Correvamo a perdifiato sulla spiaggia ormai nostra per l’assenza di turisti e saltavamo. Ci rincorrevamo e ci abbracciavamo, rotolavamo l’uno sull’altra felici. Tutto ci apparteneva. La sabbia, gli scogli brontoloni, le ombre che si appressavano prepotentemente, il suono della squilla che annunciava la fine di una giornata felice. Eravamo solo due innamorati con le chiavi del paradiso in mano senza voglia di sfruttarle. Il nostro paradiso era la e noi ne stavano già godendo le magnificenze. Una storia che andava avanti da qualche anno, sempre uguale, mai monotona, che sembrava addirittura immarcescibile. Un amore grande e inalienabile. Poi l’inimmaginabile. M’invitò al bar che frequentavamo, locale da noi apprezzato perché dotato di piccoli separè capaci di difendere la nostra intimità fatta di dolci carezze e qualche caldo bacio anche nel centro della città. Lucio, il proprietario, sorrise quando arrivai perché sapeva che lei era già la ad attendermi e sapeva cosa sarebbe successo di li a poco. ma credo che ormai  lo sapessero tutti gli avventori di quel ritrovo, perché la nostra presenza illuminava tutte le sale, come l’amore che illumina tutto. Mi sedetti di fronte a lei che non riusciva a nascondere la sua ansietà, che, però, stavolta non era legata al desiderio di stare con me. C’era qualcos’altro. Quando le presi le mani fra le mie, sgusciò dalla mia stretta affettuosa e mi guardò. Nei suoi occhi c’era molta sofferenza e la voglia di liberarsi di un peso enorme che gravava in lei. Altrettanto laconica fu la sua unica frase :”Non ti amo più !”. Si alzò e fuggi da me che ero rimasto ad ascoltare, imbambolato. Prima che iniziasse il funerale, nel mio cuore, cercai di capire, di giustificare, di valutare il perché di ciò che stava accadendo, senza trovarne risposta. Vani i tentativi di un qualsiasi approccio con lei. Telefono, posta, computer sembrarono scoperte ancora da venire. Gli amici, quelli con cui avevamo tanta confidenza, si mantennero equidistanti tra noi, volendo rimanere al riparo da accuse di parzialità. Insomma mi ritrovai solo e morì dentro di me ogni voglia di sopravvivere. Morire dentro è molto peggio che morire naturalmente. Passato un anno, la mia sensazione di vuoto era aumentata. Andavo in giro traballando nella mente e nel corpo. Nessuno mi poteva consolare. Un amico, impietosito dalle mie condizioni, mi consigliò di reagire, di guardarmi intorno…ecco, di concedermi una serata in discoteca. lo feci sapendo che non sarebbe stato il toccasana per la confusione che avevo in testa. L’atmosfera caotica del locale annientava la tanto sognata serenità e le ragazze, tutte le ragazze, somigliavano a “lei”. Poi uno spintone, mi giro e me la trovo di fronte ma al momento riuscii solo a smoccolare qualche improperio perché non la riconobbi. Non potevo riconoscerla, poiché le ragazze di quella discoteca, per me, avevano tutte il suo volto. Il volto dell’amore. Ci ritrovammo a ballare, abbracciati l’uno all’altra, un languido “lento”, mentre dai diffusori scaturiva una musica indiavolata. Furono baci e carezze cercate con avidità come se i due corpi fossero dei perfetti sconosciuti. Ballammo….non so più per quanto tempo e, infine, uscimmo sotto un cielo da Baci perugina. L’accompagnai a casa e, per tutto il tragitto non parlammo. Giunti sotto casa sua, le chiesi se l’avessi potuto rivedere, mi concesse un “forse” enigmatico che stemperai con l’eccezionalità degli eventi. Tornai a casa con la consapevolezza che lei fosse la serenità che avevo smarrito. Nei giorni che seguirono, mi frenai ad andare subito da lei, pensavo che riflettere ci avrebbe fatto bene ad entrambe. Poi una sera, di quelle che non scorderò più, presi il coraggio e un mazzo di fiori e bussai alla sua porta, una, due, tre…tante volte e infine la porta si aprì. Baldanzoso, con il mazzo di fiori più che portato, sventolato e il mio miglior sorriso, quello che pensavo di aver smarrito, la guardai. Lei era li, di fronte a me, bella come il sole e la luna insieme, mi osservava…imbarazzata, quasi che la mia presenza la cogliesse del tutto impreparata. Era appena uscita dalla doccia ed era avvolta in un telo, con i capelli ancora arruffati. Era bellissima e glielo dissi. Mi guardava inebetita. Poi successe. Fulmine a ciel sereno, la porta dietro di lei si aprì e un Marcantonio ne uscì avvolto da un accappatoio che un tempo era stato mio, con uno sguardo interrogativo e la domanda più logica al momento :”Chi è, amore ?”. Una frase semplice,  che però ebbe l’effetto di sbriciolare il mio cuore, di annientare tutto quello che rimaneva dei miei sogni, delle mie aspirazioni, delle mie certezze. E morii dentro o, almeno, lo credetti. E lo stavo “vivendo” da spettatore. Inventai una scusa la per la e andai via, fuggendo, il cuore in subbuglio, la mente inaridita. Mi fermai più in la e sedetti sui gradini di una casa. Le gambe non mi reggevano e cercavo un qualche cosa che consentisse alla mia mente di articolare almeno un piccolo pensiero che le permettesse di riavviarsi. Questo ed altri sintomi significano, per me, morire dentro ed io, in quel momento ero morto. Mi aiutò molto l’aria fresca della sera quando cercai di riprendere in mano il mio corpo. Ero sudato fradicio, il cuore in gola per la corsa, ma soprattutto avevo perso l’amore della mia vita ! Già…avevo perso l’amore della mia vita. Fu allora che ebbi la folgorazione che, sebbene più modesta di quella di S. Paolo sulla via di Damasco, squarciò il velo che occludeva la mia vista. Non semplice questo evento a verificarsi nell’animo umano, ottusamente volto a esaltarsi di se stessi, di gioirne, di vederne vittorie e poche sconfitte, possibilmente, ma senza mai accettarle. Invece la realtà, tanto bistrattata, è diversa, forse un po’ più macchinosa nella sua ricerca, ma altrettanto evidente. No, quella sera non ero stato io a morire dentro. Ne avevo solo subito un danno collaterale, questo si e ne avrei portato i segni ancora per un po’. Era lei ad essere morta, per non aver saputo valutare l’importanza del mio amore. Un amore vero e grande, quello che avevo saputo donarle, alimentandolo  con la forza di sentimenti altissimi a prova di tempo e di usura. Risi a bocca aperta e, una signora anziana che rientrava col suo cagnolino, mi guardò come si guarda un matto, affrettandosi  a chiudersi il portone dietro le spalle. Ridevo non perché fossi felice per lo scampato pericolo. Mi ero salvato miracolosamente ed ora, dentro di me, tutto era più chiaro. Era lei che era morta e allora…buon funerale ! !  

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Commenti  

Ignazio D'Anna
+1 # Ignazio D'Anna 12-10-2015 08:56
Un racconto, probabilmente biografico, ben strutturato. Si conclude poi con un messaggio positivo rivolto a tutti coloro che soffrono per amore. Buona giornata.
Bronson
+1 # Bronson 12-10-2015 12:16
Assolutamente un racconto di fantasia che possa far riflettere,amic o mio.Grazie per avermi letto !
Giò*
+1 # Giò* 12-10-2015 11:06
Quando si dice " Prendere in mano la situazione e non lasciarsi annientare" ! Non facile, ovviamente,
ma nella vita tutto può succedere: "Mai dire mai!"...
P. S. Vedo che sei vivo e vegeto, ora! Bravo!... :oops:
Ciao... :P
nabrunindu
+1 # nabrunindu 12-10-2015 17:52
si potrebbe aggiungere anche un'altra cosa per mandarcela davvero.......b ravo!

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