«Se gli architetti che hanno costruito Genova avessero avuto spazio, se avessero potuto abbandonarsi alla fantasia e senza ostacoli ai loro capricci, non avrebbero potuto trovare le infinite risorse e la multipla varietà di motivi, di disegni e disposizioni ai quali la facciata dei loro palazzi deve un'originalità di carattere, e che introduce in ogni anfratto l'inatteso della grandezza.»
(cit. Louis Enault)
Oggi che piove, vecchia mia,
e che l’odore del tuo mare
si fonde con quello dei fiumi,
forse potrei dormire anch’io:
fino a pomeriggio inoltrato,
soggiogato dalle vibrazioni
proprie del poeta di razza.
In balia come sempre
del tuo respiro
e della tua complessità,
potrei persino essere io
l’uomo che pensa e che riposa:
con l’orecchio a ridosso delle mura,
nel susseguirsi di botteghe buie e sporche,
nel vociare di osterie e magazzini,
di vele e catrame,
e con l’occhio rivolto ai ragazzi
dalle magliette a righe.
Sono loro i miei piccoli acrobati,
che come tante stradine intricate
in declivio su tetti di ardesia,
rimandano il cuore
al cupo silenzio del giorno dopo,
alla quiete del post disfatta.
Ma se fossi nato prima,
durante “El siglo de los Genoveses”,
potrei essere stato anche io, come te,
superbo per uomini e mura,
con i miei carruggi e le mie spianate,
i miei sagrati, le mie ville e i miei palazzi.
Se così fosse stato,
avrei incendiato la casa del Boia,
e poi cosparso le strade
di petali e fiori
per dare asilo alla povera gente.
Sono loro in realtà
il nero serpentinite, il bianco quarzo
e il rosso diaspro,
sono loro l’unico risseu carrabile,
gli unici ciottoli di cui si può
andare orgogliosi:
le mura del Malapaga
in prossimità dell’asilo notturno,
dell’opera pia del Massoero,
tra le macerie di ieri
e le troppe lapidi
di oggi.
Genova, amore,
tu mi appari
solo in sogno.

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Charlie
Un abbraccio
Charlie