Avevamo la stessa età, cinque o sei anni, quando aprii gli occhi nello sconcerto più assoluto.
Cosa ci facevo qui? E chi è questo cosetto che mi da un nome e comincia a far domande senza tregua con tutti i suoi perchè, "come faccio?", "giochiamo a...?"
Mi sentivo un po' impacciato: le mani trasparenti, gli altri sordi alla mia voce e anche se gridavo "ehi, sono qui!" mi sentiva solo lui, telepate inconsapevole.
Così con grande pazienza cominciai a parlarci e a seguire i suoi pensieri, i suoi sogni, le sue fantasie. Mi chiamava quasi sempre nel momento del bisogno. Giocavamo con spade improvvisate, con i Lego, a fare scarabocchi e a creare storie sul momento...
A volte, con lo sguardo basso e un fare indifferente, ma si capiva bene che era serio, mi faceva qualche domanda all'improvviso, a cui non sapevo rispondere prontamente:
"Perchè nonna se n'è andata?"
"e dov'è ora?"
"perchè mamma oggi è silenziosa?"
"come faccio a dire questa cosa?"
"perchè vado a scuola?"
"e perchè papà deve lavorare tutto il giorno e quando torna si addormenta sul tavolo?"
Lì per lì mi inventavo qualcosa, una qualsiasi, giusto per rivedere il suo sorriso e riprendere a giocare.
Mi manca tanto il mio bambino reale. Lui cresceva, mentre io rimanevo uguale come il primo giorno che ho aperto gli occhi. Alla fine ho dovuto lasciarlo andare, ho dovuto farmi da parte. Ho provato tante volte a chiamarlo per un saluto, ma è lui troppo preso da così tante cose... cose importanti, davvero importanti, più di me.
E questa è la fine di tutti noi amici immaginari. Diventiamo invisibili anche al nostro creatore. Ci sentiamo soli nel nostro limbo e vaghiamo come fantasmi a cercare altri come noi, orfani dei nostri piccoli bambini sognatori

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Profilo Autore: Manuele  

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Tema della 5a elementare di mio figlio.
Avrei potuto scegliere la strada più facile, e parlare di nonna o nonno materni. Ma mentre facevo la punta alla matita è passato papà che mi ha poggiato la mano sulla testa. Solo un istante, senza dire niente. Ho chiuso gli occhi e ho ricordato ogni volta che sono triste, e lui e mamma mi dicono di pensare a quando mi tenevano per mano… e che anche senza la mano mi accompagneranno per tutta la vita.
Così ho scelto nonna Patrizia, la mamma di papà. Credo si chiami così. Ricordo che sedeva con me sul dondolo, e le appoggiavo la testa sulla mano. La scostava, e continuava a fare le parole crociate. Non ricordo la sua voce, o che colore avesse gli occhi. Ma so che sono passati dieci anni perché mio fratello che fa quarta ne aveva quasi uno. E so che mamma è quiete, e mi dà tutta la sua comprensione. E papà è un uomo che si è dato il permesso di soffrire. Un essere umano forte che trema. E io… io sono un bambino che sa che mamma è tutto l’amore che c’è ancora nel mondo.
Papà non ne parla mai. Solo una volta l’ho sentito dire alla mamma che aveva invitato nonna per la mia Comunione. Lei ha risposto che certe cose devono rimanere come stanno, e che è normale che i nipoti non la ricordino. Io non ho capito, ma la mamma lo ha stretto forte.
Papà a volte scrive del vuoto di chi vorresti al tuo fianco, di lacrime, di ricordi e di strade.
Vorrei camminare forte fino al paese di nonna e riportargliela a casa. Poi guardo la mia mamma che sorride mentre prepara la cena, e penso a quanto deve essere difficile per papà non chiamare più mamma.


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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Poi un giorno, tutti, ci rendemmo conto che nel giro di 48 ci fu una grande evoluzione per una pandemia inaspettata. Praticamente, il giorno prima svolgevamo le nostre vite facendo di tutto ma... coi cellulari tra le mani, fino a farci incurvare le spalle e perdere tutto quello che ci circondava, fino a diventare superficiali per i social. Si mangiava pane e web. Il giorno dopo, a causa di una quarantena, scoprimmo il valore di un abbraccio, la pesantezza della solitudine, la mancanza di respirare all'aperto, l'emozione di guardare negli occhi e la voglia di vivere e amare ancora.  
Il social, durante la quarantena;
*aiutò a far passare il tempo a tanti,
*aiutò a capire cosa stesse succedendo nel mondo,
*aiutò molte persone a capire che quelli che erano dall'altra parte del vetro, nonostante la loro compagnia, non avrebbero mai potuto riempire i vuoti personali.
Fu questa clausura ad aprire gli occhi e la mente a molti... a far capire chi e cosa ci mancava realmente. Salvammo l'Italia servendoci proprio del web, lo usammo da tramite per invogliare le persone a non uscire di casa. Ma quando tutto finì, scendemmo per strada, ringraziandoci l'un l'altro, per non aver ucciso nonni e genitori. Festeggiammo con abbracci e sorrisi riscoprendo i valori veri, un mondo ripulito in parte dallo smog che ci aveva accompagnato negli ultimi anni. Posammo la tecnologia ed iniziammo una nuova vita fatta di realtà. Soddisfatti noi, di aver salvato tutto ciò che era salvabile. Fieri noi, del mondo in cui ancor oggi viviamo.
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Profilo Autore: Clorinda Borriello  

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Ascoltavo i suoni che in una notte come questa cambiano melodia nel candore che attutisce i passi sul poggiolo, mentre vedevo il tuo dolore allungarsi come una foglia bagnata. Calpestata. E farsi sottile. Quasi piccino. Come il fiocco di neve che stavo per accompagnare con la mano nel fiato caldo di un respiro.
Appena avrò terminato di masticare tabacco e di soffiare nello studiolo il freddo dal poggiolo, non appena smetterai di sentirti un libro dal quale si cancellano le parole e resta solo l’odore di vecchia carta ingiallita che ti riempie i polmoni, partiremo. Prendimi il braccio, e cerca di sopportare il peso delle tue nuvole. E scrivi, assecondando quel debole per le parole. Consegna alle pagine di quel libro i tuoi segreti, nella sua filigrana scorre il tuo stesso sangue. 
In un turbine di minuti cristalli danzeremo con gli abiti irrorati di gocce, e da una soffice nebula ci ritroveremo nell’angolo rischiarato di quella parte del giorno che non ti appare più famigliare. Io resterò come un vocabolo immobile sulla carta, tra l’inchiostro.
E al mio risveglio, sulla sedia davanti alla finestra aperta starnutirò per un fiocco di neve che mi solletica il naso e indiscreto si infila nel tiretto che odora di soffitta. Come quel sogno che da tutta la vita porto con me a sinistra sotto la giacca. Mi guardi dal bianco e nero di una fotografia che dovrebbe stare nel cassetto di qualcun altro, tu…
Tu che sei il brillio fermo di una lampara nell’inconsapevolezza della nebbia.

-una di quelle vecchie foto... che la trovi e ricordi, e pensi sia “la luce che è venuta fuori

 da una  tenebra caduta” (Alda Merini)

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Alcune vite fa scrissi due poesie sul Natale. “La leggenda del giocoliere” dove un poveromo, capace ancora di accorgersi di un fiore cresciuto in un tombino di scolo, portò in dono al bambinello l’unica cosa che sapeva fare. Volteggi e palle colorate. Come quelle di vetro, plexiglass o plasticaccia, conta poco, che addobbano l’albero d’ognuno accanto alla porta.
Anche se so bene che il vinaio del presepe vi vede che nella parte dietro mettete meno palline.
Potrei dirvi che nello scatolone le statuine è come se prendessero vita per passare l’anno a intrecciarvi le lucine. O che ogni volta mi addormento quando tirate fuori le pecorelle una ad una.
Chi sono io? Sono stato in presepi dove c’erano troppe pecore, ma nessuna voglia di toglierle. Così qualcuno ci metteva un lupo.
Potrei raccontarvi di come Giuseppe, oppresso dallo scenario nel quale viviamo, ieri se ne sia andato a comprare le sigarette e non sia ancora tornato…
O dei pecorai in fila con gli smartphone in mano per farsi a turno un selfie con i Magi.
E chi è lei che ancora apprezza incenso e mirra, e non si aspetta uno chalet di montagna a Natale e un brillocco sotto al vischio, a cui rivolgo questi auguri?
Io sono il pastorello che dorme beato e che si immagina il presepe sognando. E se Babbo Natale mi ha insegnato qualcosa, è che se ti presenti solo una volta l’anno tutti sono felici di vederti.
Già, quasi dimenticavo… la seconda poesia. “Il bambino cieco di Betlemme” quella notte in cui tutto correva verso un’unica mangiatoia seguì il suono forte delle campane delle greggi fin sotto la cometa, che splendeva come oggi a metà mese la spia della benzina.
Qualcuno a mezzanotte anche stanotte che è Natale farà gli auguri ai cigli delle porte e brinderà con l’ultimo cappone, senza piume ma che almeno attraversa sulle strisce, davanti all’albero di qualcuno con le campanelle.
Lei è la mia amica di penna. Nel suo presepe, Maria fa le pernacchie sul pancino a Gesù e le sue risate si sentono in tutto il mondo.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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“Robi… Dai Robi, scendi. Mamma mi ha dato la Girella. Una anche per te. Dopo, quando inizia Bim Bum Bam sai che mi tocca salire… poi inizia a far freddo e buio, e la mamma mi tiene in casa”.
Sonnecchiavo nel balcone, sulle mie foto delle elementari con gli occhi di oggi… sembravamo dei bambini poveri. E Roberto arrivava, con le solite ginocchia bucate.
“Robi, hai rotto i pantaloni della tuta!”.  E quello <No, tranquillo. Mia madre dice che tanto li romperò anche domani. E poi, sono quelli che mi ha passato mio fratello…>.
Andavamo sui pattini a quattro ruote col freno a tampone. Questo sarebbe dovuto servire a fermarci rapidamente, premendo solo la punta del pattino contro l’asfalto. Ma contro l’asfalto ci finivano le ginocchia, e se avevi fortuna le mani al posto della faccia.
Il salario di papà ci permetteva di stare bene, ma non capivo perché non mi comprasse la bicicletta.
Roberto aveva una Saltafoss con le fiamme.
Robi, me la fai provare… solo una volta, per favore”.  <Fossi matto, chi la sente poi mamma… Guarda che fiamme! Oggi sono più grandi, vero?>. Roberto girava per il cortile sul suo bolide rosso, e io lo seguivo con la mia macchinina a pedali con l’adesivo di Batman che mi aveva appiccicato papà una domenica. Ma non ero triste.
Divenni triste invece un pomeriggio che faceva freddo, ed era quasi buio. Il cancello del cortile si stava aprendo, e Roberto pensò di sgommare sul binario. Quello del quinto piano che aveva da poco preso la patente entrò anche lui sgommando, e l’indomani Robi non scese.
Mi spiegarono mamma e papà, non so cosa capii. Forse pensai che la sua famiglia si fosse trasferita.
Ma mi domandavo dove fosse finita la bici con le fiamme.
Una sera papà guardava il telegiornale su Telemontecarlo sullo schermo a tubo catodico della nostra Brionvega che funzionava quasi sempre, basta che non la si toccasse. Proprio mentre va la pubblicità di una Saltafoss con le fiamme come quella di Roberto, la TV si mette a trasmettere soltanto bianco. Papà si alza, preme con le dita un punto in alto, alla sinistra dello schermo, e tutto torna normale. Tranne che la bicicletta non c’è più…

<<A cosa pensi? Che fai con quelle vecchie foto… e perché hai messo l’antologia tra le mie piantine aromatiche?>>. Mia moglie, è uscita a buttare l’incarto di una specie di Girella che ha cambiato nome. “Riflettevo sulla nuova scrittura creativa, Se tu fossi un bambino cosa ci racconteresti…?”. <<Sei strano. La cena è quasi pronta, vieni>> appoggiandomi una carezza sulla testa. “Arrivo”, sorrido. E prima di rientrare penso solo per un momento a Robi… lui non è più arrivato.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Inizia con fatica come di consueto da molto tempo a questa parte 

Ripenso come al solito allo serie di decisioni sbagliate che mi hanno portato a questa situazione 

La difficoltà di alzarsi quando il lavoro non chiama è notevole 

Non ho molta scelta vista l’alternativa 

Penso spesso alla fine,

mi domando come mi troverà.

Avrò paura ?

Conoscendomi sicuramente mi pentirò di ogni cosa pentibile immaginabile 

ripenserò 

Agli errori 

Ai motivi 

Alle possibili soluzioni non adottate 

A ciò che sarebbe potuto succedere se .. 

Ehi .... è la fine 

sembra impossibile che ci sarà una fine .

Invece è l’unica cosa certa di questa bizzarra avventura 

Allora dai , la moka sul fuoco ed iniziamo a fare qualcosa 

Finché ci sarà dato il tempo 

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Profilo Autore: Aspera  

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<<Passami quello, ok?>>  <<Attento… non ti sporcare>>.  <<Lascia che io… oops>>.  <<Non

quello… il crick… e tieni a portata di mano i bulloni e la chiave inglese… cav… mi sono

pizzicato>>.  <<Ma tu hai capito cosa è successo?>>.  <<A chi? …cosa?>>.  <<Ma non ti accorgi

di niente tu…?>>.  <<Perché mi guardi così? Parla…>>. <<Pensavo a quando eravamo

giovani…>>. Quando era giovane la mia vicina faceva girare i pedali con tanta leggerezza che non

la si poteva non restare a guardare, come le pale del mulino oltre l’esiguo ruscello mosse dal vento,

appena fuori dal minuscolo paese ove la strada sale. Percorrendo le viuzze in su e in giù dalla prima

delle casette dai tetti aguzzi al bianco praticello di alisso, a quasi tutti quivi lei ha regalato sogni

d’amore. E lei sola è stata a ballare al Riobo, sebbene il vigile cipresso.

Ora quando scendo la scala vorrei essere tagliato fuori anche dal suo sguardo, e smanio dal tagliare corto se mi rivolge il saluto da quanto è parolaia.

Penso solo a ruotare lo splenio e a tagliare la corda 
se è lì che attraversa il cortile, e spero un giorno improvvisamente decida di tagliare i ponti senza

un 
perché. <<Cough>>  Il cortile… Se chiudo gli occhi ritrovo ricordi, corse in cortile, un gelato pagato con le lire. Il silenzio dei muretti nei cortili ombrosi… 

come se stare lì con lei allora fosse stato giusto. Quando credevo che l’aeroplanino lanciato nel cortile della scuola virasse dentro la finestra, e le arrivasse

sul banco chiedendole un appuntamento. 
<<Ehi, ho i bulloni e anche questa cosa inglese>>. <<Eh!? Sì, ancora solo un momento…>>.

E ora su quei, saranno a un dipresso venti, gradini è come se mi tagliasse, malerba, l’erba sotto i piedi allorchè d’emblèe avvia il decespugliatore e inizia

a precidere destramente il prato… in 
lingerie e pianelle, con le sembianze di una donna di Botero sèguita inflessibile e suda, tapina. Madide le natiche

dell’importante deretano, stillante lo zirbo e roridi i seni: quanto è sgraziata 
la mia vicina! <<Perché continui a guardarmi così? Aho! Sai… la sera mi piace

attraversare i cortili e ascoltare 
i rumori arrivare dalle finestre aperte. Mi chiedo com’è avere qualcuno a casa che ti aspetta>>.

<<Gasp… La gomma è a posto. Lascia che io… emm… se ti va di andare in latteria dalla Giuliana, ti offro un gelato di quelli da mille lire…>>.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Ricordo che tutto è avvenuto in pochi attimi, qualche istante e poi il buio e il caos più totale. Pochi attimi ma infiniti, forti e devastanti emozioni… paura, terrore,

confusione, shock e dolore. 
E la plastica sotto i piedi scalzi. Ricordo solo che era metà pomeriggio, la sonnolenza e un senso come di ebbrezza. Ma nessuna

avvisaglia prima della sbandata… e due querce gemelle. 
E poi l’odore di mia moglie e l’agitazione e l’ansia. Ora c’è rumore. Di voci, diverse e sconosciute.

In quella notte giudaica, sotto un cielo fulgido e nitente, per nulla coperto Giove e Saturno in una sola orbita mostravano pastori e greggi che ancora dormivano

all’aperto.” –un tale vestito come i 
suonatori, quelli del presepe-  “In quel tredici novembre dell’anno sette avanti cristo il mio babbo, edile in Betlemme, bussò

alla bottega di Giuseppe per annunziare al marangone la paternità: basito, 
imboccò la viuzza lemme. Se ti piace far credere cadesse la neve fa pure, che fosse il

venticinque dicembre dell’anno zero. 
Ma stavi nel magazzeno del padre mio, in un caldo covile. Lo so, perché io c’ero”.

Parla a tre uomini seduti nel centro della sala. Una sala enorme come quelle apparecchiate per un rinfresco. E seduto più in là con le gambe incrociate “Dio è una

risposta grossolana -per chi non 
mi conoscesse mi chiamo Friedrich- e un’indelicatezza verso noi pensatori”.

Nietzsche!? Il filosofo… ma dove sono, e cosa ci faccio qui? Poi si alza in piedi un uomo che con voce pacata “Jules Renard, scrittore… è molto più difficile non

credere che credere in Dio, i veri 
atei sono quasi introvabili”. Uno dei tre uomini al centro richiama alla calma. E’ vestito con fresche stoffe di colori vivi come

gli hippies, e al collo porta una vistosa collana con un cerchio vuoto come 
quelli per le chiavi. Il signore più a destra, un uomo di mezza età coi capelli spettinati

e un serto di 
alloro si alza e indica col dito qualcuno in fondo alla stanza…

A Betseda, sai, il disgraziato ciecomuto che subdolamente graziasti aveva un nome: io e Bartimeo prima delle tue frodi giocavamo sempre alle tabulae lusoriae.

E dalle tavole orizzontali con le dodici 
linee, alle tavole incrociate con tre chiodi il passo è breve Rabbi, non trovi?” A parlare è un tizio che guardano quasi tutti

incuriositi, vestito come un centurione che scoppia in una grassa risata. 
“Il sudario adulterato poi è stata una trovata da maestro, Maestro. E quel tre aprile

dell’anno 
trentatre infilare via Della Fuga al crocicchio con via Crucis per eclissarti a guisa del natante imbozzato sull’arenile non era niente altro che una

lapalissiana conseguenza al tuo disegno 
preternaturale. E l’artifizio della moltiplicazione? Quante panzane… Sulle rive del Giordano un subisso di vitto

da cinque pani d’orzo e due pesci, pania realizzatasi con la correità di Filippo e Tommaso che dal lago Tiberiade condussero e orpellarono nottetempo le

pietanze, per tua vesania”.

L’uomo al centro aggiustandosi i capelli “O forse una vitella è più di una costoletta, e forse non è tutto latte vaccino… o puramente caglio” –sentenzia con fare

garbato. 

Dal mio tavolo si desta qualcuno “Il mio nome è Heinrich Böll, anch’io scrittore… gli atei annoiano perché parlano sempre di Dio”. E dopo di lui “Camus.

Albert Camus, drammaturgo eccetera 
eccetera. Io non credo in Dio e non sono ateo”. Quello dei tre uomini al centro che finora aveva ascoltato con gli occhi

chiusi, forse sulla settantina, sollevando il capo e portandosi le mani giunte 
sul doppiopetto “Intanto gli atei hanno l’enorme pregio di non suonare le campane

alle 8 del 
mattino…”. E sorride da sotto la barba curata. “E tu, che hai da dirmi?” –guardandomi forse. Mi sollevo sulle gambe e vergognandomi un po’ per le

mie braghette corte “Dice a me, signore?!”. 
“Sì poeta, chiedo anche a te che scrivesti ULIVO… che lorsignori possono andare a leggersi, e cito UN LEBBROSO

SUPERFLUO IN VITA / MI E’ SERVITO SU TRAVI INCROCIATE / 
APPESO AI CHIODI TRA I POLSI E LE DITA”.

“Signore, non sono sicuro di avere capito chi è lei…”. Ma un colpo di tosse mi salva come a scuola il suono della campanella “Scusami collega, Alain Bosquet

come te poeta… Dio si prosterna 
davanti alla mia poetica, più divina che lui. …credete esageri?”. Non riesco a togliere gli occhi da quelle mani in preghiera,

prendo un respiro profondo “…io, signore, voglio solo tornare 
dai miei figli e da mia moglie. E scrivere ancora una poesia”.




-Il titolo è un pensiero di James Duffecy, cofondatore di Wikipedia

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Zarathustra disceso dal monte cioè da una solitudine voluta, divenne pieno di sé e si compiacque di ricordare le strade che portano al mercato – così lo infamano gli abitanti del villaggio. Non si curava più della pianura. In realtà era da molto che la sapienza non si tramuta in disgusto - nella lotta con se stesso vince quando perde. Aumentando la potenza attraverso la montagna, come una valanga. Così a sua volta si guardò da fuori dal punto di vista del funambolo e si ricordò dell’uomo e del suo lavoro - si immedesimò nell’uomo e nel suo lavoro - si tramutò in uomo e decise liberamente il suo lavoro.

Il concetto è attraente e irreale: ri-fondare l’uomo e la sua libertà – liberandolo dalle monadi e dal tomismo aristotelico. La libertà fa penar fame all’uomo – per questo è necessario ri-fondarla. In fondo è necessaria ogni digestione, per questo ruminare il passato da sapore al presente e nello stesso procedimento il ricordo si nutre del presente per dare gusto al passato. La libertà rifondata da Zarathustra scardina ogni nutrimento – permettendo all’uomo di nutrirsi con una digestione ciclica.

Perciò il villaggio si mosse contro le prove che danno valore al sapore e sapore ai sensi di quanti sanno: <<Abbiamo ora udito abbastanza del funambolo; fate che adesso lo vediamo!>> Ed è proprio il nutrimento un arte circense – un camminare sopra alti precipizi tra nutrienti e morigerare malizie intestine, arcane e private.

Perché l’uomo viva bene deve digerire bene – il tempo nella stessa nutrizione che dà all’uomo, languisce acqua salmastra, aspettando se stesso per rifondarsi: con ciò, perché l’uomo ri-viva bene deve ri-nutrirsi bene di una diversa pietanza temporale. In realtà non ci vogliono arti segrete per eterni ritorni né alchimie arcane - è necessario essere nutrimento del tempo affinché sia quest’ultimo a ri-fondarsi e quindi ritornare all’uomo ciclicamente.

Il nichilismo in questo convito è dialogo e geremiade. Un instaurare rapporto tra ospiti – e tra i vari sé di ogni se stesso e di ogni altro parolaio. Tronfi ognuno nei propri intenti. Come questo dialogo e la sua sicumera devianza – solo per impreziosire merda con retorica di ruminante, ma di colpo rapito il dialogo per un ospite inquietante che ride.

Anche se a questo punto Zarathustra raccogliendo il corpo del funambolo ormai a terra esangue si propose di tornare per altre strade nel villaggio per raggiungere altri funamboli un po’ meno reticenti verso la salvezza delle loro anime – pieno di malia per i villeggianti il nostro filosofo dell’arte del cammino così diceva al morente: <<Non è così, disse Zarathustra; tu hai fatto del pericolo il tuo mestiere; in ciò nulla vi è di spregevole. Ora tu perisci pel tuo mestiere: voglio quindi seppellirti con le mie mani>> Che irrisione! Due anime morte e solo uno ancora vivo! Solo per divertirsi ad accogliere vite altrui senza difetto. Nel mercato nel lato verso la chiesa i violisti ci intonarono una seconda geremiade, altri ad ei: <<ci si piaccia nei suoi discorsi lividi – sì, ma solo a gloria di decadenza!>> Ma una mente più acuta iniziò ad abbarbicarsi in decodificazioni azzoppate dalla sua stessa ricerca codificata di una verità asintotica – che per primigenia inclinazione pose in essere come definitiva della verità fondante ma e però - esclusivamente - immanente.

Il vecchio - che in realtà sui quarant’anni disceso dal monte in modo satirico previde il futuro in un afflato cinico – portò con sé la carogna – caricata sulla spalla – avanzando, ogni ora lo divorava – e come nel convito di cui sopra lo ri-fondandava come grammofono. Un pietista gli diede del pane e del vino per avere qualcosa di più sostanziale da cui avere energia, ma solo dopo essersi fatto pregare nello spirito, lo spirito che sarebbe dovuto morire ma solo dopo la nutrizione – implicitamente ringraziò e lasciò il cadavere nel tronco di un albero perché né fosse sbranato da bestie né di lui vivesse ricordo – e come fosse reale il nostro protagonista comprese, nel medesimo tempo in cui la melodia che lo incantava si disperse. Così realizzò sagaciamente: <<Una luce è sorta in me: ho bisogno di compagni e di compagni viventi – non compagni morti e cadaveri, che porto con me dove voglio>> E ancora, giocondo: <<Io tendo alla mia meta, seguo la mia strada; salterò oltre gli esitanti e i lenti. Sia così mio il cammino la loro distruzione!>> E bonariamente qualcheduno si trovo cruccio riportarci quello che riteneva un Dio esangue un cantuccio per educandi – dopo aver digerito mieli di montagna per molti anni e aver realizzato questo con quel morto che era – e con quell’altro morto che era con lui. Disceso dal monte cioè da una solitudine voluta divenne pieno di sé e si compiacque di sapere ancore le strade che portano al mercato - e dicono gli abitanti del villaggio che non si curava più della pianura. In realtà era da molto che la sapienza non gli si tramuta in disgusto - nella lotta con se stesso vince quando perde. Aumentando la potenza attraverso la montagna, come una valanga. Così a sua volta si guardò da fuori dal punto di vista del funambolo e si ricordò dell’uomo e del suo lavoro - si immedesimò nell’uomo e nel suo lavoro - si tramutò in uomo e decise liberamente il suo lavoro, questo bravo pubblicante.

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Profilo Autore: Fone  

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