Delusa, dalla delusione certa, 
dai manierismi immacolati
dalle immagini troppo comuni.
Ogni dipinto è molto meno di quanto
la natura stessa lasci vedere.
E se mi azzardo ad uscire fuori
dalla stanza, l’emozione lirica
è solo un'identità infranta.
- Ma cosa mai ci salta mente,
di fissare palpiti in poesia?
    Se tutto è solo
un nuovo espediente a caro prezzo
   e il quartetto per archi,
      l’alto sentire di Beethoven,
opera n. 132
   non può essere accolta.
E' solo utopia:
i grandi sono già stati, e così sia.
Nessuno li conosce più
 e non c’è tempo neanche
per potersi a loro ricongiungere.
L’orologio ormai ha il suo solito rumore
  è ordigno imponente 
contro il cuore
nel contemporaneo esistente,
con qualcosa in meno del virtuale.
   E non sappiamo più scappare nella libertà
perché tutte le battaglie sono una viltà:
  l'Eroe nella nera armatura, 
ha la lancia bassa,
      ma il crimine in compenso batte cassa.

Ah, la Vita  Nova!
    Ma è solo un’espressione stilnovistica.
           E i versi,          
   come... il trionfo dell’uomo e della vita?

Ah, Mondo,
dell’Inno di Honderlin,
senza il ricordo -dell’Evento-
            che impunemente calpesti ogni Domenica d’Avvento!

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Profilo Autore: Hera  

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Oggi vi voglio narrare la fiaba della principessa misteriosa, che portava il nome di una rosa: Alba. Una rosa a cui la leggenda attribuisce la nascita, nella notte dei tempi, dalla spuma del mare, insieme alla dea Venere, alla quale adornava la chioma fluente. Come la Dea, Alba era una bellissima ragazza molto ammirata, ma priva d'amore, nel cuore. ... Quando passava per le vie della città, emanava una lunga scia di profumo, dagli antichi e delicati sapori. Fanciulla dalla statura piuttosto piccola, era ben proporzionata e, come ogni principessa giovane, aveva lunghi capelli, in specie i suoi erano lisci e neri. Possedeva due occhi grandi e sognanti, che si perdevano sull’orizzonte del mare, andando a solcare le onde. La sua fantasia la portava a viaggiare su di una nave pirata, navigando verso l’ignoto, immobile sulla prua, con la spada in mano, a gridare: nave nemica da conquistare, indi, su di un’isola segreta, seppellire il tesoro arraffato. Il re, suo padre e la madre, la regina, riflettevano sovente che al suo diciottesimo anno, ormai vicino, l'avrebbero voluta maritare con il figlio del re confinante, in modo da siglare, tra i due reami, un accordo favorevole. Purtroppo, a lei, quel principe non piaceva ed il suo amore, a lui, non intendeva concedere e fu così che, nella notte, eluse le guardie della reggia, fuggì, imbarcandosi sopra una nave. Il suo carattere, forte e ribelle, fin da piccina, l’aveva portata a seguire la disciplina delle armi, con le quali aveva imparato a combattere, sia con la spada che con l’arco e, come un uomo, le sapeva destreggiare. Il suo cuore era impavido, non aveva paura di niente, era nata per comandare. Dopo mesi di gavetta sulle navi, una sera tempestosa, insieme ad uno sparuto gruppo di pirati, decise di rubare una nave, in un porto. Presto detto, subito fu fatto, una nave tutta per lei! Il suo sogno si era realizzato, rotta ai Caraibi, all’isola della Tortuga, dove c’era il regno dei pirati, a cercare di formare una ciurma per abbordare le navi da derubare. Passarono gli anni ed ella era sempre più amata e, da tutti, rispettata, la fama di dura si era fatta, anche se il suo volto sembrava quello di una fata, ma i suoi occhi rimanevano sempre tanto tristi, nel suo cuore non c’era l’amore sognato, di un prode guerriero che, con lei, condividesse le avventure e la cabina di Capitano, dove, solitaria, era solita dormire. Facendo onore al suo nome, la mattina si alzava all’alba, per partire a solcare il mare, sulle rotte dei mercanti. Ogni giorno era una battaglia, fatta di fuoco e fiamme e di lame incrociate, per rubare il bottino, ma quel giorno un fatto insolito e strano: nella stiva trova un prigioniero, un giovane bello e fiero, che non le parse fosse vero, tanto che lo liberò in un battibaleno. Il destino aveva portato a lei il Corsaro Vero, del quale aveva sempre udito parlare, ma credeva fosse solo una leggenda, che i marinai ubriachi narravano, nelle notti sui ponti delle navi. Dopo averlo liberato, l’invitò sulla sua nave e, incuriosita, gli incominciò a fare mille domande. Era stato fatto prigioniero dalla marina militare e, in incognito, in Inghilterra lo volevano condurre, per poterlo poi impiccare. Si era battuto come un eroe, ma i nemici erano molti e così, alla fine, aveva dovuto capitolare. Fiera era di quello che aveva fatto e di aver trovato l’uomo così tanto agognato tanto che gli offrì di mettersi in società, al che lui accettò ben volentieri. Non avrebbe mai pensato di trovare l’amore, in mezzo al mare. Impararono a conoscersi e il loro amore divenne così grande che diventò una leggenda, quella di Alba e il Corsaro Vero. Ormai stanchi di avventure e di vivere a battagliare sul mare, decisero insieme di far ritorno al, di lei, reame, che era pur sempre un posto ameno in riva al mare. I suoi genitori, ormai vecchi, furono felici di vederla arrivare, pertanto li accolsero con grande onore, arrivarono a capire il grande errore commesso e videro, per la prima volta, la loro figlia felice e innamorata di un prode e forte guerriero. Dalla loro unione nacque un bambino che, nel futuro, tesse le sorti del mondo e del suo destino.
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Profilo Autore: Horion Enky  

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"Maria sbrigati, che è tardi, l’autobus passa tra dieci minuti, e se lo perdi dovrai aspettare mezz’ora, se sei fortunata".
Ogni mattina la stessa solfa, corro,  corro sempre, correvo per andare a scuola, a  piedi s’intende, cosi i soldi dell’autobus li avrei usati per la merenda, e ora corro a lavorare in mensa.
Lavo i piatti sporchi di chi in questa grande azienda guadagna millecinquecento euro già al primo stipendio, lavo pentole più alte di me e mi spello le mani con acidi e detersivi che insieme allo sporco si portano via la mia pelle.
Non mi tiro mai indietro, qualsiasi lavoro ci sia da fare io ci sono.
 "
Maria corri c'è da preparare il coffee break, Maria  hai preparato i secondi freddi? E i formaggi? E la frutta? Maria domani devi fare gli straordinari".


  Millecinquecento persone affamate , ma di una fame stupida, quella fame  che  gli fa disprezzare cose che altri divorerebbero; uomini e donne che si avvicinano al cibo con aria quasi disgustata, e che ti dicono “signora ma oggi non c'è proprio niente di buono”,

io li guardo sbalordita, ma come ? Qui c’e ogni ben di Dio.

Dall’isola dei primi... , già l’isola, un modo chic per pamperizzare i nostri clienti,sale un profumo che stuzzica le papille, sei primi caldi uno diverso dall’altro, e loro dicono che oggi non c’e niente di buono. E io devo pamperizzare,   questo termine secondo lo psicologo della mia azienda sta a significare che noi al commensale gli dobbiamo fare di tutto pur di renderlo felice.
"Sorridi Maria, Sii gentile Maria, sempre più gentile Maria, metti il pannolone al cliente Maria, pamperizzalo purché sia felice".
Spesso mi capita, quando esco di casa, la mattina verso le  sei e mezza, di guardarmi intorno, c'è sempre la solita gente in giro , assonnata come me, stanca della mia identica stanchezza,volti vuoti, con l’anima ancora a riposo, almeno quella.
E siamo li sempre gli stessi, ad aspettare il bus.


 Seduta accanto al finestrino guardo la strada che spesso mi ipnotizza, si snoda davanti a me come un serpente sinuoso e il suo respiro diventa il mio, molti dormono e io penso, che vita, che fatica.
Anche oggi come tutti i giorni scende dalla sua auto un giovane impiegato, e lo accompagna il padre, ogni mattina.
Potrei ripetere ad occhi chiusi i loro movimenti, tanto sono precisi e studiati, il figlio alla guida, il parcheggio nella zona disabili, gli sportelli dell’auto si aprono, il padre scende e apre il portellone dietro, lui prende le sue gambe, una alla volta e le sposta verso l’esterno, arriva la carrozzina... lui sale, si chiudono le portiere, e via al lavoro dietro la sua scrivania, mentre il padre se ne va.
Lo guardo e penso, certo lui e’ davvero sfortunato, e un po’  mi vergogno  per essermi sentita sfortunata anche io.
Ma la fatica c’è, tanta davvero e ciò che maggiormente mi avvilisce è che non ho nessuno che almeno mi consoli, qualcuno che mi abbracci quando, tornata a casa sfinita,  riesco a malapena a star dritta in piedi.


Non che io viva sola, per carità ho un compagno, ma sto scoprendo solo ora il suo disagio nei confronti del mio lavoro.

Ho capito, anzi ho letto nei suoi occhi una certa vergogna quando qualche volta mi è venuto a trovare o a prendere al lavoro, chissà forse perché lui è un impiegato , in pratica uno di quelli che sta dall’altra parte del bancone della mensa.

Mi avvilisce questa situazione, sentirmi parte della casta degli invisibili, e sentirmi invisibile anche agli occhi di chi dovrebbe amarmi.

Poi penso a chi sicuramente sta peggio di me.

Però penso anche a quanto si senta carne da macello chi come me per campare deve quasi essere schiavizzato, e a volte come è capitato, deve tuffarsi nell’immondizia per cercare l’anello d’oro che una stupida impiegata ha perso nel purè di patate, mentre chiacchierava con le colleghe.

La vita è così strana, e noi siamo strani, noi che nonostante tutto ci sentiamo a casa in quel luogo che ci toglie dignità,

eh si perchè se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, è anche vero che in certi posti di lavoro ci sono uomini che rendono pezzenti altri esseri umani, anche solo con i loro sguardi. Che vita ho scelto di vivere, così dura e triste, che posso definire certamente una punizione alla quale però ho deciso di dire basta.

Da domani si inizia un nuovo percorso, ho così tanto coraggio ora e così tanto da costruire. Sarò  costruttrice del mio futuro, portando giorno dopo giorno cemento e mattoni al mio cantiere.

Nessuno mi attraverserà più con lo sguardo, la mia voce sarà alta e possente, e la mia figura benché minuta sarà visibile al mondo intero.

La fortuna ha volto finalmente lo sguardo su di me e domani affronterò un colloquio di lavoro in una onlus che si occupa di bambini indigenti , e di donne maltrattate o abusate.

Ho deciso di riprendere a studiare , e nessuno mi guarderà più con sufficienza , e soprattutto non accetterò più di avere al mio fianco chi si vergogna di me.

Ci sono esperienze che ti distruggono, ma dalle quali si può rinascere , senza più timori né debolezze, ma con una consapevolezza nuova di se e degli altri, si rinasce capaci di difenderci dall’arroganza altrui, consci del nostro valore e finalmente fieri di noi stessi.

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Profilo Autore: Marina Lolli  

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So che mi affascina ogni verità,
la pronuncio,
 ma il mondo mi dà torto.
E’ un po' come un buio scaltro
  che  lo spazio annulla  intorno
calpestando ogni asse dopo l’altro.
La realtà  è  bugia che vince
come  ventata di morte
e il mondo intero diventa polvere
nella sua spietata sorte.
Oh, quieto massacro di soli
sei  tu ciò che volevo
oltre tutti cieli?
  Ma come muore ogni  verità,
  muore il cuore e ogni parola:
  non avessi mai visto il tuo splendore
potrei  ora comprendere il mondo
 e il suo torto al mio dolore.

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Profilo Autore: Hera  

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Avevo cinque o sei anni e in quel pomeriggio invernale, oltre a far freddo, piovigginava. In quel tempo non si conosceva il termine "televisore" come apparecchio domestico erogatore di notizie audiovisive, che dal 1954, se non ricordo male, cominciò ad infiltrarsi e quindi a poco a poco a dilagare nelle case della gente con tutti i pro e i contro, che tutti conosciamo e che d'allora lo stesso produce.
Mia madre, come tutte le madri, per salvaguardare la mia salute non voleva che io uscissi da casa per andare a giocare fuori con altri miei compagni di strada, che mi attendevano fuori, avendo preso appuntamento, già concordato nelle ore antimeridiane di ricreazione a scuola.
Io insistevo, ma lei m'imponeva con autorevole grazia di ascoltare le sue parole. A mio malgrado ubbidii, tenuto conto che aveva veramente ragione: fuori, oltre a sporcarmi, avrei potuto giocare con i miei compagni solo al riparo, magari dentro qualche stalla o altro luogo poco accogliente e igienico, non certamente a casa di qualcuno dei miei compagni, perché i genitori degli stessi di solito disdegnavano far giocare i bambini nelle loro case per tutte le birichinate che di solito potevano commettere. La strada, infatti, era l'unico luogo ideale per tutti i giuochi di noi ragazzi.
Ascoltai, quindi, il monito di mia madre e lei subito, lieta, mi premiò, com'era suo costume, dicendo che mi avrebbe narrato un racconto, che le aveva tramandato la sua vecchia nonna Rosa.
Io ero sempre attratto dalla narrazione di fiabe, racconti e storielle, ma soprattutto lo ero di più quando le predette narrazioni erano esposte e poi commentate profondamente da mia madre. Lei aveva quel senso narrativo e critico elementare, che piacevolmente mi faceva partecipare alla descrizione tanto, da sentirmi talvolta io stesso uno dei personaggi, più o meno protagonisti, che in quel momento per mia predisposizione d'animo sentivo a me più vicino.
Ci sedemmo. Lei prese il suo scaldino ed a me porse il mio, che rispetto al suo era più piccolo, dicendomi di sedermi sulla mia piccola sedia di fronte a lei. Mi fece una carezza, sfiorandomi con le dita una guancia, e poi col viso sereno e soddisfatto cominciò il racconto:
"Calogero e Filippo erano due fratelli, che si volevano bene. I loro genitori, Iacopo e Lucia, erano due lavoratori della terra che, sebbene poveri, con tanti sacrifici, ma con affetto avevano allevato i loro due figli, dando loro una buona educazione.
Calogero e Filippo erano cresciuti nell'amore familiare e nel rispetto reciproco, condividevano le poche gioie e i molti sacrifici con i genitori, ma si sentivano forti come leoni e ricchi come principi.
Abitavano in campagna e le loro ricchezze erano l'amore reciproco, la salute, la piccola casa, arredata sobriamente con poche cose, ma pulita, il lavoro quotidiano, l'aria ossigenata, il sole, la luna, le stelle e la provvida pioggia, che rendeva fertile la terra, che poi dava i naturali frutti, di cui l'umile famiglia si nutriva.
La loro ricchezza era anche il privilegio di stare tutti insieme nel lavoro, nel consumare un frugale pasto, nell'ascoltare alla fine della giornata lavorativa gli insegnamenti degli avi, tramandati da padre in figlio, nel sentirsi parte integrante di un ceppo familiare e l'orgoglio di appartenervi, di aver molto sofferto e poco gioito per le alterne vicende familiari, alle quali ogni famiglia nel tempo è spesso esposta.
Insomma possedevano poco materialmente, ma la loro ricchezza interiore li aiutava a vivere in maniera egregia, facendo loro gustare quotidianamente la vita e i doni della natura.
Un giorno, purtroppo, la serenità di quella famiglia fu sconvolta: il loro padre, Iacopo, morì; si ammalò di polmonite e i rimedi del tempo non gli permisero di guarire.
La famiglia si depresse e il colpo più duro i due fratelli lo ricevettero poco tempo dopo, quando anche la loro madre si ammalò, forse per la pena della perdita del marito, e poi non vide più il sole, ma il buio eterno dentro quattro fredde ed esigue mura.
I due fratelli Calogero e Filippo, restarono soli e provvedevano come potevano a tutte le loro incombenze quotidiane.
Un giorno, uno di loro, Filippo, s'innamorò di una ragazza che già conosceva sin da piccolo, una brava ragazza di nome Pinuzza, che abitava in un'altra casa rurale non molto lontana dalla loro. Anche Pinuzza conosceva Filippo sin da piccola: i suoi genitori ogni tanto, infatti, si recavano insieme a lei a far visita a Iacopo e a Lucia. Filippo, avendo chiesto a Pinuzza se voleva sposarlo ed avendo avuto dalla stessa il consenso, nonché quello di suo padre, al quale aveva chiesto la mano della figlia, ritornò a casa felice ed annunziò subito al fratello Calogero che fra breve tempo avrebbe sposato Pinuzza.
Così lui, Filippo, avrebbe avuto l'affetto di una donna e la loro casa si sarebbe illuminata non solo con la presenza di una giovane donna, ma anche di eventuali bambini.
Calogero accolse con tanta gioia le parole del fratello, che dopo qualche mese convolò a nozze con la giovane Pinuzza.
Calogero e Filippo dopo la morte della madre divisero in perfetto accordo le poche sostanze dei loro genitori, tra cui un piccolo appezzamento di terreno.
Subito dopo il matrimonio Calogero andò ad abitare da solo nella piccola casa che insisteva sul suo appezzamento di terreno ereditato, limitrofo a quello del fratello, lasciando Filippo unitamente alla moglie Pinuzza nella stessa abitazione, dove lui aveva precedentemente vissuto con i genitori.
Erano contenti Calogero e Filippo, coltivavano con profitto i loro appezzamenti di terreno e ogni tanto, di sera, seduti attorno al tavolo della cucina che li aveva visti crescere, dopo aver cenato, tra tanti discorsi, attinenti al loro lavoro e ad altro, ricordavano anche i loro genitori, che anche Pinuzza aveva conosciuto e verso i quali sentiva anche lei tanta stima, ma soprattutto affetto.
La casa di Filippo un giorno fu allietata dalla nascita di due bei gemelli: una bambina e un bambino, che furono chiamati rispettivamente Lucia e Iacopo, come la madre e il padre di Filippo, allora era questa la prassi.
La nuova famiglia così aumentò numericamente e Calogero, che lavorava il suo terreno, limitrofo a quello del fratello, si accorse che Filippo lavorava ancor più intensamente rispetto a prima e con più lena falciava il grano. Mentre guardava lavorare il fratello, Calogero pensava alla sua famiglia e diceva tra sé:
- Mio fratello deve mantenere la moglie e due figli, io invece devo mantenere solo me stesso; non mi sembra giusto che io debba possedere la stessa parte di mio fratello, quindi stanotte prenderò otto covoni di grano e senza che egli se ne accorga nella notte col chiarore della luna li porterò nel suo appezzamento di terreno. Così verso mezzanotte mise in pratica la sua idea, poi soddisfatto della sua azione se ne tornò a casa e, sdraiatosi sul letto, si mise placidamente a dormire -.
Il fratello Filippo, intanto, pensava anche lui affettuosamente al fratello Calogero e così diceva alla moglie:
- Pinuzza, mio fratello Calogero è rimasto solo ed oltre a lavorare la terra deve provvedere anche alle sue faccende domestiche, pur essendo un po' malato. Non è giusto che noi ci teniamo tutto il raccolto della nostra terra. Sai, Pinuzza, cosa ho pensato di fare? Stanotte, mentre lui dorme, andrò a portare otto covoni di grano nel suo appezzamento di terreno -.
Col consenso della moglie così fece.
Il giorno dopo Filippo e Calogero si recarono nei loro rispettivi appezzamenti di terreno e notarono, contando le loro biche, allora si faceva così, che erano numericamente sempre le stesse. Ogni notte ognuno di loro ripeteva verso l'altro la stessa affettuosa azione, ma di giorno si accorgevano che tutto restava inalterato.
Nessuno dei due riusciva a spiegarsi quel mistero, ma una notte il caso volle che i due fratelli s'incontrassero nello stesso momento, in cui ognuno di loro stava per iniziare quel solito notturno lavoro.
Calogero e Filippo, scoperta così per puro caso la loro reciproca generosità senza parole si abbracciarono, provando la grande consolazione che si ha quando si ama e si è silenziosamente ricambiati.
Ed ora, siccome sono le sette e sta per venire tuo padre io vado a preparare la cena, mentre tu apparecchi la tavola".
Così mi disse mia madre, terminato il suo racconto, ed io con le immagini dei personaggi nella mia mente le andai dietro, indi mi accinsi ad apparecchiare la tavola, mentre già sentivo gli scatti della serratura della porta di casa che si apriva: era mio padre che, finito il suo lavoro, sempre a quell'ora, alle sette e dieci della sera, rientrava a casa ed io, contento, gli andavo incontro con affetto ad abbracciarlo.





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Profilo Autore: Gino Ragusa Di Romano  

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Le regole certo, le regole vanno rispettate ed ogni infrazione va punita. Ok!
Ma quella maglietta alzata verso la tribuna, gli spalti; quella maglietta stretta al cuore, baciata, custodita, quella maglietta alzata, è un esemplare gesto d'amore.
Invece quel cartellino giallo è stato uno schiaffo non meritato, azzardato, esagerato.
Le decisioni dell'arbitro non si discutono ma la contrarietà di questa sua sentenza è collettiva, plateale, condivisa.
Questo pomeriggio del 23 aprile 2017, nello Stadio in località Mannis,  l'angoscia è palpabile, il dolore è nell'aria, si respira.
All’ingresso in campo il battimani indirizzato a Gregorio, poi si gioca per lui perché si è con lui; ogni lancio, ogni azione è un abbraccio continuo; il pensiero è là e i ragazzi vanno avanti, stringendo i denti, mordendosi la lingua, soffocando l’emozione, il pianto.
Da questo prato, a loro così familiare, lottano per trasmettergli energia.
C’è silenzio e il vento, questo freddo vento d'aprile, sferza, punge, continua a ferire.
E la sofferenza è corale.
Ancora, ancora una volta, questa squadra tiene alti valori che sfidano l’erosione del tempo, la vacuità delle frenesie quotidiane.
Adesso non desiderano altro che ritrovarsi insieme, tutti, ancora, di nuovo, insieme; nient'altro.
È un'attesa, una prova dura, che ha spento ogni fame, ha raffreddato comuni entusiasmi, li ha stretti in preghiera;
ci ha stretti in preghiera.


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Profilo Autore: Giovanna Vecchio  

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Per avere sensi di colpa, bisogna innanzitutto possedere un cervello funzionante. Un buon cervello ti consente di discernere e di trovare le soluzioni adeguate. Ti fa comprendere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Un buon cervello ti da una coscienza. Un buon cervello è intelligente e l'intelligenza si sa, è plurisfaccettata. Ci sono svariati tipi di intelligenza: c'è quella logica, quella matematica, quella empatica, quella creativa, ecc. Si potrebbe allora dedurre che coloro che non hanno un'ampia visione del mondo, quelli che organizzano guerre e tendono ad accumulare ricchezze, sono privi di empatia e di intelligenza? L'avidità è sempre stupida. Ma ciò che per qualcuno è stupido, per un altro non lo è. E allora? Potrei supporre che per avere una coscienza bisognerebbe avere dapprima l'intelligenza. Il mondo è guidato da secoli da orde di barbari stupidi ed incoscienti, che proprio perché tali, sono solo interessati ad accumulare ricchezze. Quale evoluzione può mai esserci in un uomo che ha un comportamento animale, improntato ed incentrato solo sui propri bisogni? Nessuna. Menti geniali servono con diligente ossequiosità tanti danarosi stupidi. Si inventano nuovi macchinari, che sostituiscono alcuni uomini, dotati di coscienza. Tanti uomini squattrinati vengono emarginati e reietti, pur essendo intelligenti. Si fanno ricerche scientifiche e si immettono sul mercato nuovi computer, auto sempre più veloci e quant'altro: solo per dare la possibilità a tanti incoscienti di possedere maggiori quantità di beni materiali e non. Intanto si costruiscono ordigni esplosivi e tutto questo, solo per servire stupide ed incoscienti persone. Siamo comandati da uomini primitivi involuti, ricchi ed incoscienti e con scarsa intelligenza. Pensare che per qualcuno questo sfacelo è evoluzione! Mi viene in mente una slitta, dove tanti cani trainano uomini su una candida neve. Il sole picchia forte, ma gli animali pur essendo spossati, continuano a correre. Hanno sete e fame, ma devono servire i padroni. Non possono fermarsi: alcuni soccombono, come somari appesantiti dal basto. Poi ci sono le belve affamate: iene, leoni, ghepardi assetati di sangue. Gli uomini dotati di coscienza si lasciano sbrindellare da belve con gli occhi iniettati di sangue. Ne hanno coscienza, ma non riescono a ribellarsi. Il leone uomo, sicuro di essere il re della foresta, ama mostrare orgoglioso i suoi trofei di caccia. Li definisce ricchezze, se ne vanta e non è mai soddisfatto. Nulla riesce a spegnere la sua brama di potere: vuole sempre di più. Ma gli uomini dotati di coscienza e di intelligenza non si rassegnano. Tutti le greggi si riuniscono, intendono sconfiggere il leone. L'umanoide, che di umano non ha nulla, impoverisce le coscienze, che smarriscono l'intelligenza, ma bisogna preservare la specie e così comincia una strenua battaglia. Solitamente vincono i buoni, ma non tutte le storie hanno un lieto fine. Una guerra miete sempre vittime e alla fine non vince mai nessuno veramente...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Quanto tempo ho impiegato per cercare di comprendere l'incomprensibile! Volevo capire alcune cose, far valere le mie ragioni: ero convinta di ottenere comprensibili risposte. Non ci capivo granché o quasi nulla di quello che mi veniva spiegato, ma ciò nonostante, non smettevo di fare domande. Ho addomesticato bestie feroci e sfamato lupi: da brava credulona qual ero, speravo di migliorare il mondo. Poi mi sono ricreduta: ci sono troppi lupi in giro ed io non ho cibo a sufficienza per nutrirli tutti. Dar da mangiare a bestie fameliche è una grande perdita di tempo: solo pochi mangiano, mentre troppi digiunano. Dopo un po' ho cominciato a separare il bene dal male. Le parti marce le buttavo via. A volte distrattamente, toglievo pure la buccia, la parte più saporita: quella che ti da il gusto di mordere. Quanto mi piace addentare le mele! Le pulisco col palmo della mano e poi, quando sono lucide lucide le addento. È così che va presa la vita: un po' a morsi. Non potendo perdere la speranza, né vivere di "forse", o di "probabilmente", ho cominciato a ribellarmi. Sbigottita constatavo che era possibile l'assurdo e improbabile se non irrealizzabile il plausibile. Il cielo è blu, verde è la foglia. Semplici riflessioni di chi vede le cose come sono. Perfino un bambino lo sa. Eppure, ciò che capiscono i bambini, per gli adulti è talmente complicato! Da quando si sono invertiti i colori, mi confondo e non riesco più a distinguere il bianco dal nero. Nulla è come sembra. Non credo sia una questione di prospettive o di punti di vista. Penso che la realtà si sia rovesciata. Ma mentre tutto capitombola, io ci spero ancora. Ogni volta ci provo, ma ci casco sempre. Poi si cambia: ci si adatta. Ora mi capita di cadere perfino da piccole altezze. Non riesco a fare passi da gigante, ma non mi fermo. Da un pezzo ho smesso di correre. A metà percorso della mia vita, comincio a decelerare l'andatura. Nonostante abbia meno tempo a disposizione, procedo lentamente. Anche i guerrieri hanno bisogno di riposare ed io ho tanto lottato. Camminerò ancora, ma senza fretta. Se qualcosa mi turba, o non riuscirò a dare il giusto senso alle cose, camminerò senza affanni: ma non correrò dietro al tempo, né cercherò di fermare la folla corsa di un treno impazzito. In fondo questa è la vita. Si corre, si rallenta. L'importante è non fermarsi: al resto possiamo pensarci anche domani...
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

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Caldo, come può esserlo il grembo di una madre, così quel giorno d’ inizio estate ti accolse, al termine della tua corsa, quando la vita ti consegnava esausto a chi ti stava aspettando da tempo. Professore   emerito, affermato chirurgo, padre esemplare, marito un  po’ meno. Come sempre di corsa, ti arrampichi su per le scale della facoltà di medicina e chirurgia. Il temporale appena passato ti ha rovesciato addosso secchi d’ acqua gelida. Rabbrividendo ti dirigi nel tuo studio, veloce così come sei arrivato, ti asciughi alla bell’ e meglio.

Perdere tempo per te ha sempre avuto un solo significato: rimetterci, sprecare, ma soprattutto non guadagnare. Istintivamente, e senza farci troppo caso, premi col palmo della mano il tuo petto, storci un po’ la bocca,  strizzi gli occhi, il solito dolorino.   Un respiro profondo e tutto passa, sei pronto ad affrontare i tuoi studenti, ad entrare in quella gabbia di leoni famelici.

Anche tu sei stato un leone famelico proprio come loro. La tua carriera arrivata all’ apice dopo anni ed anni  di studi, spinto dalla convinzione che ogni essere umano ha potenzialità infinite e che, se si perseguono le proprie aspirazioni con impegno, si può  raggiungere qualsiasi traguardo. Quanti  giovani sono passati davanti ai tuoi occhi da quando due anni fa hai deciso di abbandonare il bisturi per dedicarti esclusivamente all’ insegnamento. Eppure eri un grande! Ti chiamavano il “ dio cardio- chirurgo” chi meglio di te sapeva affrontare interventi come: le coronaropatie,   o i by- pass arteriosi, e   i nuovi trattamenti con le cellule staminali, l’ ablazione della fibrillazione atriale, il trapianto cardiaco, un intervento importante e delicato.

Avevi  potere di vita e di morte nelle tue delicate e quasi femminee mani. I pazienti si affidavano completamente a te, così come un bambino si affida ai genitori, ciecamente, confidando nei loro poveri cuori stravolti che a te potesse importare  davvero di loro.

Avevano ascoltato attentamente le lodi che altri, operati già da qualche tempo, tessevano di te, e tutti quei termini incomprensibili imparati a memoria e ripetuti da paziente a paziente, come una sorta di trasmissione orale, di quel patrimonio culturale proprio dei reparti d’ ospedale. Eri temuto  e odiato da molti colleghi, venerato e amato in ogni senso da infermiere e giovani specializzande: i primi invidiavano i tuoi successi e la tua innata bravura, le seconde spesso allietavano le tue pause al buio di stanzini pieni di scope e detersivi e ovunque ci fosse il modo per stare soli, quello era il luogo giusto per ciò che agli occhi di molti, compresi i pazienti  altro non era, che un circo del sesso, con l’ unico scopo di ottenere un trattamento di favore da parte tua. Tu, il grande luminare, Tu, il dio che aggiusta i cuori, Tu, un emerito fallimento, quando appeso il camice  vestivi i panni di marito.

Una moglie, sposata solo per aggiungere fama e soldi al tuo gruzzolo, che già prima del matrimonio stava crescendo a vista d’ occhio. Lei figlia di un noto avvocato,  ovviamente   laureata  in giurisprudenza. lavorava, come spesso accade, nello studio di famiglia.



Una donna colta, tua moglie, certo un po’ snob e freddina,  ma soprattutto priva del benché minimo sentimento di gelosia nei tuoi confronti.

Forse era questa sua indifferenza a  spingerti   continuamente tra le braccia di altre donne. L’ unica cosa che vi univa erano i figli, per i quali  niente era mai abbastanza: scuole private, vacanze studio, tate specializzate, tutto   affinché i vostri pargoli imparassero le buone maniere e magari anche le lingue.

Tutta la tua vita concentrata sulla carriera, e prima ancora sullo studio, notti passate insonni sui libri, spronato continuamente da tuo padre, nato e cresciuto in una famiglia di medici, avvocati, e notai. Tu non potevi che eccellere, non avevi scampo. Com’ era lontano il tempo in cui bambino potevi giocare, cosi come fanno tutti i bambini, sudato e felice dopo aver corso con i tuoi compagni, ignaro della fatica, della rabbia e dell’ arroganza futura, eri cosi sereno tra le braccia avvolgenti e calde  di tua madre, in quell’ abbraccio pieno d’ amore che mai più avresti ritrovato. Attaccato al suo seno avevi tutto, niente più ti serviva, niente altro ti avrebbe mai saziato meglio. Ricordi? Riesci a vedere il bambino che eri? E quella felicità, fatta di piccole cose, la riconosci?

La tua   mano stretta al petto, il volto, trasfigurato in una smorfia che tante volte hai visto sul viso di chi, su una barella cercava di vivere, tutto si confonde, ieri, oggi, e sei cosi stanco, disintegrato in mille piccoli frammenti

Il grande medico, lo studente zelante, l’ amante nel circo ospedale, il marito disinteressato ed ignorato, tanti piccoli te senza più una meta, sdoppiati, triplicati all’ infinito, unico punto d’ arrivo il grembo accogliente di tua madre.

In un  caldo giorno di inizio estate.
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Profilo Autore: Marina Lolli  

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La mia esperienza con un’altra vita ? Voglio raccontarvi una esperienza che ho avuto da ragazzo,

spesso mi pongo domande a cui non so dare una risposta. Avevo otto anni, un giorno mi venne

un forte dolore all’addome un mal di pancia fortissimo che mi faceva delirare, mamma chiamò il dottore

e dopo avermi visitato mi diede una bevanda, quando ero piccolo era il farmacista che preparava le ricette,

non esisteva una compressa per ogni male.

Questo dolore persisteva e durò circa due giorni, il medico quando mi visitò disse che ero affetto da colite,

ricordo che la bevanda era in una bottiglia piccola, la bevvi in tre o quattro sorsi, il dolore però era sempre li,

persisteva e due tenaglie parevano stringermi l’intestino, dolori che non sopportavo, per cui piangevo,

sembravano tutti impotenti, dal forte dolore mi addormentai.

Pareva di aver sognato, ma non ne sono sicuro, una signora vestita di bianco che mi sorrideva era

vicino al mio lettino, io aprii gli occhi, questa signora mi sorrideva, poi mi parlò disse che non dovevo

spaventarmi, quando mi svegliai raccontai l’episodio a mamma, gli dissi di aver visto una signora che

mi salutava e mi sorrideva, mi parlò dicendo di non temere.

Mamma era molto religiosa disse che quella signora che mi aveva parlato era la Madonna,

che era venuta a trovarmi per dirmi che sarebbe andato tutto bene.

Finalmente chiamarono un signore amico di famiglia che aveva la macchina, papà non c’èra era in Germania ,

veniva a casa due volte l’anno, a volte neanche ricordavo come era il suo viso, lo vedevo dalle foto che mandava

a mamma, lo conoscevo attraverso le lettere che arrivavano ogni quindici giorni.

Questo signore si chiamava Francesco, una brava persona, lo ricordo con affetto, mi prese in braccio,

non pesavo più di trenta chili, ero l’unico della famiglia che non ingrassava mai, le mie sorelle

erano tutte belle in carne, a me mi si contavano le costole.

Finalmente arrivammo in ospedale, senza perdere tempo mi portarono in sala operatoria,

a detta di mamma l’operazione durò circa tre ore, quando uscii dalla sala non ero sveglio,

quindi non ricordo di aver visto la mamma.

Tutto il tempo dell’operazione, mia mamma e mia sorella maggiore pregavano, ero in coma,

avevo un tubo nella gola, queste cose le seppi poi da mamma, ad un certo punto mi sembrò di volare,

come se mi sollevassi dal letto per arrivare in alto verso il soffitto.

Guardavo il mio corpo disteso nel letto, nei pressi c’era la mamma, mia sorella maggiore e due zie,

dall’altro oltre a vedere me nel letto e i parenti sentivo anche i loro discorsi, sentii dire che la zia,

parlava con mamma gli diceva, fa il telegramma a tuo marito in Germania che il ragazzo sta male,

forse non ce la fa a vivere, mamma piangeva, stetti tre giorni in quello stato come a dormire,

ma non dormivo, ero si con gli occhi chiusi ma sentivo tutto, il mio corpo fluttuava fin sotto il soffitto.

Nel corridoio dell’ospedale c’erano delle statue di Santi, mamma si inginocchiò davanti a quella di Sant’Antonio

da Padova, all’improvviso vidi una forte luce, bianca, in questa luce un frate vestito con una tonaca,

si avvicinò chiamandomi per nome, Giuseppe svegliati, apri gli occhi.

Era circa mezza notte mi svegliai, chiamai la mamma, mamma era sempre li con me mi diede la mano

e disse come stai, come ti senti, io risposi bene mamma.

Siccome ero piccolo mi avevano messo nella stanza delle donne, mamma si vergognava a stare

nella stanza degli uomini.

Mamma si abbassò e mi accarezzò, mi chiamò per nome, lei mi chiamava sempre con un nomignolo,

dissi : mamma devo fare pipì portami in bagno, non potevo muovermi, mia sorella prese la padella

per farmi fare pipì.

Ecco, questa mia esperienza la ricordo molto bene ancora oggi, come è possibile che io disteso

nel lettino vedevo dall’alto il mio corpo nel letto, e, come era possibile ascoltare e vedere

i miei parenti, se tecnicamente non avrei potuto farlo ?

C’è qualcosa che va oltre la scienza, oltre ogni ragionevole teoria scientifica, c’è qualcosa

che noi non sappiamo e non conosciamo.

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Profilo Autore: Giuseppe Buro  

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