1979/
Ricordi Budapest?
La tua capacità mimica con la gente
mentre ci raccontavamo i nostri misfatti,
le poesie ermetiche, la leziosità, Marx,
ore a spiegarci sul perché
ci perdevamo sui chiodi,
gettando il sentimento vero
alla confusione di una serva,
frantumando geometrie
perfino su percorsi immuni.
Uguali e in qualche modo bastardi
per le famiglie che bofonchiavano pregi,
ma superflue sull’Afghanistan.
Non guadagnavo mai abbastanza per soverchiare
qualsiasi pompaggio del muscolo,
quindi aggiungevo, per una volta,
quel “non sarebbe bello prodigare l’inconfondibile presenza
affettando quell’altrui la-la-la da egemonia”
(dente x dente occhio x occhio).
Usavo mezzi borderline,
pochissimo make-up,
salvarti era facile, son testardo.
Da quando mi hanno sradicato dall’utero
non ho chiesto d’essere cigno
(preferirei Rocco),
ma vengo sempre lapidato
dallo scassamento di scazzolo
della politica aristocratica.
2017 dopo il risveglio/
Dalla finestra volenterosa
si vedono i fenicotteri
e come al solito le mie gambe prudono
tanto sono mangiate dalle zanzare,
l’acqua del pozzo purtroppo sa di ruggine
perfino nel caffè extra zuccherato,
ma non m’importa, lo sorseggio come l’eros,
sdraiato tra le tue ginocchia sudate
su quella circonvallazione d’essenza
cui pongo vie diverse.
Per tutto il resto scrivo dell’ingaggio,
di come mi ha reso trasparente,
nonostante abbia bisogno di voltarti sul guanciale,
sparpagliando bicchieri duttili.
(riprendo fiato)
Affetto dalla nascita da mani a pois,
sparo con gomiti slogati:
c’è un precario equilibrio
tra i savoiardi col fondente
e la mia parte
o quello che è già deciso
quando emetterò il rutto
mirando con mezzo occhio,
affrettando scuse sulla saliva pornografica
(c’è)
o le ginocchia devote a un prete
(mai).
La realtà?
Amo morderti la mela,
sono sulla terra per questo
decifrare col tatto il tuo ventre
e prendermi il tuo sguardo.
