D’ogni uomo il guardo difforme al mondo volge,
dell’anima ha il colore,
all’età e al pensiero è conforme;
e così al guardo mio, tale sei tu
o suol natio.
Dei miei giochi fosti dimora,
così ti vedevo allora,
quando fanciullo l’apriche tue distese,
al limitar della paterna casa sorgenti,
sereno andavo solcando.
Sui campestri passi
era l’odore dei ligustri,
de l’uccellino, tra le fronde ascoso, il canto,
tra il frusciar del grano
e il mormorar dei pioppi al vento,
tra gli steli d’oro de le messi il ciano,
del gelso le more,
ed il canale dall’acque chiare,
fresco riparo nelle calde e afose ore.
E gioivano tutti i sensi,
e gioiva il cuor,
il sole vedendo nascere
e morire agli orizzonti.
Poi che ciò che sortisce gioia,
spesso, nel tempo, cagiona noia,
al volgere de la giovane età,
dal desiderio e da l’ardir sospinto,
del fanciullo mondo varcai la soglia.
Lo sfarzo, ch’al seguir la via
all’occhio m’appariva,
e l’imponenza de le vesti,
mi dissero così del tuo splendor,
de gli antichi tuoi fasti.
In abito di Candoglia,
e le guglie al cielo protese,
d’arte gotica illustre esempio,
solenne s’ergeva ne la piazza il tempio;
emblema d’una remota possanza,
ancor viva ne la sua fattezza,
poco in là si stagliava turrita
la viscontea fortezza;
e lungo le vie, talora lastricate,
erano edifici pittoreschi,
di bassorilievi adorni,
di floreali affreschi.
E tra le vie vagando,
ai tuoi antichi giorni
spesso volava la mente,
ma più sovente allor che,
tra l’urbane mura leggero spirando,
l’olezzo di quel tempo
pareva portasse il vento.
La mano de l’uomo, nel frattempo,
agendo incauta e cieca,
l’opera sua sortiva
e de la Natura faceva scempio.
Quanto cambiasti suol natio,
e quanto, da allora, son cambiato io,
eppur al guardarti sento,
tali qual’eran remoti,
dell’anima i sussulti, del cuor i moti.
Così, quando terge il cielo tuo la brezza,
e si scopre l’Alpe e l’aria s’olezza,
o quando la bruma si versa,
l’ignoto recando ne la città dispersa,
o del sole il primo raggio
ch’il fosco cielo d’inverno squarcia,
od ancor il violento scroscio
che l’afa estiva spazza,
e benché fuggì il sereno tempo,
e benché fuggisti tu, di campo in campo,
e i tanti pensieri,
e il dover cui attendo
spesso mi portano ne l’oblio,
come t’ho amato, io t’amo ancora
o suol natio.
dell’anima ha il colore,
all’età e al pensiero è conforme;
e così al guardo mio, tale sei tu
o suol natio.
Dei miei giochi fosti dimora,
così ti vedevo allora,
quando fanciullo l’apriche tue distese,
al limitar della paterna casa sorgenti,
sereno andavo solcando.
Sui campestri passi
era l’odore dei ligustri,
de l’uccellino, tra le fronde ascoso, il canto,
tra il frusciar del grano
e il mormorar dei pioppi al vento,
tra gli steli d’oro de le messi il ciano,
del gelso le more,
ed il canale dall’acque chiare,
fresco riparo nelle calde e afose ore.
E gioivano tutti i sensi,
e gioiva il cuor,
il sole vedendo nascere
e morire agli orizzonti.
Poi che ciò che sortisce gioia,
spesso, nel tempo, cagiona noia,
al volgere de la giovane età,
dal desiderio e da l’ardir sospinto,
del fanciullo mondo varcai la soglia.
Lo sfarzo, ch’al seguir la via
all’occhio m’appariva,
e l’imponenza de le vesti,
mi dissero così del tuo splendor,
de gli antichi tuoi fasti.
In abito di Candoglia,
e le guglie al cielo protese,
d’arte gotica illustre esempio,
solenne s’ergeva ne la piazza il tempio;
emblema d’una remota possanza,
ancor viva ne la sua fattezza,
poco in là si stagliava turrita
la viscontea fortezza;
e lungo le vie, talora lastricate,
erano edifici pittoreschi,
di bassorilievi adorni,
di floreali affreschi.
E tra le vie vagando,
ai tuoi antichi giorni
spesso volava la mente,
ma più sovente allor che,
tra l’urbane mura leggero spirando,
l’olezzo di quel tempo
pareva portasse il vento.
La mano de l’uomo, nel frattempo,
agendo incauta e cieca,
l’opera sua sortiva
e de la Natura faceva scempio.
Quanto cambiasti suol natio,
e quanto, da allora, son cambiato io,
eppur al guardarti sento,
tali qual’eran remoti,
dell’anima i sussulti, del cuor i moti.
Così, quando terge il cielo tuo la brezza,
e si scopre l’Alpe e l’aria s’olezza,
o quando la bruma si versa,
l’ignoto recando ne la città dispersa,
o del sole il primo raggio
ch’il fosco cielo d’inverno squarcia,
od ancor il violento scroscio
che l’afa estiva spazza,
e benché fuggì il sereno tempo,
e benché fuggisti tu, di campo in campo,
e i tanti pensieri,
e il dover cui attendo
spesso mi portano ne l’oblio,
come t’ho amato, io t’amo ancora
o suol natio.

Commenti
TUTTA LA TUA MAESTRIA IN UN ARGUTO DECANTO...
LIETO MERIGGIO.
che disseta l'anima, il tuo, che risveglia sensazioni incantevoli e riscaldano il cuore. Rivedere i ricordi aiuta a rinascere a diventare nuovi.... bellissima! ...incantevole...... ................HERA
Bellissima composizione.
Stupenda...