ritrovato all’interno di un’ aiuola, davanti al portone d’ingresso del palazzo.
-L’amavo, l’amavo, commissario! Era tutta la mia vita!- concluse Eleonora Vidoletti,
sciogliendosi in lacrime.

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Profilo Autore: Libero  

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L’uomo con sul dito una coccinella si lascia scivolare sulle gambe. Ora dorme. La testa ricurva in avanti, nella sfumatura intensa di un’alba che gli pesa sulle spalle. Il coleottero a piccoli passi torna tra gli alberi sulla tappezzeria. Fino ad ora non era stato molto fortunato. Era uscito di casa per trovare una foglia dove lasciarsi amare da un raggio di sole, non se ne era accorto nessuno. Aveva altre domande, diverse da quelle dell’uomo.
Le fronde mormoravano di una coccinella come lei, solo più vorace, dalla livrea arancione e gialla nel grande bosco lontano che aveva tutta l’intenzione di governare da dove lo sguardo può arrivare… fino a capire quanta sia stata la fortuna di esserci. Un’altalena dondolava da sola, si sentiva smarrita.
Degli abeti secolari non restava niente, se non il ricordo disegnato nel cielo dai petali dei piccoli fiori. I saggi gufi, le vecchie querce continuavano a morire. Restavano loro, i fiori. Giovani fari capaci di colorare il sole quando cieli cupi ricoprono i pensieri, piccole lucine anche quando è buio.
La coccinella si domandava come potesse un suo simile non darsi cruccio di sfregare incurante le zampette e liberare quel veleno. Quell’odore repellente era nell’aria.
Lei che porta in giro ogni giorno un cuoricino ovalizzato dal peso dei puntini che hanno lasciato chi legge senza la possibilità di prendere fiato.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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