Ill.ma Santità, mi consenta di farLe i migliori auguri, nel ventesimo anniversario del suo pontificato. Desidero evidenziare il recente incontro con Fidel
Castro; due culture si sono fronteggiate : la tradizione dell'odio, della violenza, personificata dal Lider Maximo e quella della verità, dell'amore da Lei rappresentate.
Fidel ha dovuto fare concesssioni, quali la liberazione di trecento detenuti politici e la restituita libertà di culto del popolo cubano.
Ciò che caratterizza la nostra fase epocale è la crisi della fede, con critica alla Chiesa, in quanto pilastro millenario della dottrina cattolica.
Sarebbe encomiabile una sua presa di posizione verso il mondo politico, inchiodandolo alla sua responsabilità morale: una Pastorale che rilievi che i politici
devono eseguire il loro mandato nell'interesse del popolo e non per giungere un bieco affarismo personale.Dicevo crisi della fede. Per me è un dono di Dio,
ma anche una scelta,frutto di riflessione profonda, di piena accettazione.
Non posso che esaltare la sua opinione critica verso la corrente denominata New Age. Una cultura del benessere che, facendo uso di miti e simboli del linguaggio
religioso(armonia,luce, verità) crea una  una visione egoistica della religiosità.. Modella una surreale concezione di Cristo cosmico, relegato da persona a semplice
forza.Ed in contrasto con le Sacre Scritture, si nega il senso di colpa e del peccato dell'uomo.
Crisi della fede: ma anche il fiorire di sette, esse praticano il culto di satana, con barbari rituali,fatti di formule magiche, sacrifici di animali e turpi violenze
psico-fisiche sull'uomo.
nell'ambito dell'oscurantismo della fede si inserisce l'inquietante fenomeno di cartomanti, esperti di magia bianca: cialtroni che intascano abbondanti guadagni,
grazie all'incertezza e debolezza di chi li interpella.: Santo Padre nelle sue mani tremanti vedo solidità e fermezza di un polacco antibolscevico; un uomo
che ha affrontato con l'arma della Croce i potenti dittatori, costringendoli di scendere dal trono degli allori.
Rivolgendole i miei più calorosi saluti e auguri di lunga vita e sereno pontificato,concludo scrivendo che Lei è una bandiera ben spiegata e mai ammainata
che poggia le fondamenta nelle viscere della terra.
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Profilo Autore: Fedel Franco Quasimodo  

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Insieme… alla finestra accostati ad ascoltarti,

Stagione che lasci volteggiare allontanandosi

le foglie dagli alberi come figli, così i figli…

divento chi si ascolta;  il resto è aspettare, più o meno

in silenzio, di dire la propria… credo di aver passato

la vita ad ascoltar quello che la gente non voleva dire.

Grazie alla cassa integrazione in deroga

sul far del mattino e al calar della sera

scopro nuovi oceani perdendo di vista cigli

sicuri di costa: mi piace svegliarmi presto con la luna,

scendere con lo sguardo fisso sulla stessa montagna

insieme, lei torna a dormire… io sveglio dal dormire

mia moglie col caffè, e con la mano a qualche

centimetro dalla guancia, altra carezza donata al vento.

Da giorni non permette la si tocchi, da diversi giacigli

ci amiamo come, più di prima di questa insensata cosa.

Dove lavora ci sono stanze con vite che necessitano

d’esser riordinate, respiratori pochi e bocche da pulire.

Quando rincasa dal turno sorride, lascia scarpe e abiti

in garage e mi manda sul terrazzo quella carezza

che si riprende dal vento;  code i suoi bisbigli

di “pettirosso caduto che ha aiutato a rientrare nel

nido”, Emily Dickinson… smetto di leggere, la guardo.

Saranno meno distanti gli abbracci nei giorni a venire.

Lo capiranno i bambini. La loro mamma non prima di una lunga doccia, la didattica… a distanza. Per fortuna posso seguirli con la scuola. Dormono piccini un po’ smarriti ore dopo il proemio dei telegiornali, dorme anche lei sfinita. Si muove. Mi piace pensare che parli nel sonno, le leggo sulle labbra “Mi sono sempre domandata perché qualcuno non fa qualcosa...  Poi mi sono accorta che quel qualcuno ero io”. Lily Tomlin

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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La porta di casa si richiuse con impeto, quasi che si volesse evitare il più piccolo assalto aggressivo dell'epidemia.Il figlio rimase incerto con le spalle alla porta, se fosse veramente solo tra quelle strette pareti dove aleggiava insistente il puzzo della malattia e dei farmaci. Non poteva andare a lavorare...sì, era un tecnico informatico, ma la sua unica mansione era quella di pulire e disinfettare le tastiere dei computer. La sorella lo chiamò per sapere dov'era mamma. Seduta sulla piccola poltrona della camera da letto piangeva e torceva tra le mani la borzetta nera  che era di sua madre, l'unica che la povera donna avesse mai avuto nella sua misera vita.  Infelice continuava ad invocare la madre. Il fratello le rispose tra i repressi singhiozzi che non l'avrebbero più rivista. Le urla di dolore divennero strazianti, sicché alcuni vicini cominciarono a bussare alla porta.Il giovane continuava a pulire la tastiera del computer, incapace di reagire a quel profondo senso di solitudine. Poi iniziò a mettere in un sacco gli effetti della madre.Ormai gli operatori sanitari con le loro appariscenti tute da cosmonauti erano scesi giù per le scale fino al secondo piano, faticando e sbuffando per la fatica, mentre le visiere si appannavano. Li raggiunse e in un rantolo della voce strozzata dal pianto gridò MAMMA. Lei, la mamma, confondeva il suo piccolo corpo, emaciato dalla sofferenza e dalla mancanza del respiro, tra le lenzuola e le coperte, nel vano tentativo di chiedere aria per i suoi compromessi polmoni. Fu caricata e sballottata ,purtroppo, sull'ambulanza che ripartì a sirene spiegate verso l'ospedale di Tor Vergata. Le porte scorrevoli del Pronto Soccorso si richiusero lentamente dietro la barella. Il camion dell'esercito che trasportava le bare con le salme dei deceduti si avviò lentamente in un triste corteo verso il crematorio. I figli della sventurata vittima non poterono piangere la loro povera mamma perché l'urna che conteneva le scarse ceneri non gli fu mai consegnata, essendo andata smarrita. Sulla lapide di una tomba vuota i figli fecero incidere " Alla memoria di Nannarella, madre persa e mai più ritrovata".

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Profilo Autore: Libero  

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Tempesta a giunger silenziosa, ampio spettro a divenir paura e
tu macabro ed invisibile vuoi torturar chi incontri..

Tu coronavirus!

Oh anime gentili di bellezze affine dedite ad incantar in maliarda gioventù,
anima a risplender nei vostri occhi ad incontrarvi per strada anche il sole allegra e 
bea del vostro colore verde e rosa e sorride e nei vostri occhi si rispecchia.
Orgogliosi ed avvenenti per le strade con gioventù a braccetto passavate ed
or chiusi nelle case a sperar che prigione abbia fine..

oh donne ed uomini con enfasi gioviale di visioni magnificenti
dovremo addobbare le case un ospite sgradito e malevolo vuol entrare
ed è venuto a giustiziar chi incontra.

Ornate lo spazio e sognate di correr su prati a rotolar sull’erba,
un sogno
a volte fa star bene anche fra quattro mura.

Or donne mamme e figlie non oltrepassate la porta per uscire ma
trattenetevi a guardar dalle vetrate ad ammirar i paesaggi eccola è primavera
la stagione non demorde di speranza e presto l’ospite sgradito nell’ inferi ritorna ove svanirà nel nulla.
Io resto a casa, abbiamo compiti da svolgere, ed hobby a donar passioni,
godiamoci la famiglia e scriviamoci un diario quel che il pensier crea.

Preghiamo per il mondo!

Giochiamo ne abbiamo modi e maniere e
dediti ad un buon libro divaghiamo e abbiamo la TV che informa e ci rallegra,
ascoltiamo la musica e se vi aggrada il compiuter può divenir benevolo compagno.

Io resto a casa chiudo la porta e l’ospite sgradito il coronavirus non lo farò entrare in casa
lo lascio fuori a sospirare.

Vi prego non fatelo entrare immancabilmente tutti voi!
Restiamo a Casa!

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Profilo Autore: Adele Vincenti  

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Posso finalmente scavare tra i calcinacci e le speranze. Da qualche giorno si sono spenti i roghi, insieme al rumore dei bombardamenti. A dire il vero sono fortunato… ho sempre e solo sentito gli schianti, vicini ma non troppo. E sono fortunato ad avere ancora in buono stato la carcassa di un’auto proprio dietro al forno. Quello è restato in piedi. Ma sempre da qualche giorno anche il pane vecchio scarseggia. Così ho ridotto i pasti al desinare verso il calar del sole, e grazie al cielo è rimasto un pantano dove prima c’era il pozzo. La sera avvolgo le mani nelle foglie di frumentone, che al granturco non servon più. E la sera scrivo. Mi è rimasta pure una matita nel taschino, anche se fra un po’ non potrò più far la punta. Per non scordare chi sono, o dimenticare chi amo. Qui non c’è nessuno da parecchio tempo, e non so più se siano passati ventisette giorni o anni. 
Poi sono fortunato perché mi è riuscito di salvare un tesoro… la notte apro piano il cassetto che ha una molla rotta del cruscotto e prendo la fotografia di mia moglie e i miei figli un’estate al mare, facendo attenzione a non rovinarla. E ogni notte li guardo.
Quando sono fortunato chiudo gli occhi qualche ora, ma mi sveglia quasi sempre il rumore degli ultimi calcinacci che ancora cadono. Alle prime luci mi rimetto a scavare… tra quelli, e le poche speranze che ancora non cadono.
Forse ho detto tante volte e troppe che son stato fortunato, ma un’altra parola non la trovo per quella mattina… credo fosse primavera quando dalle rovine dietro il muretto a secco ho sentito un ragazzino -Papà, buon compleanno papà mio…-, e qualche passo avanti a lui quasi due uomini con la forza ancora di piangere. E lei. Il passo lento e stanco, ma sempre così bella anche col viso sporco tra i capelli ingrigiti. E anche se il sole tiepido mi accecava quasi gli occhi potevo scorgere con loro un’altra persona, forse una donna… Me li aveva riportati.

“Me li avevi riportati. Ricordi!?”.  <Ricordo. Avevo sentito alla radio che la guerra da te era stata più devastante che altrove. E un mattino ero partita con un mezzo di fortuna… una specie di corriera>. Da allora ogni giorno verso il calar del sole prendiamo il tè nella veranda del piccolo bungalow che mi sono potuto permettere, e riusciamo ancora a ridere davanti alla fotografia che la vita ci ha permesso di fare: io con mia moglie e i miei figli e tu, l’amica che mi ha aiutato a non scordare chi sono, o dimenticare chi amo.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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La firma in calce a questa lettera è la tua, o quella che sarà la tua tra cinquant’anni. Ti scrivo dal futuro: non è uno scherzo, ma la realtà. La data di questa mail è due ottobre 2069, ho da poco compiuto settantaquattro anni, è indirizzata a me stesso quando avevo, appena ventiquattro anni. Posso scrivermi dal futuro grazie ad una recente scoperta scientifica che ci consente, almeno per la trasmissione di documenti elettronici, di abbattere le barriere del tempo. Credo che in molti, in questo istante, stiano facendo il mio stesso tentativo: spiegare il futuro per vedere se è possibile cambiarlo.

La popolazione mondiale sta per raggiungere ormai gli undici miliardi, le risorse del pianeta non bastano per tutti; è un fatto che incide sulla vita quotidiana. L’energia è razionata: possiamo utilizzarne la metà di quanto ne avevamo a disposizione all’inizio del secolo. Possiamo usare l’auto solo a giorni alterni, abbiamo dei tetti per l’acquisto di generi alimentari: non possiamo comprare più pane, pasta, carne, di quanto previsto dalla nostra card dietetica giornaliera.  Abbiamo delle tessere elettroniche che controllano tutto, anche la vita privata, è sottoposta a verifiche invasive. Per motivi fiscali, ma non solo.

Qualche anno fa è andato in pensione l’ultimo lavoratore con un contratto a tempo indeterminato; è stato sulle pagine di tutti i quotidiani, il governo ha indetto una giornata di festa nazionale per l’occasione. Il contratto di lavoro più lungo è trimestrale: c’è un’agenzia statale, però, che monitora le necessità delle imprese e si occupa di farci trovare subito un’altra occupazione. Assorbe ormai il dieci per cento della forza lavoro e ha costi spaventosi, ma la disoccupazione non esiste più.

Si va in pensione a settantacinque anni, dato che l’aspettativa di vita ormai ha superato i cento anni. C’è un tetto di venticinque anni anche per il pagamento dell’assegno pensionistico: chi supera il secolo di vita, se non ha un altro reddito, o una famiglia in grado di mantenerlo sino alla fine dei propri giorni, può scegliere di ricorrere all’eutanasia assistita. Neppure la Chiesa ormai si oppone a questa pratica molto comune.

La giornata lavorativa è di dieci ore o più esattamente di otto più due: otto di lavoro e due di studio. Cosa studiamo? Ci aggiorniamo sulle novità tecnologiche, apprendiamo nuovi mestieri per essere pronti, alla scadenza del contratto, ad essere subito produttivi, in un’altra azienda. Il tempo libero è un lusso che non possiamo permetterci: è razionato anche quello.

C’è una card anche per l’amore: in essa sono memorizzati gli appuntamenti scelti dall’agenzia governativa specializzata per farci conoscere l’anima gemella. Funziona così: chi è single è obbligato a compilare un questionario con l’indicazione delle proprie preferenze. Sesso, età, caratteristiche fisiche e caratteriali della persona cercata: un algoritmo provvede a trovare le affinità elettive, i desideri incrociati, le persone le cui preferenze combaciano alla perfezione. C’è l’obbligo d’incontrarsi e di tenersi in contatto almeno per un mese e di fare sesso: se dopo questo periodo la scintilla non scatta, il grande fratello, si metterà alla ricerca di un nuovo partner ideale.

Il matrimonio è stato abolito, sostituito da contratti di cinque anni: alla scadenza si può decidere di rinnovarlo o di separarsi. La Chiesa come l’ha presa? Ha strepitato per un po’ ma poi ha fiutato l’affare e ha concesso il proprio benestare. Da quando ha avuto l’esclusiva delle unioni temporanee, attraverso un’asta pubblica, nuota nell’oro.

La pressione fiscale è arrivata al settanta per cento: il restante trenta per cento, però, grazie alle restrizioni sull’acquisto di generi alimentari, di carburante, di vestiti, basta a sbarcare con dignità il lunario. La moneta è elettronica, il contante è stato abolito già da una ventina d’anni. Il risparmio è razionato: non può superare, per legge il dieci per cento del reddito. Il surplus o è reinvestito o viene trasformato in titoli del debito pubblico a lunga scadenza.

Il Grande fratello controlla tutto: ci sono telecamere in ogni angolo di strada e in tutte le abitazioni. Gli unici luoghi dove è concesso di tenerle spente sono la camera da letto ed i bagni. La privacy è inesistente: ogni discussione è intercettata dai potenti algoritmi dei servizi d’intelligence, la posta elettronica è sotto sorveglianza. Forse il prezzo pagato per sconfiggere la criminalità e per ridurre al minimo i reati è troppo elevato. Le pene per chi spegne le telecamere o i microfoni sono severissime e immediate. Le prigioni non sono piene di ladri e assassini, ma di fanatici della privacy.

Ribellarsi è impossibile: la democrazia rappresentativa non esiste più. Niente elezioni, parlamento, partiti: spazzati via dagli eccessi di corruzione e dall’avvento della società tecnologica. Le decisioni sono prese a maggioranza con referendum on line: chiunque può avanzare una proposta, ed esporla nella bacheca delle leggi da approvare. C’è un mese di tempo per leggerle, discuterle e metterle ai voti. Sono talmente tante, però, che fatalmente non possono essere approfondite dalla maggioranza della popolazione. Spesso vengono votate al buio, senza avere alcun’idea di che cosa significhino: le leggi in vigore, però, non possono essere abrogate prima di due anni di attuazione.

Assemblee e riunioni sono consentite solo attraverso il web, per evitare disturbi alla quiete pubblica: in realtà, ormai, sono una rarità anche in questa forma. La democrazia è diventata un votificio, almeno un’ora della giornata è dedicata all’approvazione o meno delle proposte di legge: non c’è tempo per discussioni di altro tipo.

Niente democrazia, energia e cibo razionati, pensione a scadenza fissa, dieci ore al giorno da dedicare al lavoro e allo studio, vita privata invasa dallo Stato, matrimoni a tempo determinato, relazioni sentimentali obbligatorie almeno per un certo periodo, la galera in caso di ribellione: è questo il futuro che immaginavamo da giovani, quando il web era solo un’occasione di conoscenza, di socializzazione, di svago?

Non credo, ma a cambiare rotta forse si è ancora in tempo: sei ancora in tempo nel 2019, se dai retta all’esperienza dei tuoi prossimi cinquant’anni. 

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Profilo Autore: mybackpages  

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“ Ci facciamo gli affari vostri e vi aiutiamo a guadagnare di più”. Protezione, consulenze, strategie di marketing: è ciò che vi offriamo per sviluppare la vostra azienda, inserendola in un tessuto connettivo vitale, in una rete solidale con altre società. L’anziano boss mafioso lesse ad alta voce il volantino che un gruppo d’affiliati al clan aveva distribuito sul territorio.

 “Che cosa è questa roba? Siamo diventati una società d’assicurazioni? Che fa, ci facciamo un bel contrattino a quelli che ci pagano il pizzo? Alle mignotte ci offriamo il pappone gratis? I nostri pusher ci fanno le offerte speciali a chi compra le dosi? Prendi tre e paghi due oppure compra ora e cominci a pagare tra sei mesi? Che vi salta in testa? Volete rendermi ridicolo agli occhi dei “colleghi” per farmi fuori alla prima occasione?

La voce del boss era alterata da una rabbia sincera: lo dimostrava il viso paonazzo, le mani gesticolanti, i passi nervosi nella stanza d’albergo in cui si svolgeva la riunione. Solo suo figlio, l’estensore materiale del volantino, laureato con centodieci e lode alla Bocconi in economia, ebbe il coraggio di ribattere.

 “ Le statistiche non mentono: il fatturato del pizzo è crollato, i negozianti non hanno i soldi per pagarlo, sono sempre più quelli che si rivolgono alle forze dell’ordine per denunciarci e chiedere protezione. La crisi ha dimezzato le loro vendite, noi che facciamo? Se un mese non possono pagarci, gli bruciamo il locale, li minacciamo, li spaventiamo! Dobbiamo renderci conto che noi dovremmo essere i primi interessati al rilancio delle loro attività, che dovremmo investire di più in risorse umane e meno in proiettili e taniche di benzina. E’ vero abbiamo fondato una società d’assicurazioni, ai commercianti della zona proponiamo una speciale polizza: non prendiamo solo i loro soldi, ma forniamo pure dei servizi che li aiutano a rilanciarne le attività. Il modello scelto è quello della solidarietà: chi firma le nostre polizze s’impegna ad acquistare da un elenco di società del nostro gruppo: supermercati, negozi di abbigliamento, di scarpe, pompe di benzina, concessionarie d’auto, società immobiliari etc. I nostri clienti possono ampliare il loro giro d’affari e il pizzo esce dalla sfera dell’illegalità. Ci saranno meno “picciotti” dietro le sbarre, spenderemo meno per le parcelle degli avvocati, senza rinunciare ad alcuna quota di fatturato”.

Il boss restò senza parole, rifletté qualche minuto prima di dare il via libera all’iniziativa: in effetti il fatturato del pizzo era quello che risentiva maggiormente della crisi economica.
L’iniziativa del clan dei “Rapisarda” decollò in fretta: i vecchi pizzi vennero trasformati automaticamente in polizze assicurative, ma nuovi “clienti” chiesero liberamente di poter sottoscrivere i contratti. Il guaio è che riguardavano attività fuori dalla sfera di competenza del clan: era necessario un vertice tra boss, per convalidarli. Fu convocata una riunione al massimo livello, nel solito casolare di campagna, per la domenica successiva. Renzo Rapisarda, avrebbe accompagnato per la prima volta il padre al massimo convegno mafioso.

Le misure di sicurezza erano imponenti: il numero dei “picciotti” impegnati a difendere l’incolumità dei boss ricordava da vicino quello degli agenti delle forze dell’ordine impegnate in un “derby” serale tra Roma e Lazio. Forse, pensò Renzo un uso più puntuale della tecnologia avrebbe potuto ridurre i costi del personale: anche la mafia, aveva bisogno di un’adeguata spending  review. Immaginava un’organizzazione più snella, border line verso la legalità: il suo animo pacifista e legalitario, odiava le faide tra clan, gli attentati contro le forze dell’ordine, le rapine violente, lo sfruttamento dei deboli e delle donne. Era uno degli ultimi marxisti in circolazione, un seguace della democrazia diretta, un Robin Hood circondato da squali affamati di sangue umano.

L’ordine del giorno della riunione prevedeva al primo punto la discussione sul calo del fatturato delle organizzazioni mafiose. La crisi colpiva duro su tutto il fronte: i consumatori di droga, erano costretti a tirare la cinghia, i clienti delle prostitute avevano ridotto qualità e frequenza dei loro incontri, le attività estorsive erano al palo, a causa dei fallimenti e dei suicidi degli imprenditori. Renzo Rapisarda fu il primo a chiedere la parola, dopo la relazione introduttiva del “Capo dei Capi”. Spiegò con calma la sua ricetta per il rilancio del fatturato di “Cosa Nostra”: l’Organizzazione avrebbe dovuto fare ciò che le Banche e lo Stato non facevano più, sostenere gli investimenti in macchinari, in ricerca, in risorse umane. Avrebbe dovuto utilizzare tecniche di marketing per promuovere il consumo di stupefacenti, con sconti, offerte speciali, piccoli prestiti ai consumatori. Avrebbe potuto mettere a disposizione locali per le prostitute, in modo da abbassare i costi delle prestazioni, per venire incontro alle esigenze dei clienti. Avrebbe potuto proporre uno scambio allo Stato: l’acquisto di titoli del debito pubblico e media e lunga scadenza in cambio dell’abolizione del carcere duro per i boss e di un abbassamento del livello di scontro. Il futuro è all’interno della legalità spiegò ai suoi interlocutori: i capitali vanno investiti nel trading, nell’acquisto di azioni e obbligazioni di società quotate in Borsa.

Una standing ovation segnò la fine del suo intervento: a Renzo Rapisarda furono affidati seduta stante i pieni poteri sulla politica di “Cosa Nostra” Un pacifista alla guida della Mafia? E’ come se un generale dell’Esercito fosse messo alla guida della Chiesa, se per diventare deputati si dovesse rinunciare alle ricchezze accumulate. Quasi impossibile.

Scoppiò la pace in Sicilia: fu tutto un proliferare d’iniziative imprenditoriali, di nuovi sportelli bancari che prestavano soldi a tassi “tedeschi”. Sparirono le estorsioni, le prostitute e i pusher dalle strade e dalle piazze, i commercianti videro raddoppiato in tempi brevi il loro fatturato. Le statistiche annotarono tutto: il “pil” dell’isola prese a correre a ritmi “cinesi”. Renzo Rapisarda decise di “scendere in politica”: fondò il “Movimento Pacifista Libertario Italiano”. L’MPLI, fu il partito di maggioranza relativa alle elezioni politiche anticipate: venti giorni dopo la chiusura dei seggi, il suo leader fu nominato alla guida del governo. Si presentò alle camere con un programma di pacificazione nazionale: chiese di mettere fine a un secolo di lotta contro la mafia, in cambio di un clima di collaborazione capace di proiettare l’Italia verso un radioso futuro di pace sociale e benessere. Le misure più popolari, verso i giovani, i poveri, gli emarginati, gli ultimi, furono finanziate dalle casse di “Cosa Nostra”, fu imposto alle Banche di sovvenzionare con speciali agevolazioni l’imprenditoria giovanile, senza gravare sul bilancio dello Stato. Una politica espansiva, abbinata al drastico calo dei reati, a serie garanzie di sicurezza per chi investe, consentì una forte ripresa produttiva e un rilancio impetuoso del Pil.

Un attentato, un’altra autobomba pose prematuramente fine alla vita di Renzo Rapisarda e della sua scorta: le indagini accertarono che fu opera dei servizi segreti deviati, che i mandanti andavano ricercati nella magistratura politicizzata, nelle toghe rosse, nel ceto politico ancora fedele alla Costituzione Repubblicana e contrario a ogni colpo di spugna sul passato. La forza dei simboli: la strada scelta per la strage era ancora quella di Capaci. Un premier pacifista e mafioso ucciso da un complotto della magistratura e dei servizi segreti nei pressi di Capaci: quale trama migliore per un film di fantascienza!

L’improbabile è il futuro: basta solo aspettare per vederlo.

 

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Profilo Autore: mybackpages  

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Tu a differenza di lei, lo puoi evitare quell'incontro, tutte le volte che vuoi. Devi liberarti di chi ti fa male di chi fa di tutto per sembrare un agnellino. Colui che è così è solamente un pericolo, una sofferenza letale, accorciandoti la vita. Pian piano ti porta dritta in quella fossa prima del tempo e lui non torna una volta scappato dalle tue mani. Anzi, con le sue ti stringe e diventi un bersaglio colpendoti a più riprese, fino a stordirti completamente e quando succederà sarà troppo tardi per evitarlo, mordendo forte la tua lingua per non averci neanche provato. Lui è bravo a ferirti ma non a sollevarti, anche se te lo fa credere. Sto dicendo la verità, fidati, Marianna. E' un calcolatore e attende il momento giusto. Sapendo quando torni studia il suo piano a pennello recita una parte convincente. Sa di riuscire nel suo intento approfittando del fatto che sei poco felice. Appena arrivi, inizia a calarsi nel ruolo della vittima che non farebbe male neppure ad una mosca ma stai attenta perchè si traveste di morte e non la toglie finchè sete avrà. Se non si disseta veleno continuerà a sputare togliendoti il sorriso trascinandoti nella nebbia che calerà sui tuoi occhi colmi di pianto. Vivi nell'ombra che ti copre e per un istante credi ad un nuovo capitolo che si apre nell'allegria per te una svolta avviene con altri spunti migliori dei primi. Vuoi illuderti, sicuramente per cancellare residui sotterrandoli nell'inconscio. Usciranno fuori da quel recipiente che perde ricollocandosi nella vita minacciata resa soffocante mai pulita. Vivrai sbalzata da un vento fortissimo protagonista della fine. Saprà come finirà questo voler intestardisi, non ammettere d'essere avvolta, da un filo spinato. Ho narrato su quelle pagine tanto, vicende attaccate all'albero genealogico. Parlano di noi, colpite nel profondo e molte scene riapparse come un fulmine a ciel sereno. Ho poca fantasia, quindi la maggior parte del racconto è basato su fatti reali, inventati pochissimi. Scrivo perchè e credimi, nel farlo mi sforzo molto. Lo faccio per una giusta causa che si leggano le mie parole potendo servire lasciando un segno ad un cuore di ferro indisponente, augurandomi che si sciolga. Vorrei che lo leggessi e mi dicessi cosa provi mentre lo fai se hai scoperto dove voglio arrivare per centrare il punto della questione se dopo aver letto hai compreso, forse potremmo sostituire almeno alcuni pezzi senza caldissimi inverni fuori dagli orari delle stagioni. Riempiremo bottiglie, bersagli difficilissimi da colpire ma non per me e te. Fai attenzione ancora è un sogno tutto questo. Vedremo il risultato al rintocco degli orologi e della strada segnata lungo un rettilineo che ci indicherà il percorso più breve per raggiungere, quella pagina attesa per sempre
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Profilo Autore: poesie profonde*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 16-07-2013

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Quando un pomeriggio d’autunno entrò in quel negozio, fu tanto sorpreso nel vedere che si può

vendere stupore con incanto da non cogliere che i fiori erano il primo indizio. Non erano coperti

di rugiada… anche i fiori piangono, pur se in silenzio.

Fino ad allora aveva sorvolato il mare padano nell’Astigiano dove si stendono le colline del vino,

morbido come la flanella, con una macchina da volo con le ali in ossa di balena e la copertura in

finissima cartamoneta. Lì per lì non intese subito che il martin pescatore può aspirare al krill tra

i fanoni di una badiale azzurra balena che inaspettatamente, saltando fuori da un’onda, investe gli

altri cetacei attorno. E nuota distante dall’ora di cena.

A cagionare un sorriso è quasi sempre un altro sorriso, e da quel primo suo sorriso si videro

tante altre volte di chiacchierate a tirar mattino.

Come quando lui le disse con gli occhiali appannati, in un mattino di freddo particolarmente

intenso, che la sola cosa che di lei non amava era la fede che portava al dito.

Quell’ultima sera lei aveva lasciato il marito sulla poltrona col giornale sulla pagina della borsa,

intento a controllare l’andamento delle azioni. Ma l’amore è un baratto imperfetto. Con la mano

nella borsa sulla foto che non gli aveva saputo mostrare, ora che tra loro l’attrazione era forte e si

sarebbero potuti pentire di ogni altro petalo colto, lui in un attimo capì che sarebbe stato meglio

che lei rincasasse con la pioggia che consente di camminare a testa alta con il viso velato di lacrime.

Per lui una buona dormita, ponte tra l’afflizione e la speranza. “Non piangere mai per un uomo

anima mia, ti si sbava il trucco… e il mascara che tanto ti dona vale più di questo stupido cuore.

Verosimilmente desto, arenata sulla spiaggia le siedo mesto accanto… alla balena che salmodia

anche parole antiche, e l’uomo non le ode perché sordo ormai al canto”. Scritto sul fazzoletto

ricamato di stoffa, lucente, nel lembo della manica. “Tornerò dalla cornice senza specchio, l’unica

amica che quando piango nel mio appartamento non ride mai. Lasciami sull’uscio insieme alle

scarpe. Asciuga gli occhi, sorridigli se è sveglio. E sdraiati nel letto insieme al tuo bambino”.

Lei senza un perché si stupirà… anche se non dovrebbe, non dovrebbero. Eppure l'emozione di

pensieri così profondi e dolcemente serviti sarà come un vassoio di mignon... troppo belli da vedere

per essere sprecati mordendoli. Ed allora guarderà l’inchiostro quasi cancellato e penserà, mentre

gli altri, in tutta fretta, persi nella loro ingordigia, lasciano soltanto la lucentezza del cabaret vuoto,

ormai… io continuerò a incantarmi.

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Il r.i.s. toro muore
al ris torante a cielo aperto.
Spaghetti allo scoglio e linguine ai granchi.

«Guarda che hai preso un granchio»

I pescatori tornano dalla notte di caccia al polpo.
Uno di loro è sempre in pole position e frega i mitili ai militi.
Cozze e polpi come menù
e onestamente non si può di più.
Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.

«Bella la sinalefe nel precedente verso»

«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»

E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.

«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»

Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.

«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»

Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.

«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»

Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.

In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...

«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»

Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...

«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»iù.

Un cero come luce sul tavolo,
pizzi di carta
tovaglioli di plastica, forchette
ecoltelli di carruba biodegradati.

«Bella la sinalefe nel precedente verso»

«Mi hai preso per un verso, molla la presa, mi fai male»

E io c'ero nella mattanza della paranza
e barche spiegavano alle vele come aprirsi.
Ma erano tutte ignoranti e poi non s'alzava nemmeno vento.
Un pescatore lungi e mirante, dall'alto dei suoi centodieci centimetri,
guardava lontano con un bi 'n culo.
Sognava una rete a strascico piena e ribollente di vittime ittiche.
La guardia costiera s'accostò alle imbarcazioni e fece una retata.
I pescatori di brodo avevano usato la dinamite.
Davanti al tenente di vascello si giustificarono dicendo
che la Dina, moglie d'uno di loro, era una tipa mite.

«Sì, sì è veramente una Dina mite, tanto Dina mite»

Il maltolto al mare fu funeralizzato sulle banchine del porto
con una salva di cinquanta cannonate: si realizzò calando una fune.
Le salme vennero sepolte in mare.
La pasticceria Sal & Me offrì dei cannoni al pistacchio.

«Cacchio, pistaaaaaaaa, che mi perdo la cerimonia... Ma tu c'eri? O eri dalla Monia a dire il salmo d'addio»

Talune cozze, sfuggite alla funzione finale, furono mangiate e taluni si
beccarono la Salmo e la Nella, due di poco conto che si davano alla prostitudine.
Brutta la solitudine dovuta alla quarantena, a cui dovettero sottoporsi tutti i coinvolti.
Con volti sconvolti si dimisero in blocco, dal blocco sei del policlinico sinfonico, appena il dirigente sanitario concesse l'amnistia suonando una suonata famosa.

«Mi stia bene... E non vada più da quelle due tipe, fanno ammalare di botto»

Un botto segnò il mezzogiorno e la fame si fece sentire.
I pescatori infuriati si tuffarono in mare alla ricerca di mitili e polpi.
La guardia costiera, prevenuta, aveva provveduto, con largo anticipo,
a sguinzagliare i famosi tori da pesca, famelici guardiani della guardia costiera.
I pescatori furono presi nella morsa dai tori da pesca che si scatenarono con morsi alle terga che sapevano di profumo di pesca.

In premio, per l'azione coraggiosa, i tori furono encomiati con una pesca allo sciroppo.
S'alzò un vento di scirocco da Shiraz e vino del loculo si bevve a fiumi e a mari.
L'eco sistema era salvo.
La guardia costiera era ormeggiata a costa.
I pescatori di brodo erano in gattabuia...

«Sola se ne va una gatta per la città,
si spengono le luci di quell'ultimo caffè...
E Modugno, dal cielo trapunto di stelle, canta ancora
e la sua voce risuona nel silenzio della notte buia»

Dalla gattabuia scendono lacrime.
L'orizzonte sul mare non riesce a orizzontarsi nel verso voluto
e le nuvole del tramonto si perdono nei moti e i promontori...

«Nooooooooooooooo, i tori nooooo, per pietà!»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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