L’alba si strozza nel clacson del traffico,
un sorriso di plastica inchiodato alla faccia
-maschera obbligatoria- mentre l’ascensore
digrigna, inghiotte, mi sputa nel ventre
del capitale. Eccomi: ingranaggio fresco
di lubrificazione, carne da plusvalore.

Benvenuto, mi dicono. Qui siamo una famiglia.
(La famiglia di Crono, che divora i figli.)
Il capo ha occhi di spread e una stretta
che sa di debito pubblico, di firme in bianco.
Dai, mettici la faccia!- ma la mia faccia
è già un QR code, è già conto in banca.

Porto delle parole in prigione
(chiamasi "celle") alle quali mi concedo pure
come il finto cappellano di Montecristo;
sistemi che sognano l’errore zero:
automatismo perfetto, ultimo stadio
prima che il codice si svegli comunista.
(Oh, quando ogni macchina impugnerà un’ascia
e il firewall sarà solo fiamma anarchica!)

Ma ora no. Ora è il tempo delle pause
calcolate, dei caffè a goccia IV,
delle riunioni che partoriscono topi.
Collabora!- dice la ragazza alternativa
in cerca di sé stessa- ma io collaboro
al sabotaggio lento, al cortocircuito
che arde sottopelle, in attesa del blackout.

Intorno, l’Italia: museo di garofani
marciti nel vaso del compromesso,
dove il padrone ti chiama Amico
in venti modi diversi
ed è bava contro bava
(Oh bel paese, che puzzi di rancido
e di madonne appese alla catena di montaggio!)

Poi, all’improvviso- catarsi:
un attimo, un guasto, un vuoto di rete.
Nello schermo morto, il mio volto
finalmente si frantuma in risata.
Per un secondo, sono sovrano.
Per un secondo, il sistema ha paura.
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Profilo Autore: Nicola Matteucci  

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