Forse per destino i quattro s’ incontrarono,
lì dove regna l’apparente pace,
seduti come stan gli amici al bar,
visi solcati e bocca cucita, tace.
Si scrutano, cercano di capire,
negli occhi, quasi spenti, si legge ogni storia,
i cenni con il capo ne danno la conferma,
di loro nessun postero terrà viva la memoria.
Come macchina ridotta ad un rottame
son loro parcheggiati in “Domus Curae”,
stanchi, fermi o pochi passi appena,
che vita! Tutto in quella casa li trascura.
Nessuno più li cerca, nessuno più li vuole,
nemmeno i propri figli, che ebbero la vita,
qualcuno di buon cuore promette, ci verrà,
e vivan speranzosi ma l’ora è ormai finita.
Quei quattro stessa hanno avuto la sorte,
e si ritrovano ogni sera vecchi più di ieri
a capire ma non narrare ognun le loro pene,
personaggi di un romanzo dai tristi pensieri.
Fu diversa in gioventù la vita dei signori,
chi medico o maestra, chi scrittore o vigile bidella,
ora tutti uguali stan sotto il tetto del destino
e per passar il tempo uniti a leggere la “LIVELLA”.
Dell’ “Opera” tutte le rime voglion risentire
ed una voce stanca all’improvviso grida:
“ a livella per noi non è la morte
e questa vita triste, è tutto il tempo prima”.
Quel che di vero dentro il libro è scritto,
nei versi che il “Principe” volle regalare,
la morte è una livella, Totò diceva,
ma essi, alla loro vita la vollero eguagliare.
Lì in quelle mura tutto han perso loro,
fiducia, rispetto, arte e dignità,
ognuno col compagno viene ormai confuso,
tenuto come un peso finché Dio lo vorrà.

Commenti
Concordo con Blueeyes ci sono case e case e ci sono scelte non egoistiche ma fatte con la consapevolezza che forse è l'unico posto migliore , migliore della solitudine.
Sono d'accordo con Blue: in alcuni casi è la scelta migliore, vale a dire il male minore.
L'abbandono mai! Brava Cosetta, hai reso l'idea in modo tangibile. Ciao....