«A los doce años sabía dibujar como Rafael, pero necesité toda una vida para aprender a pintar como un niño.»
Cit. Pablo Picasso
«Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola comoda, da tutti comprensibile, ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di spiritualità dell’universo.»
Cit. Fabrizio De Andrè
Le parole nelle immagini o le immagini nelle parole,
e i colori nei pensieri o i pensieri nei colori:
sono solo altri accostamenti,
squarci di vita in poesia.
Perché nulla,
realmente,
può essere creato.
E c’è la scuola genovese
in questa tempesta cerebrale,
ci sono l’aura dei primi del novecento
e il periodo migliore, quello blu turchese.
Tanti, alla fine, sono i piccoli mali cupi
di un’atmosfera così malinconica.
Ed è un disturbo transitorio il nostro,
stemperato soltanto dall’ebbrezza dell’arte;
dalle esigenze di chi è oppresso e ubriaco,
come può esserlo un tino di mosto.
Ma andiamo avanti,
come gli sfruttati e i poveri,
sospesi fra un’umanità monocromatica
e un mondo plasmabile.
Andiamo avanti,
suonando e cantando, modellando;
sempre soli nella nostra propria penombra,
e con molto, moltissimo whisky nel corpo.
Cantautore degli emarginati
o poeta degli sconfitti,
il frutto delle visioni spezzate
o il bohèmian ufficiale e famoso:
lo sanno tutti che è labile,
il confine tra genio e follia.
Ed è questo il fatto.
Allora puoi erigere qui la tua residenza,
oggi, che hai passato i 92 anni.
Oggi che il mio animo è perfido,
sadico e avvelenato,
e che non vedo più in turchese.
Oggi che non so più esser magnetico:
per chi, come lei, non poteva
che continuare ad amarmi.
Così resteremo slegati e sbendati,
per un tempo lunghissimo,
a elargire parole pietose
a chi di certo non potrà uscirne fuori.
Poi sfideremo ancora il mondo:
io, con la sua quarta di copertina,
con la Chitarra Estudio,
la numero 097;
tu, con il principio creatore,
con il tuo caos.
E non fa differenza, lo so,
se il cane ringhia ancora
e se tutto è più effimero e fragile.
Oggi che tutto va, che tutto passa,
che tutto si prepara a stendersi
come una toppa
sulla nostra fragilità.
Oggi che qualcosa si è smosso finalmente:
nel mio imbarazzo, nella mia fede,
a pochi anni di distanza dalla vostra morte.
Fra la decadenza de la rive droite
e il brontolio rabbioso
della poesia vera.
Così, dopo e là,
a la Butte de Montmartre
o al Monumentale di Staglieno,
su quei vecchi depositi di cadaveri,
non ci saranno rito funebre o sepoltura celeste:
ma solo acque di prima pioggia.
Esuliamo da qualunque definizione, noi.
Siamo l’epiteto assegnato ai poeti di genio,
agli artisti che portano in sé
la lacerazione e l’incomprensione.
E voi annichilitemi, distruggetemi,
portatemi via di qui,
che la mia fantasia non si lascia avvilire,
che nulla può inghiottire
la scintilla della mia immaginazione.
Nella superficialità e nel vuoto
siamo noi i sognatori sconosciuti,
i cubisti degli anni folli o gli artisti marginalizzati:
nudi, senza colori tra infinite sfumature di grigio.
Avevi un bassotto di nome Lump, amico Pablo,
e tu uno di nome Libero, amico Fabrizio;
che vi abbaiavano sempre,
che vi indicavano la drammaticità
e poi l’assenza alla vita
di chi rifiuta i diritti dell’uomo.
Io al momento li studio ancora,
quel quadro strano
e quelle mille gocce di splendore,
sempre in bilico
fra sofferenza e speranza.
Come la poesia, che a volte vive
dentro una lampadina;
e come le tue parole e i suoi colori,
che prima si rubano
e poi si riaccostano nel disordine,
regalando voce al mondo:
il soffio della vita
tra le mani.
Le truppe d'occupazione naziste, a Parigi, assieme all'ambasciatore tedesco, domandarono a Picasso vedendo il quadro di Guernica "Avete fatto voi questo orrore, maestro?" e lui rispose "No, è opera vostra."

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