Regolarmente la regina regola la regìa all’asticciola nella  meridiana

 

Di regola regolo la pendola

sicchè col regolare pendolare

penda a favor mio la regìa sulla

quale si regge ogni mia regola basilare.

Mi chiamo Regolo come la stella

della costellazione del leone, sire

che regna nella sua reggia e il regno

pende da quel regnante senza nulla dire.

Mentre regolarmente la regina alla regola

del regolo regola la règia regìa ancestrale,

in attesa che l’ombra dello gnomone

segni l’ora del suo regalo regale. 

 

Qualcheduno rammenta Regolo che di regola regolava regolarmente la pendola?

 

Quei mattacchioni del mattatoio

ammattiscono di risate un martedì

mattina al mese quando per la fiera

di San Matteo scende in paese

la famiglia matriarcale De Mattei.

La matrigna sottobraccio

al mattatore del settore del mattone,

la matrona blatera

col matusa e Matilde

con Mattia, i figli: in tutto sei.

Prendono posto sul matroneo a poche

spanne dalla maestra di matematica

che ha già iniziato a matteggiare,

seduta accanto a quel mattoide

del maitre della pizzeria “Scacco

Matto, pizza al metro e vino in botte.”

Ma al mattatoio questo martedì saranno

autori e non solo fautori nel mattare la

mattanza dei tori: niente più tauromachia,

toreri né tori sui torrioni; non appena avrò

regolato di buon mattino la pendola e sarà

giunto con l’arietta mattutina il metronotte.

 

Ristorante “la Pendola” da Regolo, regolarmente aperto con prezzi regolari

 

Venivo in questo ristoro ai tempi che Berta filava,

quando ancora si chiamava “Dove le capre non

cozzano” per via delle carceri antistanti andate in vacca.

Il proprietario amava avere il mestolo in mano, ma

aveva anche le pigne in testa e il cervello come le

acciughe: il cuoco dismessa la giacca e con una pacca,

dopo aver aspettato la lepre al balzello, stanco di andar

per mare senza biscotto, intraprese un periodo sabbatico

sicuro di andar per via battuta avendo la pentola al fuoco.

Andato vitello e tornato bue, il Signor Leone uscì piedi

avanti andando a sentir cantare i grilli, e con il gatto nella

madia liquidò il locale facendo buon viso a cattivo giuoco.

Così, volendo tenere la borsa stretta, lo acquistai a buon

mercato e, convinto di essere di buccia dura col bernoccolo

per il settore, attaccai il campanello al collo dei gatti.

Pur non ritenendo di avere una ciabatta del Macchiavelli,

ma con gli occhi di Argo e andando a raso riassunsi

la stessa brigata e lo stesso cuoco, una specie di castigamatti.

 

 

In cucina con Regino alla regia nessuno scopa il mare

 

Il giorno seguente l’apertura de “la Pendola” fui

tenuto a rimbrottare Sisifo, sbarbato decisamente

privo di faccia foderata di lamiera ma venuto

come l’asino alla lira a farsi assumere umilmente.

Con venti coperti a mezzodì e altrettanti a cena

abbiam la paglia in becco, anche grazie ai nostri

avventori abituali: il leguleio, segaligno e arrochito,

con un mozzorecchi col naso e il mento rostri

al solito tavolo, col suo scilinguagnolo sciolto

ad andar per rane; e al tavolo retrostante l’archivista.

La bella Isabella, esercente di ninnoli e minuterie che

dopo aver provato il dente del lupo, fa al piazzista

solo ordini regolari durante il pranzo; con indosso

sempre qualcosa col colore del suo nome e borgogna.

Come la lobbia del primo cittadino che chiede sempre

un calice di Borgogna e sogna gli occhi terra d’ombra

di Fedora da cui vuol esser servito, la nostra  cameriera.

Gran lavoratrice dalla bellezza dell’asino, ma facile

ad andare in oca, fidanzata con un ragazzotto solito

a perdere i muli e cercare i capestri; un nobile.

Spesso immischiato in imprese sulla strada per Patrasso.

E infine, con un borsalino ceruleo, in fondo siede l’artiere.

Costui ha bottega a “la Pendola”: sta scrivendo del ponte

de La Lobbia, l’unico qui a far la zuppa nel paniere.

 

Gocce di pianto di Fedora per il copulare impenitente di Teodoro con Isabella

 

Non appena seppi che quell’arpia della madre

di Sisifo aveva buttato l’osso a Regino durante

una notte in capanna d’assi affinchè da pollo,

credendosi figlio della gallina bianca, battesse

due chiodi a una calda, capitai tra capo e collo.

Chef de cuisine capì subito il mio intento di

benedirlo con la granata; mesto, riposto il

mestolo, mi assicurò di bruciare il paglione.

Chiamò il giovane lavapentole e, senza scopo,

iniziò a battere il cane al posto del padrone.

Non volendo battere la grancassa, decisi di bere

d’ogni acqua all’arrivo delle gocce di pianto

di Fedora decisa a buttar via l’acqua sporca

con il bimbo dentro a causa del vezzo del moroso.

Tal Teodoro era solito, con quel scampaforca

del mozzorecchi, correre la cavallina per poi

cercare di cavalcare la tigre, cercando l’asino

nel retrobottega di Isabella ed essendoci sopra.

Consigliai alla dettagliante  non solo di non

comprare la gatta nel sacco, ma al di sopra

di tutto di non consolarsi con l’aglietto per

non cadere a brani; solo per cavar sangue dalle rape.

Di tutto questo era al corrente l’artiere che adorava

citare testi e pentole: chiudeva a sette chiavi ciò che

gli sussurrava il sindaco, ma nel manico ciurlava

alle confidenze dell’archivista, contando

i bocconi agli interessati; ma col leguleio…

Con lui cercava di raddrizzare le gambe ai cani.

Il mio preferito di questo regolato guazzabuglio era

il prestinaio, regolarmente il più regolare dei ruffiani.

 

 

Messere Primo

 

Fu eletto Primo primo cittadino per l’attitudine

a separare il grano dal loglio nell’educaziome

dei minuzzoli, come da consumato sindacalista.

Vinse facile contro Raniero che pensava di dar

da bere alle rane, Cassiano incline a cambiar

casacca ed Erberto suo cugino, noto arrivista,

separato e popolare per dar l’erba trastulla e

incapace di dividere il grano dalla zizzania.

Da quando diede la birra ai tre, cominciò a dare

il calcio dell’asino e smise di dirla in rima.

Addirittura si impegnò a dar nel naso al Raniero

tornato alla sua drogheria, per anni suo compare

dandogli la baia; diede persino lo sbruffo

all’Erberto per fargli dar le mele se non avesse

pagato la mazzetta per un piatto di lenticchie.

Una sera fece venire a “la Pendola” Cassiano per far

dir dal meschino a nuora perché suocera intenda:

si lamentò col chef de rang per due forfecchie

nel piatto, deciso ad insegnare ai gatti a rampicare.

Quel giorno a pranzo Primo prima domandò all’oste

se ha buon vino, per poi dar i confetti di papa Sisto.

Aveva deciso di ottenere sovvenzioni da un

maggiorente della zona in cambio di un trasmutamento:

che un  ristorante diventi un metrò non si è mai visto!

 

 

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Profilo Autore: MastroPoeta  

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Sala grande dell'inTronato.

Interno rivestito di Pellet rossi e cotillons con le cotiche.

Scena prima.

Entra il Re Zaurro e la regina Citronella.

Alzatevi zotici e formaggiate la coppia reale.

Il regista da cenno di lanciare caciotte e caciocavalli.

Tutti si alzano dallo stallo e si mettono in piedi formando appunto un piedistallo

che sa di stalla.

“Via con lo stallattico essiccato prelevato dalle stelle delle farse”

Urla l'aiuto regista.

Deiezioni da comparse che hanno fatto colazione con i Pan di Stelle al cacao.

La scena pare buona.

Ciak 1 avanzi di galera il Re.

Zaurro avanza nel merdificio artificioso con regale snoccoleria,

la regina lo segue con scettro di Scottex Texano all'essenza di Assenza.

Discorso programmato come da copione incallito incarnito.

“IO, abbiamo venuto a voi in compagnia di IO, per dirvi miei cari sudici sudditi, che IO abbiamo deciso di regnare con il consenso di IO nonostante il vostro dissenso al mio assenso. Comprendo la gioia di IO e compiaccio IO di questa elevazione.

La sposa qui presente di IO sarà la vostra regina insieme a IO che sarò un re imparzialmente parzialmente diviso per cariche e gradi: quindi nomino IO nei seguenti nomi da eleggere senza elezione elettiva o consultiva.

Al ministero dei bagordi: Ertramvato 2.

Al ministero per i rapporti non protetti: Hosvald Junior Senior Mc Wolf.

Al ministero della pubblica distruzione: Edipolo Adiposo Chips.

Al ministero dei trasportati defunti: Giordano Maria Antonietto Pussy Pussy.

Al ministero delle fregature: Mastrologo Sperimentato Ammaliato.

Al ministero dell'ambiente saturo: Saturnino Giangiulio 2

Al ministero dell'esterno: Infrattato di Ripamerdosa

Al ministero della Salute Pubblica Mia: Ingegnoso Aliberto Andrea Giuseppe PierBelisario.

Al ministero delle infraditostrutturate: Pia Algisa Maregiatta Magda Borletti.

Al ministero dei misteri: Salamino Salamone Enrico Ulrico di Nostradamola.

Sottosegretario generale per il Parlacollo: Ladovia Lodofica

Sottosegretario dei sottosegretari: Mena Mona Pina Labona.

Portavoce del governo: Me Io Medesimo Stesso Immedesimato In Mestesso di Ntrama Corta.

“E ora dopo l'elencazione dell'elenco dei nomi sopra elencati dichiaro nominati ed eletto Io che sarei noi medesimo col nome di Zaurro Gran Zaurro del regno dei Zaurri”

Applausi finti registrati in playback

Clap... clap... clap... clap... clap...

“Benissimo possiamo alla scena successiva”

Ciak 2 buona si gira.

Interno rosa con patatine rosolate in olio di colza.

Palco degli osceni inquadrato.

Scena prima, atto primo senza profilAttico.

“Oh mia amata sposa ora siamo IO soli con noi e ti possiamo IO abbracciare. Finalmente IO abbiamo raggiunto il potere desolato ma non assolato, possiamo IO ritirarci nelle camere e copulare il binomio in atto unico di farsa salsata con viagrante antipesto di melma”

“Sì mio spusso mi addiverrò insieme a IO, sarò il tuo oliere di sfiducia,

sarò la tua ninfa sugli scoglioni degli Aculei, sarò una discarica fiume

nel suggere il tuo olezzo ribrezzo di merLuzzo. Amami ma Amami come sai amare IO e ti seguiterò come una rintintonita acronima della acronimo anonimo. Sarò brezza del cesso, sarò bitume del fango, sarò scarto industriale, sarò Sara l'amara come un'aranciandata mercanteggiata.

Insomma facendo la somma saremo un popollo unito e unico nella sua unicità con la sua disgiunta molteplicità univoca. Saremo tutto un tuttuno come la vecchia orchestra di Gino Patruno a Porcobello night.

Per farla lunga faremo quello che “cazzo” ci pare.

“Mia sgradita consorte di IO come sparlate bene insieme a IO, siete degna compare di IO che ho ancora bisogno di un sogno d'Edipo che è meglio che non dico. IO possiamo essere soddisfatti di come abbiamo trombamarinato tutti con i ciufoli zufoloni da IO inventati. Ora rechiamci orsa nella reggia

e reggiamo il moccolo del brutto anatroccolo e che si dia giro alla “Trozzola Reale”.




Nuovo applauso degli astanti compassati in comparse con grida di giubileo.

Esterno giorno.

Porcheggio esterno al teatro.

Un ausiliare del traffico multa le molte vipcar dei vip che se ne impipp.

“Astronzo, sono il regista della farsa e le auto sono di IO e dei miei amici, non puoi multarle (Astronzo è il nome dell'ausiliario non coadiuvato da alcuno)”.

“AnZaurro regista Re, tanto ho capito che sei solo te, levate de torno che IO lavoro e nun c'ho da perde tempo”

“Maleducato zoticone porta rispetto per IO, te faccio licenziare”

“A coso mo m'hai rotto veramente faffanculizzati un po' più in là che noi se semo rotti de sti registi de merda”




Pubblicità Regredita

“Per le pieghe indesiderate regalate “STIROTUTT” il sigillone adatto anche per un gran culone... lo troverete nelle migliori drogherie per astinenti”




Esterno notte

Cala il sipario: tutti sono andati via, le maestranze non hanno potuto dimostrare, la comparse non sono comparse e le farse non sono mai apparse.




“Dorme il mondo, dorme l'intelletto tutti in fila per andare a letto”

Grazie a non vederci più alla prossima rappresentazione.

Questa è una satira sociale sulla realtà...
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Nel deserto nero del mondo inesistente, investiti da una violenta tempesta di sabbia, alcuni uomini arrancavano stentati movimenti. Procedevano uno a uno in fila indiana: indosso un cappuccio nero a celare la loro falsità dall'aggressione del tempo infausto. La strada era lunga: a ogni passo compiuto dal loro stomaco uscivano fuori putride frattaglie. Non avendo altro con cui sfamarsi, pur di arrivare alla meta vivi, ognuno mangiava i resti di chi lo precedeva. Durante il cammino tutti intonavano una canzone evocativa per svegliare i morti dall'eterno sonno ed essi adirati ghermivano inesorabilmente le anime più deboli. In questo modo ognuno sperava di arrivare primo e solo alla meta finale. Dopo giorni di peregrinazione arrivarono a un castello: era il regno dei Falsi Ideali, dove li attendeva il Re Fatuo. La salita che portava all’ingresso della reggia era irta e pericolosa. Molti, nel tentativo di prevaricarsi l'un l'altro, cominciarono ad azzannarsi e a mangiarsi. Uno solo arrivò alla meta. Questi, dopo aver messo piede sulla soglia del maniero, si voltò indietro per essere sicuro di essere rimasto l’unico: alle sue spalle vi era il nulla, nemmeno un rivolo di sangue o frammenti umani si scorgeva. “L'uomo rimasto solo, interrogando se stesso, comprese allora d’essere sempre stato solo”. Preso dalla paura bussò con violenza alla porta. Il Re Fatuo lo fece entrare e lo invitò a sedersi a una grande tavola imbandita . Stanco e affamato il viaggiatore, soddisfatto d’aver finalmente raggiunto il suo sogno, s'accomodò e i servitori cominciarono a servire le pietanze: come prima portata fu servita l’invidia, seguita dalla perfidia poi venne il turno dell’accidia e per ultimo venne offerto un dolce che aveva come ingredienti tutti i restanti mali del mondo. L’uomo rimasto sorpreso da tali pietanze chiese al Re come mai gli avesse servito una tale cena, facendogli notare che egli aveva fame di gloria, fortuna, denaro e di tutte le gioie e i piaceri della vita: aveva percorso tanta strada per godere di tutti i privilegi possibili. Questo era quello che in terra aveva promesso un giorno l'indovino Nefasto, sceso dal monte dei Sospiri per parlare agli uomini; quindi quel pasto non poteva averlo di certo saziato. Il Re si alzò dal trono e gli disse: “finora ti sei sempre saziato con il male, ora non ti soddisfa più? D’ora in avanti quello che ti è stato servito oggi sarà quello che dovrai mangiare per il resto della tua vita”. Pronunciate queste parole il Re Fatuo svanì insieme a tutto il resto e l’uomo d'improvviso si ritrovò seduto nel nulla. Quel nulla che lui stesso aveva creato, senza mai averlo saputo.
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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“Piove sulle labbra stolte. Fuma una sigaretta appoggiata alla balaustra, fuma se stessa in attesa che qualcuno la fumi”.

Il campo dei miracoli mostrava segni di folla
Folle s'affollavano nella loro follia. 
Il gatto e la volpe scavavano una fossa dopo essere fuggiti da Collodi. 
Un sacchetto di monete avrebbe dovuto saldare i conti con l'assicuratore. 
Ma la favola era sbagliata, il tempo era sbagliato l'ironia era morta. Un vociare da lontano portava dove il cielo si piega e il campo si trasformava lentamente in piazza. 
La piazza compì il miracolo e nel cerchio del sacro divenne finto simulacro. 
Una gita di liceali s'abbandonava alle foto classiche e una chitarra elettrica suonava dalla via. 
Tutto voleva creare confusione e nella calca s'intravedeva il calco del bronzo fuggito da Riace.
Alcune ragazze innamorate passarono la notte accanto a lui. 
L'intelligenza artificiale artificiosamente pensava al buio. 
La presunzione della presa in giro presumendo che gli altri non presumessero s'era travestita con l'abito del ramo vita.
Nel tentativo di tentare, spesso s'affacciava al balcone facendo proclami di giustizia.
La giustizia incarcerata da tempo intanto piangeva nelle galere veneziane.
Un piccione viaggiatore recava messaggi in codice non codificati e i destinatari s'arrogavano il diritto di sentirsi di superiore natura rispetto alla massa dei massificati.
Un telefono d'una dimenticata cabina telefonica segnava l'ora con tre squilli e mandava contemporaneamente fax con elogi e congratulazioni pensando di passare inosservata a chi l'osservava con attenzione. 
Un temporale correva a grandi passi sulla piazza mentre un'astronave aliena con a bordo il Gran Furbone dei Marziani distribuiva dotti epiteti a tutti. 
L'acquazzone si trasferì di luogo trasformandosi in acqua a zone differenziate.
Furgoni con pompe sommerse provvidero alla disinfezione dalle pulci bagnate. 
Il mondo sembrava una grande scacchiera dove il re mangiava tutti i pedoni e, dopo aver sodomizzato un fante, usciva insieme alla regina che lo aveva tradito con il cavallo.
Intanto il circo Barnum aveva contattato l'ufficio dei riassicuratori non assicurati che per consuetudine truffavano i truccatori dei dadi truccati. 
Dal ristorante al Duomo un odore di brodo di colombo usciva a piedi non avendo più le ali. 
Il tenente della serie televisiva indagava di nascosto sulla capacità cognitiva degli sconosciuti. 
L'aperitivo dell'amico Sheridan era sbiadito dall'imbecillità della gang del limone meccanico. 
Un noto regista registrava sulla torre il remake delle comiche di Stan e Oliver. 
Sotto il popolo rideva a crepapelle non trattenendo i liquidi corporei. 
L'enorme quantità d'umido unita alla tempesta fece inclinare gli animi e le riprese della fiction furono interrotte bruscamente.
Dal pianeta rosso si preparava l'invasione della terra e gli infami erano pronti con le loro soffiate.
Il sindaco dei sindacati autonomi smise la tuta da operaio e vestì il camice bianco di professore ad honorem dell'università normale.

Il peggio venne e le astronavi dei Marrani invasero tutti i bar della zona impadronendosi del potere. 
I difensori che da sempre si spacciavano per difensori cercarono di difendersi. 
Nulla fu possibile contro le preponderanti forze messe in campo dagli invasori invasati. 
I prigionieri furono moltissimi e dopo aver subito il lavaggio del cervello furono cosparsi con il borotalco proveniente dal Bosforo. 
Un manipolo di uomini però ancora resisteva asserragliato nel serraglio della serratura della pazzia. Al centro di igiene mentale, abolito oramai da tempo, il medico di turno provvide a provvedere alla fornitura di cervelli superiori per fini inferiori con obiettivi infimi. Ecco che ognuno aveva stabilito il proprio ruolo non sapendo esattamente cosa fare. Nel mezzo della generale confusione s'erse dal pulpito la voce della pura imbecillità che, con un gran discorso, convinse tutti a lasciar perdere le proprie attività e a seguirla nel mondo delle miniere di polpette fritte al petrolio che si trovava nell'animo degli eletti non eletti ma reietti. Dante, dal suo soggiorno infernale, percorse pochi chilometri e deviò per evitare la strada della torre ben sapendo che il vecchio palazzo non era gradito in quei luoghi.
Arrivò con non poca fatica alla fonte della vita eterna e, con l'ausilio d'un dirigibile non dirigibile a comando, sparse sul campo dei miracoli l'aura di Virgilio.
Una mail inviata per errore al capo dei pirati scatenò l'inferno, causando le ire del Sommo Poeta che s'arrogava il copyright sul regno dei morti.
Un clan combinò un clan clan sul pulmino dei beati ignoranti della santa ignoranza devota ma ignota. Nel frattempo dal mare s'avvicinava minaccioso, a bordo della sua pentola a pressione, capitan Bifidus, un vecchio serpente di mare che non mostrava certo segni di pentimento.
Nel caos iniziale della creazione le forze dei cavalieri Jedi si concentrarono tutte sul centro della piazza, creando un campo magnetico che dotò i pensieri di naturale magnetismo negativo.
Il gran gran Kan Kublai Ndo Vai non volle fare una figura da cani e si presentò vestito da classico Verme in verde facendo lo spaccone e proferendo frasi improferibili.

Strana storia questa cari lettori disattenti, però il Kan disse veramente così “Vi prenderò tutti in giro perché la mia intelligenza superiore è talmente superiore che non farete in tempo a pensare che v'avrò fregato pure il portafoglio di tasca senza che ve rendiate conto. Io sono così ironico e presuntuoso che faccio ridere solo me stesso. Vi chiamerò tutti maestri e gran poeti così mentre vi rimirate allo specchio vi fregherò pure tutta l'argenteria di casa e a nulla serviranno le polizze contro furto e incendio...” Mi fermo qua, avendo ovviamente edulcorato con parole semplici quelle vere pronunciate dal tal individuo.

Il tempo va così dove i miracoli si fanno ogni giorno e la narrata vicenda vuol dimostrare che, nella folla che s'accalca ogni giorno nella calca, emerge sempre la figura del gran “intelligentone” che tutto sa, vede, prevede e presume di sapere.
Quanti di questi individui popolano i popoli della terra e del cielo.
Come stelle e pianeti girano fra le forze gravitazionali: essi fan girare le sfere in terra agli uomini di buona volontà che per buona volontà lasciano che essi girino nella loro pazza ruota.
Lasciamo allora che la giostra finisca il giro e che l'uomo prenda in giro ciò che non gira secondo dettati canoni.
La serietà della chiusa non chiude ma apre la porta al teatro delle gran magie dove troverete tutto quello che vi serve e anche quello che non serve.




Caro Uomo che di te pensi in alto, scendi dal palco dell'imbecillità e beccati in faccia

pomodori in quantità... che altro non aspettano gli spettatori di qualità.


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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Eravamo sereni
Del gran sogno americano
 Un romanzo da vivere in due.
  Si cenava con la stessa minestra
  Si guardava dalla stessa finestra.
Eravamo liberi
Sotto il simbolo dei fiori,
L'erba vera e le serate.
     Mangiavamo con gioia le patate!

L’impero era sconfitto
Ormai senza avvenire.
Lo ripetevamo con coraggio
Rivederlo? 
 Meglio morire!
Furono tecnici,
Specialisti del linguaggio
Adulti minuscoli
      A confondere le carte e ogni poesia.

Adesso, si!

 Ogni statua brucia,
 nel disastro feroce
 Nel lutto che non piange
la rivolta tace
   e ogni chiesa fuma senza pace.

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Profilo Autore: Hera  

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Come nulla fosse
viviamo i disordini e le ingiustizie
e la vita si scioglie di rosso sangue all’orizzonte.
 
Siamo madri, padri e figli
di un male che ci vuole cancellare ,
siamo anime sotto le stelle di questo agitato mare.
 
Profonde le paure supplicano lo stesso DIO
lo stesso cielo.
 
Sotto il suo riflesso di vetro
gli occhi vegliano il niente
il niente appare 
solo onde e lacrime da bere
centinaia di  occhi bruni senza traccia e senza nome .
 
Se mai arriveremo nella terra del sole
impareremo a sorridere
senza ali 
impareremo a volare.
 
Profonda è la ferita che ci  lacera il cuore
invisibile cicatrice che segna
come l’acqua santa la fine di un tormento.
 
Mai ti dimenticheremo “ amata terra ”
lasciamo solo che il tempo scorra vivendo
guardando spesso dalla finestra
questo  immenso ed agitato   mare.


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Profilo Autore: Caterina Morabito*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 14-03-2014

Questo autore ha pubblicato 786 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
La ruche   del piccolo vestito azzurro svolazzava al fresco vento di fine estate, e la  piccola Stella aggrappata alla tua gamba emetteva gridolini di gioia per l’ inaspettata uscita mattutina. Avevi deciso che era venuto il momento per te di tornare al lavoro, dopo un anno e mezzo trascorso in casa ad accudire la tua bimba e a digerire la sua disabilità, un anno e mezzo passato ad osservare quel batuffolo che nessuno mai avrebbe detto malata. Riccioli biondi ad incorniciare un visino sveglio, occhi azzurri e luminosi già pieni di perché. Un'unica cosa tradiva quella perfezione: la lentezza e la difficoltà nel compiere anche il più semplice dei movimenti.

Tornare al lavoro avrebbe significato dover lasciare la piccola in un asilo per molte ore ed era palese che nessuna scuola materna, comunale o statale, avrebbe accolto Stella oltre le sedici e tu col tuo pazzo orario di lavoro dovevi poter contare su ben altro. E quella mattina l’ avreste dedicata alla ricerca del posto perfetto. Con questo pensiero ti sei avviata verso l’ automobile, la bambina in braccio e la borsa piena di documenti e certificati. Chissà, forse sareste riuscite al primo colpo! Stella seduta sul suo seggiolino ti guardava impaziente di capire dove sarebbe andata. Le hai lanciato uno sguardo pieno di speranza ed hai avviato il motore. Gemma, la tua più cara collega di lavoro, ti aveva consigliato una scuola privata, un istituto religioso tenuto da suore. Lei portava lì il suo bambino e ne era molto soddisfatta. Arrivata davanti al  cancello hai suonato il campanello, appena sotto la grande targa sulla quale si leggeva la dicitura  “ ANCELLE DEL SACRO CUORE“. Hai guardato tua figlia e le hai sussurrato << speriamo bene....>>.

Dopo qualche minuto il pesante cancello si spalancò e vi trovaste davanti  una piccola suora, forse filippina, che indossava sopra la tonaca un grande grembiule grigio pieno di tasche dalle quali facevano capolino vari utensili da giardino, un paio di guanti gialli e neri, una piccola zappa e delle cesoie. Vi accolse sorridente e con parole affettuose per Stella, che nel frattempo si stava dirigendo col suo passo incerto verso la grande fontana al centro del piccolo parco pieno di fiori e giochi colorati. La tua bambina era raggiante: quello le doveva sembrare un luogo incantato. I suoi capelli brillavano al sole e le sue manine toccavano quei giochi così belli e nuovi. Avrebbe voluto certamente  restare lì a giocare ma la madre superiora avvisata dalla suora vi stava aspettando nel suo ufficio. Così, presa in braccio Stella, vi siete avviate verso una possibile soluzione.

L’ interno dell’ istituto era piacevole, le grandi finestre  in legno scuro  abbellivano i corridoi così come le aule che erano spaziose e colorate, il pavimento di  marmo chiaro  rendeva ancor più luminoso l’ ambiente. In cuor tuo, guardandoti intorno, speravi che la tua piccola potesse vivere lì le sue ore lontano da te. Certo la retta era alta! Ma c’ era lo stipendio di tuo marito al quale a breve si sarebbe aggiunto il tuo, anche se poco consistente, e poi dovevi assolutamente tornare a lavorare.

La madre superiora vi aspettava,  seduta nella sua comoda  poltrona nera, una di quelle ergonomiche... Certo doveva essere una suora attenta alla salute  o comunque moderna, oltre che  ricca, per potersi permettere un simile lusso. Il suo volto era serio e ti mise in allarme, anche perchè avevi notato che il suo sguardo si era posato più volte sulla tua bambina che cercava  invano di portarsi il biberon pieno di acqua alla bocca. “ Forse la sua bambina e’ stanca?”, ti chiese, aggiungendo che aveva notato il suo andare ciondolante e lento dalla finestra dell’ ufficio  che affacciava proprio sul parco. Un sospiro profondo uscì dalla tua bocca: ora iniziava la battaglia. Dopo esserti accomodata sulla sedia accanto alla scrivania  hai iniziato a raccontare di Stella, della sua  malattia e di quanto lei nonostante tutto fosse piena di voglia di vivere, di fare e conoscere. La superiora ti guardava, il viso piegato da un lato un sopracciglio alzato e un sorriso stupido che ti fece sentire un idiota... Dalla sua bocca uscirono una quantità infinita di luoghi comuni e di prevedibili banalità <<..non abbiamo  personale  specializzato, né abbiamo mai accolto bambini con problemi.. forse gli altri bambini non si sentirebbero a loro agio.. la nostra struttura non e’ preparata..>>  e così via! Le sue parole ormai non erano altro che un indefinito rumore per le tue orecchie. Senza parlare ti sei girata verso la bambina, ti sei alzata e con una calma che non conoscevi hai preso in braccio la piccola e te ne sei andata,   mentre quell’ ancella di non so che cosa  continuava a parlare. Mentre ti avviavi verso il cancello cercavi di mandare indietro le lacrime e di reprimere la rabbia che montava  e spingeva per uscire. Avresti gridato e imprecato, ma dovevi pensare. Non potevi e non dovevi fare altro.

Dove potevi andare ora? Da chi? L’ automobile correva senza meta e tu ripensavi a quanto tempo avevi perso quella mattina per preparare Stella e per rendere te  presentabile. Tutto quel tempo davanti allo specchio per scegliere un vestito adatto,  il più bello, per te e  per la bimba, così da non sfigurare troppo davanti alle altre mamme ovviamente ricche, con figli sicuramente alla moda.

La bimba sonnecchiava sul suo seggiolino, ignara di essere stata etichettata e rifiutata, mentre tu continuavi   a guidare vagabondando tra le vie del tuo quartiere, non riuscivi proprio a tornare a casa, il semaforo davanti a te non accennava a dare il via, e mentre tamburellavi con le dita sul volante, la soluzione tanto agognata si materializzò lì davanti a te e camminava tranquillamente sulle strisce bianche del passaggio pedonale. << Francesca! >> gridasti a gran voce dal finestrino aperto, mentre la tua mano continuava a spingere sul claxon velocemente.

Continuasti a chiamare fino a quando la donna si voltò, accostasti rapida accanto al marciapiede proprio accanto a Francesca, la tua amica d’ infanzia con la quale avevi condiviso giochi, sogni, merende. Francesca che si era laureata in pedagogia  ed aveva aperto un kinderheim, quella donna  minuta  e sorridente che vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno, ora ti stringeva tra le braccia. E in quell’ abbraccio finì il tuo affannoso cercare,   in quegli occhi neri e profondi finì la tua rabbia, mentre senza rendertene conto le stavi raccontando il tuo problema, Francesca ti guardò in silenzio. Poi sfoderò uno dei suoi soliti sorrisi disarmanti e disse << dov’è il problema? Stella può iniziare già domani a frequentare il mio asilo e con me sarà come a casa. Tutto   lì e’ a misura di bambino, lento o veloce, che differenza fa? In piedi o seduto, dov’è il problema? >> Dov’è il problema, continuasti a pensare mentre felice accompagnavi la tua bimba per il suo primo giorno di asilo.
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Profilo Autore: Marina Lolli  

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Vivo in un mondo diviso da terre, scempi ed epoche differenti
paradossali oserei dire.

Vivo in un mondo dove scruto la luna dalla scrivania
della mia camera senza finestra.

Vivo in un mondo dove basta aprire un rubinetto per dissetarsi,
dove è così scontato soddisfare i bisogni primari che hanno smesso di essere tali.

Vivo in un mondo che non comprende mondi diversi
dove la paura di cambiare è più forte della fame.

Vivo in un mondo dove un malato viene curato,
dove non muore denutrito un neonato.

Vivo in un mondo dove si viaggia per piacere e non per sofferenza,
dove se senti un boato probabilmente è festa.

Vivo in un mondo dove l’istruzione è alla portata di tutti
l’Umanità nei cuori di pochi.

Vivo in un mondo fatto di valori
per le cose.

Vivo in un mondo diviso da terre, scempi ed epoche differenti
paradossali oserei dire.

Vivo in un mondo dove altre persone vivono un mondo diverso dal mio. 
Rifletto.
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Profilo Autore: Clemente Valentino  

Questo autore ha pubblicato 18 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Lo sguardo vitreo di una fragile donna fissa un punto sulla parete. Non sono occhi che guardano un film d'amore dove scorrono immagini strappalacrime. Non sono sospiranti pagine di vita, osservate con nostalgia. È lo sguardo di una donna a cui sono stati strappati gli occhi. Marina non può confrontarsi né parlare con qualcuno delle sue ambizioni: le hanno tolto la voce. Polsi e piedi legati al letto le impediscono di indicare una semplice cosa o di cerchiare col rosso una data importante. Non può minacciare neanche con un dito. Osserva assente un qualcosa che non si vede e che probabilmente non c'è più. Avrebbe voluto o potuto dire, spiegare e raccontare, ma le hanno spento il pianto, smorzato il sorriso. È bastato applicarle degli elettrodi nelle tempie per tacerla. Non può urlare quando avverte dolore. Non può esprimere un'aggressività che avrebbe potuto dileguarsi fra le braccia di un amico. Le hanno rubato l'anima. È troppo fragile Marina, per vivere in un mondo ambiguo e perverso, dove le parole feriscono più dei pugnali, le mani non sempre accarezzano e si dà la caccia agli animali per indossarne la pelliccia. In un mondo dove l'erba puzza di bruciato e vengono estirpati i fiori al posto delle erbacce, non c'è posto per l'amore. Marina, piccola e gracile donna tradita, un bel giorno,  si avvia verso la casa materna cercando di ottenere risposte. Già da tempo ha interrotto tutti i suoi rapporti sociali per dedicarsi al suo uomo. Una donna dall'aspetto sofferto e trasandato, racchiusa nelle sue umili vesti e con troppe rughe per la sua età, le apre la porta. Quanto dolore prova Marina nell'ascoltare le solite e insulse frasi, biascicate in maniera distratta, da una donna che non avrebbe mai dovuto essere madre: "Cosa vuoi che sia un tradimento!" Quanto male procurano le parole, quando infieriscono su ferite già sanguinanti! Convinta di essere nel torto e piena di sensi di colpa, Marina ritorna nella sua gabbia: si accoccola accanto al suo uomo e illudendosi, si assopisce e sogna. Vivaci e scoppiettanti focolari, paesaggi soleggiati, fragole mature, ciliegie rosse e corbezzoli amaranto e poi spighe di grano ed altro. Quante sequenze di caldi colori sfilano dinanzi ai suoi occhi! Si sveglia e calda d'amore, spinge la sua mano sul letto vuoto. Ella sa solo amare e vuole vivere di questo, ma l'aridità e la cattiveria, la trasformano in un avvizzito e gracile giunco piegato dal vento. Ad ogni mortificazione verbale che le viene inferta, ella risponde con scuse. Ad ogni ceffone, succedono implorazioni di perdono. Con indosso i segni della violenza, Marina procede a lenti passi e col capo chino. Tutto il suo amore si trasforma in paura, poi in terrore ed infine precipita nella follia. In camicia da notte, seduta sui gradini di casa, coi piedi bruciati dal gelo e con lo sguardo perso nel vuoto, Marina viene raccolta come un misero cencio dalla strada e affidata alle cure di un ospedale psichiatrico. Viene abbandonata lì, in mezzo a tanti corpi deprivati del loro contenuto, a vegetare. Di tante Marina, si riempie il mondo ogni giorno, ogni ora. Una, cento, mille donne non scappano, non si ribellano, perdono e troppo spesso muoiono. Muoiono per ignoranza, per gelosia, per possesso. Muoiono lapidate, perché osano mostrare il loro volto. Muoiono ignorando la vastità del mondo, perché costrette a guardarlo a scacchi attraverso un burka. Muoiono perché deturpate, infibulate e mutilate dei loro genitali. Fortunatamente, tante altre meravigliose donne non chiedono perdono, non si inginocchiano, non si sottomettono e lottano per difendere il loro diritto ad esserci, ad esistere. Combattono e quando si trovano dinanzi ad un bivio, decidono di percorrere la strada che le rende protagoniste della loro vita. Lottano per difendere i propri diritti, perchè sanno che quella è la scelta giusta.
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 144 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Ero stanca e volevo solo dormire con la mia bambola. Ricordi? Tu me l'avevi regalata! Mi avevi detto, prendendomi in braccio come fanno tutti i papà, che volevi donare una figlioletta alla tua bambina. Io ero felice e stringevo forte al petto la mia piccola creatura, che aveva gli occhi grandi come i miei. Quegli occhi enormi che spiccano sui volti paffuti dei bambini.I piccoli hanno gli occhi così immensi...! Si spalancano meravigliati sul mondo come fiammelle accese nel desiderio di immagazzinare mille e più emozioni. Col passare degli anni, gli occhi si rimpiccioliscono e si allarga il cuore, sede di ricordi e sentimenti. Il mio cuore è già enorme e gonfio, ma non per amore. I miei occhi sono gonfi di pianto e allargati, ma non di gioia e conoscenza. Sono a letto nella mia stanzetta e non riesco a dormire. Tu, mamma, non sei qui. Sei innamorata del tuo compagno e della tua camera dipinta di rosa. E' tutto troppo rosa dentro e fuori di te e tu non riesci a vedere le oscure ombre che stanno oltraggiando il tuo mondo fatto di tinte tenui e teneri colori. Io ho iniziato a piangere. Non verso lacrime capricciose; semplici e innocenti lacrime di bambini. Piango di paura e perplessità. Sono troppo piccola per capire un'infinità di cose. Dov'eri mamma, mentre il lupo cattivo era intento a cogliere un frutto troppo acerbo. Il sole era occupato a riscaldare la mela sul ramo che emozioni e calore avrebbero maturato. Col tempo sarebbe divenuta una frutta gustosa, e avrebbe perso quel sapore, agre e pungente, che solo le cose raccolte troppo in fretta hanno. Mamma tu non sai che, mentre sei fuori per lavoro, lui mi tocca e mi dice di stare buona e tranquilla, di non parlarne con te. Io voglio parlarti. Devo raccontarti che la mia amichetta di banco mi ha rubato il disegno che avevo fatto per la maestra. Devo farmi spiegare un'infinità di cose da te. Lo fanno sempre le bambine con le loro mamme. Perché non posso dirti che quando sei fuori, lui mi tocca e poi si fa accarezzare il sedere e in mezzo alle gambe. Perché non posso parlarti di quando lo sento arrivare e il cuore mi batte forte e la mia piccola bambola, mi scivola dalle mani. Lo sai mamma che, appena tu esci, lui è già lì? Viene da me, ma non mi rimbocca le coperte e non mi porge la bambola per farmi dormire tranquilla. Non mi bacia sulla fronte come solitamente fanno i papà. Voglio dirti, mamma, che quando mi ritraggo, lui mi sorride promettendomi in regalo una bambola più bella. Improvvisamente si apre la porta d'ingresso. Sta accadendo ora. Mi hai ascoltato mamma. Mi divincolo dalla sua morsa e a piedi nudi percorro il corridoio per venirti incontro. "Mamma!" è l' unica parola che riesco a pronunciare, e intanto tremo. Forse ho freddo, oppure ho paura. Non lo so. Capisco solo che ti ringrazio per essere lì con me e in quel momento. Il tuo volto, interdetto e stanco, coniuga mille espressioni e intanto un uomo, il tuo uomo, appare come un orco uscito da un incubo. Improvvisamente, tutto il rosa di cui andavi fiera si tinge di tinte scure. Osservi stupita, colui che amavi definire il tuo leale compagno. Dinanzi a te, un essere spregevole e disgustoso si espande miseramente, fino ad esplodere in un mare di infinito e miserabile sudiciume.
Sono trascorsi diversi anni da allora, ma ancora rammento la faccia del mostro, quando con i suoi bagagli, si allontanava da noi, portando con sé le nostre speranze calpestate e i tuoi sogni, andati miseramente in frantumi. Un pesante macigno. Ricordo di un passato da cancellare. Basterà seppellire stupore, paura e tanto infinito disgusto? Non lo sappiamo. Intanto seguitiamo a camminare...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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