Le altalene le dondolava il vento,
il bar vuoto. Non una risata.
E noi?
Noi che eravamo a non esistere,
a guardare in basso,
a definirci come un intruglio di dati.
Noi con le dita troppo occupate
per passarle fra i capelli di qualcuno.
Pazzo il pendolare che parla con la sua voce,
guardato con stupore dai silenziosi passeggeri.
Autocelebranti senza un sorriso fatto con la bocca,
aspettando la notifica e fissando il display.
Mi piace, non mi piace,
aspettando una dannata approvazione
buttata lì come un'occhiata fugace.
Troppi pianeti, ciascuno abitato
da una sola persona.
E il sistema? Con quel suo sole
di cui nessuno si è accorto.
dall’uscita d’emergenza di Equitalia
il tempo per capire di aver sbagliato
e mi sono ritrovato in mano un numerino
cazzo, mi sentivo osservato
soprattutto dagli occhi punitivi dell’usciere
ed io quasi a giustificarmi così esclamai:
“Son nuovo di queste democratiche beghe
cerchi almeno di scusarmi, in seguito ci proverò a non far danni”
Ma lui facendo finta di non sentire
s’infilò un dito in una narice scaccolandosi fino all’osso, alla radice;
chissà il poveretto quanti piagnistei ogni giorno ha da patire
non sarà certo la mia entrata “trionfale” a farlo impallidire.
Intanto mentre aspetto il mio turno diligente
una voce rimbomba dal vicino corridoio,
un alto dirigente vestito elegante
richiama l’attenzione in una sala traboccante
l’urlo si stampò sopra i vetri e le pareti
facendo tremar la gente, me e gli impiegati;
capii in seguito che il funzionario par cercasse
un tizio che non ha mai pagato tasse
un riccone, così circolava voce
che chiedeva patteggiamento o quanto meno una rateizzazione.
Noi tutti nella stanza ci guardammo sbalorditi
chi teneva in mano qualche rata comunale non pagata
chi una multa dimenticata e il tempo l’ha lievitata
chi per dare da mangiare ai propri figli , non ha potuto il debito pagare.
Finalmente il Tizio “ricercato” si fa avanti con il suo avvocato
mentre da quest’altra parte un pensionato bisbiglia una parola all’impiegato
ma l’addetto allo sportello senza cuore e senza peli sulla lingua urla:
“che fa, paga o la pignoriamo?”
E’ stato a quel punto che io sono uscito dall’Entrata principale
sfidando il muro umano e gli occhi atterriti dei presenti
promettendo a me stesso di non mettere più piede
in quel posto costruito da insane menti
per succhiare il sangue a chi il sangue l’ha investito nel futuro
chi l’ha impastato tra il cemento e i mattoni
per dare una dignità alla propria vita.
Giuro che non metterò più piede in un posto di falsa democrazia
che aiuta i potenti e sotterra gli uomini già perdenti
e così che va il mondo, così vanno le cose in questa Patria mia.
di quei signori che
con la nostra umana appartenenza
si sporcano la bocca
abbandonata all’intelligenza, di menti e corpi incontrollabili
Scende, la scura pioggia di nuvole catramate
colme di fiati sprecati
che come nodi di cappio, tolgono la vita
e quel che resta del nostro avuto
Lampi di spari nell’oscurità dei giorni
lasciano corpi sconosciuti
immobili su macerie
che furono sacrifici e pianti
soldi di sangue
che gonfieranno forzieri inutili
segretamente nascosti
Melma, figlia d’invidie ed ori
frutti degli alberi stupidi dell’ego e della vittoria
scivola tra le nostre mani scultoree e bianche
che mai riuscirono a fermare i danni
della nera ignoranza di alcuni
che dell’ esistere non si curarono
Un mondo che affonda le sue radici nell’immediato, nell’istante e nell’attimo;
un mondo che separa l’individuo dal cosmo, che enfatizza la divisione e la distanza reciproca;
un mondo in cui tutti si rinchiudono nella loro cerchia, in cui tutti danno importanza solo a se stessi;
un mondo in cui regna l’utile rispetto al gratuito e l’individualismo rispetto alla solidarietà;
un mondo costituito da soli corpi, da sola materia e da solo egoismo;
che strano mondo è un mondo in cui sono gli oggetti a produrre i soggetti!
Inesprimibile nella Rimembranza
il limio d'un vento statico col cuore in pace
Nella via appiattita ogni tomba insondabile
Ma in gioventù è così:
strano
rassegnarsi serenamente
scrollando la smania di stupide attese
Primavera dei gelsomini
penso a quella gioventù
come la pentola a pressione
che vuole esplodermi dentro
Penso
Risuona floscio fino a qui
un granello di meteora disintegrata
nel viaggio
consumata rotolando
senza smuovere il silenzio aleggiante
E' il botto sordo senza eco di Bouazizi
Penso
Misi al balcone
Due gerani
Uno per l’oggi
l’altro per il domani
Ma uno dei due
Ad un tratto si arrese
Stando sulle sue
Bruciando le attese
E così anche l’altro
quello più ottimista
Si piegò dall’alto
Con aria già trista
Così va la vita
Che passa ogni giorno
Se muore già l’oggi
Il domani non avrà scampo
e non essere la spina
ch'ogne dì punge sul cor
ma d'un sole che lo irradia
il raggio. Sii quel fior
che manco alle tempeste
più battenti, devastanti,
abbassa il capo e muore poi,
ma vive e dà l'aroma
ad altrui vita. Canta!
Canta sua beltà e fragranza,
suoi colori e foglie,
suo petalo, sue spine,
e abbandona grigia tinta,
come fia, è, fu mia
onde trassi più che nero.
Canta! Canta veneride spirto!
Figlio e Schiavo di passione,
Padrone e Servo del tuo cuore,
Re di sangue e Re di leggi
dell'imper nomato Vita!
Canta e canta e canta
e dai penna alla pia speme,
e desiati risi, a gioia
infinita, assopita,
martoriata, incatenata
per capriccio naturale.
Vuole il nostro pianto!
Del dio Solo, sì munì,
di colori e di paure,
li sguardi nostri e li anni,
e nel tranello l'uomo
d'amor carnale giace.
Poi li dì sanno di male.
Quando stimavi solo luce
giunge il vero più funesto.
Non è amore, vero amore!
Ama! Io ti prego, ama!
Ama, chè nell'ignoranza
stimo lieto chi vi vive,
e tu lo sei! Accetta i caldi
e amorosi sensi, lungi sì
dal tutto "vero vano" e vaga,
senza sosta, in bugiarde,
vuote, false illusioni.
L'Amor è'l vivificante
d'umano spirto affetto,
ma quan dell'ignorare,
'el fiore o caldo raggio
s'adorna "sine pudor".
Sta' lontano dall'esempio
che mutò li miei lamenti
di mia vita e mio perir.
Dell'odiar porrai li petto
lungi e l'audio da mugugni,
e fia mai li cor inetto
d'accostar morosi lagni.
le matricole brasate dei suoi proseliti.
Hanno bandiere nere sotto apparenti colori,
violenze senza luoghi in ogni luogo.
Mille imperatori sugli spalti dell'arena
e non conta più alcun gladiatore.
Fra petardi e laser
un arcobaleno della morte risplende nel temporale.
Ogni maledetta domenica
il lupo finito in ospedale non torna agnello, ma bambino.
per i sogni infranti
per i giochi interrotti
perdono angeli dal cuore
dilaniato dal sorriso
strappato
della non vergogna
d’immonde mani;
perdono innocenza violata
piango lacrime lenitrici
di tanto orrendo
scempio
Oh pianto coprente terra
matrigna
perdono
più fiore sboccerà
più usignolo canterà
il sole sorgerà
malato
finchè l’oblio
regnerà
Oh angeli dall’innocente pianto
mondate questa terra
scèvra di giuste carezze
di calde amorevoli braccia.
Oh angeli perdono
C'era una volta il sole
dove la gente
ora moriva.
Dolce musica Slava
suona lieve facendo sognare.
Nasce un grande amore
uno sguardo improvviso
un tenero bacio
il violino che parla,
mentre in cielo il grigiore
un rumore assordante.
boati di bombe
sulle strade deserte.
Là c’era un fiume
una volta incantato
ora rosso di sangue.
Il sole è fuggito
solo polvere e fumo.
Un violino stonato
continua a suonare
un valzer viennese.
Lui la bacia, sparisce,
quando il cielo tuonava
un’ultima volta.









