Come quando mi sento soltanto un contorno riempito di nero, disegnato sullo sfondo vuoto e pulsante dei frammenti di vite che ormai, essendo di ieri, non mi appartengon più.
Così rimango, con pensieri nascosti nella penombra che mi scuriscono i tratti ora stanchi, ora affranti, ora malinconici, celando ai più arcobaleni che, chiusi a doppia mandata nel petto, disperano ormai di poter un giorno uscire liberi e leggeri cosi come son nati.
Contorni netti.
Che lottano per non perdere quel pó di calore.
E dietro alle mie palpebre, serrate come la bocca di un prigioniero, solo due visi, divisi da un telo d'organza si guardano senza potersi sfiorare.
E non c è musica, né suono del vento,
né profumo di petali e rugiada, nemmeno il muoversi leggero delle nuvole.
Nulla di tutto questo.
Solo il bianco silente del tempo che prosegue, beffardo e spietato nella corsa contro sé stesso, come se fosse il primo ad avere il terrore di fermarsi.
In quell attimo eterno rimango un contorno riempito di buio, con gli occhi che bagnan la terra sperando ne nasca una rosa, celando le gocce, velando un sorriso già spento, nel bianco e nel nero di un giorno in cui non ti vedrò, se non solo come un contorno, coperto da un telo d organza.
Così rimango, con pensieri nascosti nella penombra che mi scuriscono i tratti ora stanchi, ora affranti, ora malinconici, celando ai più arcobaleni che, chiusi a doppia mandata nel petto, disperano ormai di poter un giorno uscire liberi e leggeri cosi come son nati.
Contorni netti.
Che lottano per non perdere quel pó di calore.
E dietro alle mie palpebre, serrate come la bocca di un prigioniero, solo due visi, divisi da un telo d'organza si guardano senza potersi sfiorare.
E non c è musica, né suono del vento,
né profumo di petali e rugiada, nemmeno il muoversi leggero delle nuvole.
Nulla di tutto questo.
Solo il bianco silente del tempo che prosegue, beffardo e spietato nella corsa contro sé stesso, come se fosse il primo ad avere il terrore di fermarsi.
In quell attimo eterno rimango un contorno riempito di buio, con gli occhi che bagnan la terra sperando ne nasca una rosa, celando le gocce, velando un sorriso già spento, nel bianco e nel nero di un giorno in cui non ti vedrò, se non solo come un contorno, coperto da un telo d organza.
5 commenti
Siamo alle solite. Mi fai cadere la faccia per terra. Non mi fraintendere, non alludo al fatto che mi fai fare figure barbine agli occhi degli altri ne alludo alla tua straripante educazione del tutto incolpevole. Ma cosa sto scrivendo…scusami, non volevo farti una delle mie stupide reprimende. Cerca di capirmi. Sto male ! Tra poco tu partirai per le ferie e io non potrò accompagnarti. Resterò qui ad aspettarti e a vegetare. Sono contento che tu ti rilassi qualche giorno dal lavoro, forse anche da me, solo che l’angoscia mi assale, non vivo più. Gli amici ? Le distrazioni ? Ma che me ne frega…io voglio te, che sei il mio ossigeno, la mia linfa vitale. E che centra che vai a pochi km da casa ? A me non respirare dalla tua bocca è impossibile ! Sai, te ne sarai accorta, sono un tipo all’antica, che credono che si viva solo d’amore, per l’amore, che ogni altro complemento sia inutile. Quindi ho bisogno di te come l’aria che respiro, come il latte per il bimbo, come il fuoco per l’incendio. No, non ti farò leggere questo mio pensiero, ti lascerò andare e per una settimana intera resterò qui, morto, aspettando che tu torni e mi riporti in vita. Però, ti raccomando, non mi dare solo un bacio, tipo la Bella Addormentata, dammi tutto, ma proprio tutto di te quando verrai a svegliarmi !
Sono d’accordo con Oriana Fallaci quando sostiene che puoi vivere con un tale per vent’anni e considerarlo un estraneo mentre puoi condividere venti minuti con un altro e portartelo dentro per tutta la vita. Ritengo che questo possa valere per tutti. Può capitare a tutti, fatalmente, d’incontrare una simile persona, anzi ne sono quasi sicuro anche se, poi, se ne disciplina la presenza stabile nel nostro mondo. Personalmente ho avuto la fortuna di “sbatterci il grugno” nel momento in cui la mia stabilità sentimentale non era in dubbio o in crisi. Ne sono uscito così com’ero entrato, naturalmente, senza molte ferite o lacerazioni. Dirò di più. Alla fine ho assaporato meglio la stabilità nel rapporto con mia moglie. Però…però non l’ho mai dimenticata. Non potevo, non volevo, non riuscirò mai a dimenticarla, probabilmente per l’intensità con cui l’ho vissuta. In breve tempo era riuscita a tirar fuori da me tutto ciò che di recondito risiedeva inascoltato o forzatamente represso. Anche lei avrebbe sposato un’altro uomo, ma quello che ci univa travalicava, senza nemmeno accorgersi di farlo, ogni convenzione. Era amore puro. Come l’acido non diluito. Devastante e non contrastabile al punto da farci dimenticare, senza rimorsi, dei percorsi che stavamo compiendo nella vita di ogni giorno. Non era nemmeno un amore passionale sensu stricto, perché attraverso la passione alimentavamo un sentimento che non ha nome e residenze terrene. Tutto questo nella più grande semplicità e serenità che illustri studiosi chiamano follia. Ripeto, finì così com’era nata, sepolta da mille ricordi, nella parte migliore del nostro cuore. Tuttavia certi amori fanno lunghi giri e poi tornano. Non me lo auguravo, non me lo auguro nemmeno stasera serata finale di una tre giorni di incontri medici. Buffet e danze di contorno. Non ci dovevo venire. Ho fatto una cortesia ad un amico cardiologo, organizzatore del convegno, che mi aveva chiesto amichevolmente di…far numero. Mia moglie rimane a casa, nemica delle serate mondane a preferisce il suo solito rosario serale come anticipazione di un buon sonno che le faccia recuperare energie. Prendo qualcosa da bere e mi apposto vicino all’uscita pronto a raggiungere, appena possibile, “la dormiente”. Mi appoggio ad una balaustra dell’ampio locale ormai, fortunatamente per il mio amico, gremito di gente. Bella gente, a dire il vero. Nomi altisonanti della medicina e dame di carità, accidenti a loro…alle dame di carità, dico, che hanno impoverito, all’entrata, il mio portafoglio. Improvvisamente la porta si aprì e un lampo di luce sembrò colpirmi. Non ci posso credere ! E’ lei ! Col marito. Che novità ! Sono medici entrambi ! Il mio sguardo è fisso su di lei. Si gira, finalmente. Mi vede. Ha gli occhi incollati su di me. Sono inebetito. Segue il marito al loro tavolo, ma non stacca lo sguardo un attimo da me. Bevo. Ne prendo un altro. Gino il barman mi guarda scandalizzato. Io nemmeno lo vedo. Comincio a girare tra i tavoli. Qualcuno mi tira per la giacca, ma faccio finta di non aver sentito. Arrivo al suo tavolo. Erano seduti col fior fiore dei baroni della medicina presenti quella sera. Sentii che parlavano, inevitabilmente, dei vari problemi di cui si era discusso al convegno. I miei capelli grigi sono un buon alibi. Mi avvicino e le chiedo se vuole ballare. Col sorriso compiacente del marito, si alza e va avanti mentre io la seguo. Ballare ? Un dono del Signore e non fa per me. Stasera, tuttavia, mi sento un po’ Don Lurio. Infine l’abbraccio e in questo non ho bisogno di somigliare a nessuno, sono proprio bravo. Lei aderisce a me senza essere per nulla condizionata dalla presenza del marito. Ho un nodo allo stomaco pensando che, forse, questi momenti non torneranno più. Lei mi sussurra le parole più belle che qualcuno mi abbia dedicato. Ma, mi accorgo che anche io faccio altrettanto con lei. Poi mi confessa che era stata lei a chiedere al mio amico cardiologo di invitarmi. Rido, sono felice. La musica incalza e quando diventa troppo moderna per noi, mi invita ad accompagnarla in giardino. Le ricordo il marito. Ride, mi afferra la mano e quasi mi trascina. Troviamo una panchina vuota in un posto poco illuminato. Ci sediamo sempre tenendoci per mano. Mi porge le sue labbra, la bacio appassionatamente ed in breve sento che la pressione sale. Non mi scoraggio tanto a pochi passi ci saranno circa duecento medici. Mi ferma lei. Il viso arrossato la faceva più bella. Con quello sguardo mi fa capire che anche lei sarebbe disposta a…ma non si può. Mi rassegno e le tengo la mano teneramente. Restiamo così, a guardarci, senza fare o dire nulla. Parlavano i nostri occhi. Credo che si possono chiudere gli occhi le orecchie e non vedere o sentire nulla ma il cuore non si può chiudere e non ascoltare i suoi palpiti. D’un tratto una voce perentoria scandisce il suo nome. E’ suo marito. Già immagino di dover affrontare un duello ed invece lei, con molto savoir faire, mi presenta al marito come un vecchio compagno d’università. Imbarazzato invento una scusa per cui devo andare a casa. Lei mi lascia un bacio sulla guancia, il marito mi stringe la mano calorosamente. Io scappo !
Rientro a casa e, per non far rumore, tolgo le scarpe ed avanzo con estrema cautela. Mannaggia a me! Sbatto contro una sedia e provoco un sonoro frastuono.
· Che combini ? Ti sei fatto male ? – chiede assonnata mia moglie. –
· No…ahia…tutto a posto, tutto a posto, scusami.
· Com’è andata ? Ce n’era gente ? Ti sei divertito ?
· Si, è filato tutto liscio, ma non mi sono divertito. Sempre a parlare di medicina….
Quando vado sotto le coperte, lei si stringe a me. Stranamente, non mi sento colpevole.
· Furbacchione, mi hai forse tradito con qualche medico affascinante ?
· No, amò, non t’ho tradita, non potrei, ti voglio troppo bene. Dimmi, secondo te, si può amare da impazzire due donne alla mia veneranda età ?
· Ma…a te, i dubbi amletici, ti prendono solo a quest’ora della notte ?
· Scusami, sono solo “impazzito”.
· Ti sei innamorato ?
· Di te, amò, solo di te. Svegliami alle sette.
Rientro a casa e, per non far rumore, tolgo le scarpe ed avanzo con estrema cautela. Mannaggia a me! Sbatto contro una sedia e provoco un sonoro frastuono.
· Che combini ? Ti sei fatto male ? – chiede assonnata mia moglie. –
· No…ahia…tutto a posto, tutto a posto, scusami.
· Com’è andata ? Ce n’era gente ? Ti sei divertito ?
· Si, è filato tutto liscio, ma non mi sono divertito. Sempre a parlare di medicina….
Quando vado sotto le coperte, lei si stringe a me. Stranamente, non mi sento colpevole.
· Furbacchione, mi hai forse tradito con qualche medico affascinante ?
· No, amò, non t’ho tradita, non potrei, ti voglio troppo bene. Dimmi, secondo te, si può amare da impazzire due donne alla mia veneranda età ?
· Ma…a te, i dubbi amletici, ti prendono solo a quest’ora della notte ?
· Scusami, sono solo “impazzito”.
· Ti sei innamorato ?
· Di te, amò, solo di te. Svegliami alle sette.
Correvamo a perdifiato sulla spiaggia ormai nostra per l’assenza di turisti e saltavamo. Ci rincorrevamo e ci abbracciavamo, rotolavamo l’uno sull’altra felici. Tutto ci apparteneva. La sabbia, gli scogli brontoloni, le ombre che si appressavano prepotentemente, il suono della squilla che annunciava la fine di una giornata felice. Eravamo solo due innamorati con le chiavi del paradiso in mano senza voglia di sfruttarle. Il nostro paradiso era la e noi ne stavano già godendo le magnificenze. Una storia che andava avanti da qualche anno, sempre uguale, mai monotona, che sembrava addirittura immarcescibile. Un amore grande e inalienabile. Poi l’inimmaginabile. M’invitò al bar che frequentavamo, locale da noi apprezzato perché dotato di piccoli separè capaci di difendere la nostra intimità fatta di dolci carezze e qualche caldo bacio anche nel centro della città. Lucio, il proprietario, sorrise quando arrivai perché sapeva che lei era già la ad attendermi e sapeva cosa sarebbe successo di li a poco. ma credo che ormai lo sapessero tutti gli avventori di quel ritrovo, perché la nostra presenza illuminava tutte le sale, come l’amore che illumina tutto. Mi sedetti di fronte a lei che non riusciva a nascondere la sua ansietà, che, però, stavolta non era legata al desiderio di stare con me. C’era qualcos’altro. Quando le presi le mani fra le mie, sgusciò dalla mia stretta affettuosa e mi guardò. Nei suoi occhi c’era molta sofferenza e la voglia di liberarsi di un peso enorme che gravava in lei. Altrettanto laconica fu la sua unica frase :”Non ti amo più !”. Si alzò e fuggi da me che ero rimasto ad ascoltare, imbambolato. Prima che iniziasse il funerale, nel mio cuore, cercai di capire, di giustificare, di valutare il perché di ciò che stava accadendo, senza trovarne risposta. Vani i tentativi di un qualsiasi approccio con lei. Telefono, posta, computer sembrarono scoperte ancora da venire. Gli amici, quelli con cui avevamo tanta confidenza, si mantennero equidistanti tra noi, volendo rimanere al riparo da accuse di parzialità. Insomma mi ritrovai solo e morì dentro di me ogni voglia di sopravvivere. Morire dentro è molto peggio che morire naturalmente. Passato un anno, la mia sensazione di vuoto era aumentata. Andavo in giro traballando nella mente e nel corpo. Nessuno mi poteva consolare. Un amico, impietosito dalle mie condizioni, mi consigliò di reagire, di guardarmi intorno…ecco, di concedermi una serata in discoteca. lo feci sapendo che non sarebbe stato il toccasana per la confusione che avevo in testa. L’atmosfera caotica del locale annientava la tanto sognata serenità e le ragazze, tutte le ragazze, somigliavano a “lei”. Poi uno spintone, mi giro e me la trovo di fronte ma al momento riuscii solo a smoccolare qualche improperio perché non la riconobbi. Non potevo riconoscerla, poiché le ragazze di quella discoteca, per me, avevano tutte il suo volto. Il volto dell’amore. Ci ritrovammo a ballare, abbracciati l’uno all’altra, un languido “lento”, mentre dai diffusori scaturiva una musica indiavolata. Furono baci e carezze cercate con avidità come se i due corpi fossero dei perfetti sconosciuti. Ballammo….non so più per quanto tempo e, infine, uscimmo sotto un cielo da Baci perugina. L’accompagnai a casa e, per tutto il tragitto non parlammo. Giunti sotto casa sua, le chiesi se l’avessi potuto rivedere, mi concesse un “forse” enigmatico che stemperai con l’eccezionalità degli eventi. Tornai a casa con la consapevolezza che lei fosse la serenità che avevo smarrito. Nei giorni che seguirono, mi frenai ad andare subito da lei, pensavo che riflettere ci avrebbe fatto bene ad entrambe. Poi una sera, di quelle che non scorderò più, presi il coraggio e un mazzo di fiori e bussai alla sua porta, una, due, tre…tante volte e infine la porta si aprì. Baldanzoso, con il mazzo di fiori più che portato, sventolato e il mio miglior sorriso, quello che pensavo di aver smarrito, la guardai. Lei era li, di fronte a me, bella come il sole e la luna insieme, mi osservava…imbarazzata, quasi che la mia presenza la cogliesse del tutto impreparata. Era appena uscita dalla doccia ed era avvolta in un telo, con i capelli ancora arruffati. Era bellissima e glielo dissi. Mi guardava inebetita. Poi successe. Fulmine a ciel sereno, la porta dietro di lei si aprì e un Marcantonio ne uscì avvolto da un accappatoio che un tempo era stato mio, con uno sguardo interrogativo e la domanda più logica al momento :”Chi è, amore ?”. Una frase semplice, che però ebbe l’effetto di sbriciolare il mio cuore, di annientare tutto quello che rimaneva dei miei sogni, delle mie aspirazioni, delle mie certezze. E morii dentro o, almeno, lo credetti. E lo stavo “vivendo” da spettatore. Inventai una scusa la per la e andai via, fuggendo, il cuore in subbuglio, la mente inaridita. Mi fermai più in la e sedetti sui gradini di una casa. Le gambe non mi reggevano e cercavo un qualche cosa che consentisse alla mia mente di articolare almeno un piccolo pensiero che le permettesse di riavviarsi. Questo ed altri sintomi significano, per me, morire dentro ed io, in quel momento ero morto. Mi aiutò molto l’aria fresca della sera quando cercai di riprendere in mano il mio corpo. Ero sudato fradicio, il cuore in gola per la corsa, ma soprattutto avevo perso l’amore della mia vita ! Già…avevo perso l’amore della mia vita. Fu allora che ebbi la folgorazione che, sebbene più modesta di quella di S. Paolo sulla via di Damasco, squarciò il velo che occludeva la mia vista. Non semplice questo evento a verificarsi nell’animo umano, ottusamente volto a esaltarsi di se stessi, di gioirne, di vederne vittorie e poche sconfitte, possibilmente, ma senza mai accettarle. Invece la realtà, tanto bistrattata, è diversa, forse un po’ più macchinosa nella sua ricerca, ma altrettanto evidente. No, quella sera non ero stato io a morire dentro. Ne avevo solo subito un danno collaterale, questo si e ne avrei portato i segni ancora per un po’. Era lei ad essere morta, per non aver saputo valutare l’importanza del mio amore. Un amore vero e grande, quello che avevo saputo donarle, alimentandolo con la forza di sentimenti altissimi a prova di tempo e di usura. Risi a bocca aperta e, una signora anziana che rientrava col suo cagnolino, mi guardò come si guarda un matto, affrettandosi a chiudersi il portone dietro le spalle. Ridevo non perché fossi felice per lo scampato pericolo. Mi ero salvato miracolosamente ed ora, dentro di me, tutto era più chiaro. Era lei che era morta e allora…buon funerale ! !
Fumavo avidamente e nervosamente l’ennesima sigaretta, quella mattina, appoggiato ad un cartellone pubblicitario, posto di lato all’ingresso dell’istituto di fisiologia da cui ero uscito per una breve pausa tra una lezione e l’altra. Fumavo e fissavo con lo sguardo perso nel vuoto, la traversa oltre la strada, a cercare chissà cosa. In effetti ero immerso nei miei pensieri e nei miei problemi a cui cercavo di dare una risposta soddisfacente. Ero tanto preso da non accorgermi nemmeno del caos che c’era per la via, provocato dal brulicare di studenti che si recavano presso gli istituti di loro competenza. Fumavo e tacevo, ma il silenzio era ricco di tutte quelle parole che non pronunziavo e tuttavia lo arricchivano di verità che forse non avrei mai dette. E tutto il clamore dettato dal caos, non passava più dalle mie orecchie. Svaniva, svaniva nei meandri della mia mente. D’un tratto, mi sentii tirare per il braccio. Ci volle un po’ prima che realizzassi che qualcuno voleva attirare la mia attenzione. Ebbi un sussulto e, solo allora, cominciai a sentire quella voce che faceva di tutto per attirare la mia attenzione. Ebbi una piacevole sorpresa quando mi rivolsi verso la proprietaria di una voce tra le più piacevoli che avessi sentito mai.
· Nino, Nino stai bene ? Sembri imbambolato, Nino…svegliati dai !
· Scu…scusa ero sovrappensiero. Perdonami…
· …Mariangela ! Hai già dimenticato il mio nome ! Comprensibile per chi ne deve ricordare tanti, specialmente femminili, come te !
Quest’affermazione mi stizzì un po’, li per li, ma poi convenni che era vera. Conoscevo una grossa fetta di popolazione femminile universitaria. Non mi ero mai ritenuto uno sciupafemmine, ma ero tutt’altro che uno stinco di santo.
· Scusa, amica mia, dovrei conoscerti ?
· Penso di si – rispose lei – Ci ha presentato Palmira, l’altra sera “a casa tua “ e mi hai pure prestato un libro.
· Ma si, Pamela ! Ora ricordo tutto !
· Ma quale Pamela, ho detto che mi chiamo Mariangela !
La guardai e risi di gusto per la mia insipienza. Solo allora cominciai a inquadrarla bene tra i miei pensieri, a notare quel provocante sorriso ingenuo e accattivante. Ne rimasi preso. Mi accorgo di essere preso da una donna, solo quando sento montare in me l’ansia di volerla conoscere, di voler fare l’istrione per vederla sorridere e, in quel momento montò in me l’entusiasmo e una voglia matta di farlo. E poi, era una ragazzina ben fatta, non molto alta, magari, ma con tutte le sue cosine a posto.
· Scusami ancora, questa volta però mi farò perdonare. Se vuoi, ci potremmo vedere al bar dell’università e ti offrirò un caffè, questo pomeriggio.
· Mi spiace, sono impegnata in un seminario, sarà per un’altra volta…e poi io esco sempre con Palmira, mai da sola. Ma, se non sei il lupo cattivo, potremmo uscire con lei e Salvatore, il suo ragazzo. Magari andiamo al cinema…
Detto, fatto. Nessuna difficoltà per me contattare la mia più grande amica e invitarla per una serata al cinema. Sicuramente l’avrei convinta. E ne diedi, anche a Mariangela, la certezza con aria di sufficienza. Ci lasciammo con questa certezza, ma appena girato l’angolo, corsi a perdifiato verso la pensione di Palmira per renderla reale. Appena in tempo. Ero trafelato e col poco fiato che mi rimaneva di riserva, argomentai con la mia amica.
· Qual buon vento, Nino ? Cosa ti porta qui ? Ma vento o non vento, ora non ho tempo. Ho fretta, sono in ritardo, ciao.
· No, aspetta, il cinema…Mariangela…usciamo con Salvatore….
· Calma, una cosa per volta. Cosa centra Mariangela con il cinema ? E tu, con Salvatore che uscite insieme ? Che storia è questa ? Ma, principalmente, dimmi, che hai bevuto stamattina ?
Quando mi fui spiegato, mi promise, ovviamente, la sua collaborazione, tuttavia restò in surplace, guardandomi intensamente.
· Mica sarai innamorato ? Mariangela è carina e tu sei il solito birbantello !
· Innamorato io…tse ! Sai che non cedo a certe lusinghe. A me piace punire le donne.
· Ah novello Casanova, mi sa che con Mariangela fai il botto ! E, a proposito, il cinema lo paghi tu !
Me ne andai sorridendo, sapevo che non mi sarei mai innamorato di Mariangela, come, in effetti, non mi innamorai, ma ebbi con lei un rapporto indescrivibile che ci unisce ancora oggi. Andammo al cinema. Era tanto l’ansia di iniziare una storia con quella ragazza che non avevo nemmeno visto il titolo del film in proiezione. Volevo fare buona impressione e li avevo portati in una sala di prim’ordine. Palmira fece in modo che sedessimo vicini io e Mariangela ed io cominciai a sperare in un discreto impianto d’illuminazione…soffusa. Ma il peggio doveva arrivare. Il film era in bianco e nero e si trattava, ahimé, de “La corazzata Potemkin”, si, proprio quella che Paolo Villagio definisce una….lasciamo perdere. Palmira avrebbe voluto uccidermi e me lo disse con gli occhi. Mariangela inforcò gli occhiali, ma solo per darsi un tono. Dieci minuti dopo eravamo fuori ! Per farmi perdonare, offrii un gelato fuori e la nostra prima serata finì li. Pensavo che avrei corso seri rischi ad invitarla di nuovo e, invece, ci venne…ed anche da sola. Finché diventammo inseparabili, buoni amici. Non durò molto, tanto per il mio carattere. E poiché si vedeva mille miglia che ci piacevamo, una sera che ci trovavamo in una zona panoramica della città, la baciai. Sapevamo entrambe che sarebbe finita così e lei mi accettò senza ritrosie. Anzi, in un mutismo assordante ! Io parlavo e lei ascoltava, io mangiavo e lei mangiava, io volevo fare l’amore ed anche lei lo voleva. Quel silenzio era diventato un’ossessione. Mi chiedevo spesso semmai avessi sbagliato qualcosa in quello che facevamo assieme ma lei non mi manifestò mai il suo pensiero, sembrava aver deciso di vivermi così, senza parlare. La nostra separazione fu traumatica per me, per lei forse…questo non lo so ! D’improvviso sparii dalla sua vista per sempre e lei non mi cercò mai. In seguito la ritrovai tramite Facebook. Feci la faccia tosta e la chiamai. Mi accolse con frasi di cortesia temperata ed allora le spiegai i gravi motivi che mi avevano costretto a prendere quella decisione e, nella discussione, notai che parlava, parlava tanto, come non aveva mai fatto con me. Mi stupii e decisi di farle la domanda clou, quella che arrovellava il mio cervello anche a distanza di tempo. Ridacchiò al telefono e poi con voce simpatica ma risoluta volle rispondermi.
· Mi hanno insegnato che nella vita bisogna far fatti e non chiacchiere sterili. Ti amavo e condividevo tutto di te. Dal cibo alle tue passioni, dallo studio, alla voglia di fare all’amore. Ero fusa con te e facevo tutto quello che mi chiedevi perché sentivo anch’io il tuo stesso desiderio. Cose che non condivido e non ho mai condivise nel mio attuale matrimonio. Le parole ? Se vuoi le parole aggiungile tu, ora, io non le ho dette si, ma tu, le hai mai pensate ? Sai, so dire anche le parole in silenzio, parole del tipo “ti voglio bene”. Se vuoi t’insegno.
· Nino, Nino stai bene ? Sembri imbambolato, Nino…svegliati dai !
· Scu…scusa ero sovrappensiero. Perdonami…
· …Mariangela ! Hai già dimenticato il mio nome ! Comprensibile per chi ne deve ricordare tanti, specialmente femminili, come te !
Quest’affermazione mi stizzì un po’, li per li, ma poi convenni che era vera. Conoscevo una grossa fetta di popolazione femminile universitaria. Non mi ero mai ritenuto uno sciupafemmine, ma ero tutt’altro che uno stinco di santo.
· Scusa, amica mia, dovrei conoscerti ?
· Penso di si – rispose lei – Ci ha presentato Palmira, l’altra sera “a casa tua “ e mi hai pure prestato un libro.
· Ma si, Pamela ! Ora ricordo tutto !
· Ma quale Pamela, ho detto che mi chiamo Mariangela !
La guardai e risi di gusto per la mia insipienza. Solo allora cominciai a inquadrarla bene tra i miei pensieri, a notare quel provocante sorriso ingenuo e accattivante. Ne rimasi preso. Mi accorgo di essere preso da una donna, solo quando sento montare in me l’ansia di volerla conoscere, di voler fare l’istrione per vederla sorridere e, in quel momento montò in me l’entusiasmo e una voglia matta di farlo. E poi, era una ragazzina ben fatta, non molto alta, magari, ma con tutte le sue cosine a posto.
· Scusami ancora, questa volta però mi farò perdonare. Se vuoi, ci potremmo vedere al bar dell’università e ti offrirò un caffè, questo pomeriggio.
· Mi spiace, sono impegnata in un seminario, sarà per un’altra volta…e poi io esco sempre con Palmira, mai da sola. Ma, se non sei il lupo cattivo, potremmo uscire con lei e Salvatore, il suo ragazzo. Magari andiamo al cinema…
Detto, fatto. Nessuna difficoltà per me contattare la mia più grande amica e invitarla per una serata al cinema. Sicuramente l’avrei convinta. E ne diedi, anche a Mariangela, la certezza con aria di sufficienza. Ci lasciammo con questa certezza, ma appena girato l’angolo, corsi a perdifiato verso la pensione di Palmira per renderla reale. Appena in tempo. Ero trafelato e col poco fiato che mi rimaneva di riserva, argomentai con la mia amica.
· Qual buon vento, Nino ? Cosa ti porta qui ? Ma vento o non vento, ora non ho tempo. Ho fretta, sono in ritardo, ciao.
· No, aspetta, il cinema…Mariangela…usciamo con Salvatore….
· Calma, una cosa per volta. Cosa centra Mariangela con il cinema ? E tu, con Salvatore che uscite insieme ? Che storia è questa ? Ma, principalmente, dimmi, che hai bevuto stamattina ?
Quando mi fui spiegato, mi promise, ovviamente, la sua collaborazione, tuttavia restò in surplace, guardandomi intensamente.
· Mica sarai innamorato ? Mariangela è carina e tu sei il solito birbantello !
· Innamorato io…tse ! Sai che non cedo a certe lusinghe. A me piace punire le donne.
· Ah novello Casanova, mi sa che con Mariangela fai il botto ! E, a proposito, il cinema lo paghi tu !
Me ne andai sorridendo, sapevo che non mi sarei mai innamorato di Mariangela, come, in effetti, non mi innamorai, ma ebbi con lei un rapporto indescrivibile che ci unisce ancora oggi. Andammo al cinema. Era tanto l’ansia di iniziare una storia con quella ragazza che non avevo nemmeno visto il titolo del film in proiezione. Volevo fare buona impressione e li avevo portati in una sala di prim’ordine. Palmira fece in modo che sedessimo vicini io e Mariangela ed io cominciai a sperare in un discreto impianto d’illuminazione…soffusa. Ma il peggio doveva arrivare. Il film era in bianco e nero e si trattava, ahimé, de “La corazzata Potemkin”, si, proprio quella che Paolo Villagio definisce una….lasciamo perdere. Palmira avrebbe voluto uccidermi e me lo disse con gli occhi. Mariangela inforcò gli occhiali, ma solo per darsi un tono. Dieci minuti dopo eravamo fuori ! Per farmi perdonare, offrii un gelato fuori e la nostra prima serata finì li. Pensavo che avrei corso seri rischi ad invitarla di nuovo e, invece, ci venne…ed anche da sola. Finché diventammo inseparabili, buoni amici. Non durò molto, tanto per il mio carattere. E poiché si vedeva mille miglia che ci piacevamo, una sera che ci trovavamo in una zona panoramica della città, la baciai. Sapevamo entrambe che sarebbe finita così e lei mi accettò senza ritrosie. Anzi, in un mutismo assordante ! Io parlavo e lei ascoltava, io mangiavo e lei mangiava, io volevo fare l’amore ed anche lei lo voleva. Quel silenzio era diventato un’ossessione. Mi chiedevo spesso semmai avessi sbagliato qualcosa in quello che facevamo assieme ma lei non mi manifestò mai il suo pensiero, sembrava aver deciso di vivermi così, senza parlare. La nostra separazione fu traumatica per me, per lei forse…questo non lo so ! D’improvviso sparii dalla sua vista per sempre e lei non mi cercò mai. In seguito la ritrovai tramite Facebook. Feci la faccia tosta e la chiamai. Mi accolse con frasi di cortesia temperata ed allora le spiegai i gravi motivi che mi avevano costretto a prendere quella decisione e, nella discussione, notai che parlava, parlava tanto, come non aveva mai fatto con me. Mi stupii e decisi di farle la domanda clou, quella che arrovellava il mio cervello anche a distanza di tempo. Ridacchiò al telefono e poi con voce simpatica ma risoluta volle rispondermi.
· Mi hanno insegnato che nella vita bisogna far fatti e non chiacchiere sterili. Ti amavo e condividevo tutto di te. Dal cibo alle tue passioni, dallo studio, alla voglia di fare all’amore. Ero fusa con te e facevo tutto quello che mi chiedevi perché sentivo anch’io il tuo stesso desiderio. Cose che non condivido e non ho mai condivise nel mio attuale matrimonio. Le parole ? Se vuoi le parole aggiungile tu, ora, io non le ho dette si, ma tu, le hai mai pensate ? Sai, so dire anche le parole in silenzio, parole del tipo “ti voglio bene”. Se vuoi t’insegno.
Mi sarebbe tanto piaciuto identificarmi in Mario Cavaradossi. Un uomo che sapeva amare ed essere ricambiato con la stessa intensità del suo sentimento. Non ho mai avuto gioia dei successi che ognuno di noi coglie nella vita. Per carità, non che non li abbia graditi, ma l’amore per me è stato sempre un’altra cosa. Si, ritengo che raggiungere l’elevata intensità di emozioni che esso produce non è paragonabile a nulla. E, lungi da me il gusto per l’orrore, cosa vi può essere di più appagante per un uomo se non sapere che una donna lo ami tanto da buttarsi dall’alto di una rocca, sia pure Castel S. Angelo, per lui ? Ma, allora, mi domando, è a tali estremi che deve arrivare l’amore per ottenere la sua completezza ? Che dire, allora, delle nostre genitrici che, nei secoli, innamorate dei loro uomini, amarono in un silenzio quasi indifferente sopportando croci stoiche, a volte sostenute da sole. Fu una follia da disperazione della celebrata Tosca o amore rassegnato e remissivo delle nostre mamme ? Essere Cavaradossi o l’Innamorato ignoto in fondo non è importante. Ciò che conta è amare e farsi amare per come ognuno di noi sa fare e deve fare…bene.
T’ho veduta e ancor prima di avvicinarti, di conoscerti, mi sono innamorato di te. E si che, non sono di primo pelo, come potrei apparire. Il cosiddetto coup de foudre, il colpo di fulmine non ha mai soggiornato tra i miei pensieri. Tutte storie, credevo. Tuttavia ora mi ritrovo a riflettere sul perché sia potuto avvenire proprio a me, che non lo consideravo nemmeno. Cos’è stato che ha fatto scattare quella fatidica trappola. Si, trappola, perché io non cercavo niente, men che meno, amore. Specialmente alla mia età, poi. E va bene che, nonostante gli annetti, come dicono spesso i maschietti della mia età, il mio spirito è ancora giovanile, forse troppo giovanile, cresciuto nello stesso recinto in cui hanno pascolato pensieri liberi e in continua evoluzione, però…però io, più che considerarlo un colpo di fulmine, credo sia stato un vero e proprio colpo basso (un coup bas !). Infatti ora mi ritrovo a chiedermi insistentemente, come ho fatto a perdere la luce della ragione, istantaneamente. Dovrò farmene una ragione, penso. Quello che, adesso, mi interessa è dimostrare la valenza del mio amore, la sua intensità e ciò che avrò in cambio dallo scambio di sentimenti. Non è cosa semplice, affatto, così come è difficile far accettare ad una donna che è amata nel modo più sincero e devoto del mondo. Ecco, allora, che quando ci si dichiara e, in corrispondenza di affetti non si è accettati del tutto. Le donne sono molto esperte in “Forche Caudine” e le ritengono irrinunciabili, prima di mettere il sigillo sull’innamoramento. Quindi, d’emblée, si diventa amici, poi cari amici, amici del cuore e infine si riesce a farsi definire amato. Tutto questo se, nel caso si sia in la con l’età, avviene prima della morte ! Per me è stato diverso ! Più difficile. Mi sono imbattuto in una linea Maginot ben organizzata e, decisa a resistere a quella che è una situazione in cui mi sono cacciato non per volontà mia ma perché…è capitato. Sembra che, l’ultima linea, quella che separa gli amici del cuore con l’amore. E dire che io l’ho zompata di getto questa linea, mentre sembra che tu ne sia rimasta al di la. La verità, la mia verità è che credo che tu non conosca il vero amore. Come possono definirsi due persone, uomo e donna, che dicono di volersi bene, che soffrono l’una per l’altra, che si cercano in ogni ora della giornata, che passano ore ed ore al telefono parlandosi intimamente ed in continuazione, che litigano per banalità per poi ritrovarsi immediatamente, che si fanno anche scenate di vera e propria gelosia ? Io non ho dubbi, sono due innamorati. Tu, non sai che sia. Che fare, quindi ? Non rinuncio a te, non me lo posso permettere….le mie coronarie, sai. Ma neanche tu, vuoi farlo, non vuoi rinunciare a me. Sai che facciamo ? Questa notte ci alzeremo, prenderemo una grossa pinza, ci recheremo presso la famosa line che separa due nostri grandi sentimenti e taglieremo i reticolati che ci separano e così potremo fuggire insieme dalla parte dell’amore. Ti aspetto.
Ebbè, che c’è di strano ! Mica lo sapevo ! In fondo a me succedono spesso dei fatti…estemporanei da leggere sopra le righe. Fatalismo, dite ? Ecco, son solo fatalità. Aggiungo addirittura, meglio che capitino a me che ad altri, meno adusi a queste situazioni. Non che io debba esserne aduso per forza, ma ormai posso affermare, con la certezza della casistica, che ho acquisito notevole esperienza per fatti, cosiddetti, “paranormali” non tenendo stretto conto dell’etimologia della parola in se. A ben vedere, cosa mi è capitato poi di così inusuale. Mi sono innamorato, ecco tutto ! No, aspettate, non è esattamente tutto ! Mi sono innamorato di una matta, per amore di precisione. E che sarà mai ! Sarà, sarà, non è tutto rose e fiori come sembra. Non aggiungete altra ansia al mio desiderio di minimizzare l’avvenimento. Tutta colpa mia, così flemmatico e imperturbabile, per come mi mostro. Sempre calmo ed impassibile, freddo e riflessivo, è difficile farmi arrabbiare o innervosire o provocare smanie tali da farmi rizzare i capelli. Ma di questo no mi preoccuperei nemmeno eccessivamente : sono quasi calvo. Ne, alla mia veneranda età, riesco a viaggiare nel mondo dei corteggiamenti, che ormai non mi appartiene più (ahimé). Viaggiavo sereno sul sito di poesie che frequento abitualmente e in cui mi cimento come provetto scrittore di racconti e, talvolta, di poesie in vernacolo. Una finestra, un messaggio e lei era li, piccola e indifesa. Un fiore da curare e proteggere nel giardino di sentimenti importanti. Già da allora mi innamorai di lei, attirando in me, potenzialmente, il grande otre in cui racchiudeva i suoi sentimenti. Che ne sapevo io, Sembrava piccola e indifesa. Magari lo era pure, ma sotto sotto, molto sotto. Cominciammo a scriverci ed io le confessai i miei sentimenti per lei. Gradì. Salvo a ricevere, due giorni dopo, regolare lettera di “licenziamento “ reo di aver commentato con toni troppo melliflui la poesia di un’altra poetessa. Pensai di averla persa ma non fu così. Dopo qualche giorno, si fece viva, lasciandomi sempre sulla lama affilatissima del suo distacco e della sua indifferenza. Ma, tra indifferenza e distacco mi lasciò il suo numero dio telefono. Naturalmente, per colpa mia, che già cominciavo a temerla, il contatto avvenne diverso tempo dopo e fu sempre più incalzante man mano che la conoscenza andava avanti. Era piccola, allegra, pimpante. A farla bree m’innamorai di lei e, con la franchezza che mi contraddistingue, glielo dissi. Non riscontrai però inlei un sentimento simile, non si sentiva innamorata di me,solo compiaciuta della nostra amicizia a cui non voleva rinunziare. E amicizia sia, decisi. Comunque un bel sentimento nonostante i suoi limiti. Ora tutto era consolidato tra noi finchè…Credevo che l’amicizia per lei non dovesse costringermi a comportamenti da maschio sposato e quindi senza obblighi e invece…Invece nella più assoluta calma della nostra relazione “amichevole”, mi vedo arrivare una ramanzina di quelle pepate del tipo “Non mi piaci perché sei falso ! Prima mi parli d’amore e poi commenti con frasi mielose le poesie di altre autrici. No, tu mi vuoi prendere in giro bla bla bla bla. Cose da pazzi ! Non era stata lei a dirmi di non essere innamorata di me e che io avevo il diritto di fare, in piena libertà, quello che credevo ? Sparì senza darmi il tempo di spiegarmi. Quindi mi richiamò e con espressione compunta mi chiese scusa. Scuse che accettai subito, perché io l’amo e in questo particolare momento non potrei vivere senza di lei. Purtroppo, però, queste “crisi” si ripeterono, si ripetono spesso e piùricevo rimbrotti da lei più mi lego a lei. Sarà tattica ? Se lo è efficace. Resto, così, innamorata di una matta. Una grande poetessa, ma pur sempre matta ! Tuttavia, ho capito una cosa. Non è giusto colpevolizzarla e, addirittura, deriderla bonariamente. Unicuique faber est fortunae suae, così mi pare dicessero i nostri antenati latini e lei,se è fattaq così, avrà il destino che si guadagnerà. Scelte sue. Ma io, per stare con lei, per amarla tanto da impazzire, penso di essere il vero matto di quella che potrebbe essere la nostra futura unione. E vi giuro, voglio impazzire per lei !!!






