Come va, Signora Doroty?
Spero che le mie lettere non si perdano
nel vuoto dei suoi occhi o sul fondale della piscina.
Sempre opachi, questi umori, di una rassegnata indifferenza,
accecati da un'eterna rabbia quando pensa,
quando le fa Cucù! il giardiniere allegro.
Una nobildonna che sfoggia con disprezzo
e menefreghismo, come in un gioco forzato che accetta,
le sue lune e le sue collane d'oro, foulard francesi e cappelli,
ma poi lo so, lo ignora il materialismo,
quando l'orecchio si ovatta.
Giornate vuote e senza senso, riempite
da un'antica nostalgia di bordelli e strade,
di ali e verginità rubate. Un marito troppo infelice,
con la nausea nel vedere le sue vetrine,
la sua vasta collezione di piscine, e si consola amaramente
in quella guerra dell'oppio in cui non sa con chi stare.
Ogni notte il letto è bianco, vuoto e stanco,
senza appetito, o l'amata noia d'un lenzuolo un po' sgualcito:
suo marito è già fuggito, una fuga di sbandati amori,
banconote sparpagliate da 100 sul suo guanciale,
il suo modo per scusarsi di tutto il male.
Signora Doroty, è infelice: quanto è bella la miseria,
più della sua stroncata voce, ma la pelle d’oliva
e le carnose labbra ci sanno ancora fare; cinquant’anni stuccati,
le guance nascoste dal trucco che si scrosta dal suo viso,
come un muro abbattuto dalle pallonate.
Acerba vecchiaia, giovinezza mai sbocciata.
Chiacchiera intanto la servitù:
lei ci ride col drappo in gola,
ma una bestia disinnamorata di se stessa
non mollerà mai il suo bastardo osso!

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