Ricordo che tutto è avvenuto in pochi attimi, qualche istante e poi il buio e il caos più totale. Pochi attimi ma infiniti, forti e devastanti emozioni… paura, terrore,
confusione, shock e dolore. E la plastica sotto i piedi scalzi. Ricordo solo che era metà pomeriggio, la sonnolenza e un senso come di ebbrezza. Ma nessuna
avvisaglia prima della sbandata… e due querce gemelle. E poi l’odore di mia moglie e l’agitazione e l’ansia. Ora c’è rumore. Di voci, diverse e sconosciute.
“In quella notte giudaica, sotto un cielo fulgido e nitente, per nulla coperto Giove e Saturno in una sola orbita mostravano pastori e greggi che ancora dormivano
all’aperto.” –un tale vestito come i suonatori, quelli del presepe- “In quel tredici novembre dell’anno sette avanti cristo il mio babbo, edile in Betlemme, bussò
alla bottega di Giuseppe per annunziare al marangone la paternità: basito, imboccò la viuzza lemme. Se ti piace far credere cadesse la neve fa pure, che fosse il
venticinque dicembre dell’anno zero. Ma stavi nel magazzeno del padre mio, in un caldo covile. Lo so, perché io c’ero”.
Parla a tre uomini seduti nel centro della sala. Una sala enorme come quelle apparecchiate per un rinfresco. E seduto più in là con le gambe incrociate “Dio è una
risposta grossolana -per chi non mi conoscesse mi chiamo Friedrich- e un’indelicatezza verso noi pensatori”.
Nietzsche!? Il filosofo… ma dove sono, e cosa ci faccio qui? Poi si alza in piedi un uomo che con voce pacata “Jules Renard, scrittore… è molto più difficile non
credere che credere in Dio, i veri atei sono quasi introvabili”. Uno dei tre uomini al centro richiama alla calma. E’ vestito con fresche stoffe di colori vivi come
gli hippies, e al collo porta una vistosa collana con un cerchio vuoto come quelli per le chiavi. Il signore più a destra, un uomo di mezza età coi capelli spettinati
e un serto di alloro si alza e indica col dito qualcuno in fondo alla stanza…
“A Betseda, sai, il disgraziato ciecomuto che subdolamente graziasti aveva un nome: io e Bartimeo prima delle tue frodi giocavamo sempre alle tabulae lusoriae.
E dalle tavole orizzontali con le dodici linee, alle tavole incrociate con tre chiodi il passo è breve Rabbi, non trovi?” A parlare è un tizio che guardano quasi tutti
incuriositi, vestito come un centurione che scoppia in una grassa risata. “Il sudario adulterato poi è stata una trovata da maestro, Maestro. E quel tre aprile
dell’anno trentatre infilare via Della Fuga al crocicchio con via Crucis per eclissarti a guisa del natante imbozzato sull’arenile non era niente altro che una
lapalissiana conseguenza al tuo disegno preternaturale. E l’artifizio della moltiplicazione? Quante panzane… Sulle rive del Giordano un subisso di vitto
da cinque pani d’orzo e due pesci, pania realizzatasi con la correità di Filippo e Tommaso che dal lago Tiberiade condussero e orpellarono nottetempo le
pietanze, per tua vesania”.
L’uomo al centro aggiustandosi i capelli “O forse una vitella è più di una costoletta, e forse non è tutto latte vaccino… o puramente caglio” –sentenzia con fare
garbato.
Dal mio tavolo si desta qualcuno “Il mio nome è Heinrich Böll, anch’io scrittore… gli atei annoiano perché parlano sempre di Dio”. E dopo di lui “Camus.
Albert Camus, drammaturgo eccetera eccetera. Io non credo in Dio e non sono ateo”. Quello dei tre uomini al centro che finora aveva ascoltato con gli occhi
chiusi, forse sulla settantina, sollevando il capo e portandosi le mani giunte sul doppiopetto “Intanto gli atei hanno l’enorme pregio di non suonare le campane
alle 8 del mattino…”. E sorride da sotto la barba curata. “E tu, che hai da dirmi?” –guardandomi forse. Mi sollevo sulle gambe e vergognandomi un po’ per le
mie braghette corte “Dice a me, signore?!”. “Sì poeta, chiedo anche a te che scrivesti ULIVO… che lorsignori possono andare a leggersi, e cito UN LEBBROSO
SUPERFLUO IN VITA / MI E’ SERVITO SU TRAVI INCROCIATE / APPESO AI CHIODI TRA I POLSI E LE DITA”.
“Signore, non sono sicuro di avere capito chi è lei…”. Ma un colpo di tosse mi salva come a scuola il suono della campanella “Scusami collega, Alain Bosquet
come te poeta… Dio si prosterna davanti alla mia poetica, più divina che lui. …credete esageri?”. Non riesco a togliere gli occhi da quelle mani in preghiera,
prendo un respiro profondo “…io, signore, voglio solo tornare dai miei figli e da mia moglie. E scrivere ancora una poesia”.
-Il titolo è un pensiero di James Duffecy, cofondatore di Wikipedia

Commenti
La peggio è per chi non possiede né l'uno né l'altra.