C’era un tavolo, semplice, di legno chiaro, segnato da graffi e ricordi.
Lì sopra si erano appoggiate mani, tazze, risate. Era il centro di tutto: parole che si intrecciavano, occhi che si cercavano, silenzi pieni e mai vuoti.

Una volta ci sedevamo vicini davvero. Si parlava senza fretta, si sorrideva per niente, e quel niente bastava.

Poi, piano, è arrivata la tecnologia.
All’inizio era solo un oggetto in più, appoggiato tra i piatti. Poi è diventato due, tre, uno per ciascuno. Le teste si sono abbassate, gli sguardi si sono spenti. Il tavolo è rimasto lo stesso, ma non era più un luogo: era solo una superficie.

Le risate si sono fatte rare, le parole corte, distratte. Ognuno chiuso nel proprio piccolo mondo luminoso, mentre quello vero, fatto di occhi e respiri, si allontanava senza fare rumore.

Il tavolo ha continuato ad aspettare.
Ogni sera, immobile, custodisce ancora l’eco di ciò che eravamo. Forse sa che basterebbe poco — un telefono spento, uno sguardo alzato — per tornare a vivere.

Ma intanto resta lì,
testimone silenzioso di una distanza nata troppo vicino.
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Profilo Autore: fabio brogini  

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