La prima cosa che feci dopo aver preso in affitto, con un amico al momento a  casa per un breve periodo di riposo, un bilocale fu quello di abbellire una parete  dello stesso con una rete da pescatori che mi ero portato da casa ed inserire tra le maglie una serie di conchiglie e le lucine intermittenti colorate, quelle dell’albero di natale per intenderci, di provenienza dubbia con la speranza che se mia madre fosse venuta a trovarmi (cosa improbabile),non si fosse soffermata su di esse. Sotto misi un tavolinetto e vi sistemai un giradischi con i lenti , ma molto lenti, più famosi degli anni ’60. Immediatamente vicino a questa parete, e non a caso, sistemai il comodo divano letto che avevamo. Tutto organizzato alla perfezione. Perché ? Era il minimo che potesse fare un giovane arrivato vergine all’università e che aveva voglia di scrollarsi da dosso questa…devastante immagine. Da quando ero arrivato, circa due anni prima, avevo vissuto tra una pensione  e una casa privata e, anche se si fosse presentata un’occasione non avrei saputo cosa fare per la mancanza di una location adeguata. Ora era tutto a posto e volevo iniziare da subito a darmi da fare per inaugurare quel piccolo spazio che mi ero creato…per crescere. Proprio quella sera ero stato invitato ad una festa di studenti in una casa privata. Mi preparai con cura, mi vestii con eleganza, misi il profumo, in abbondanza, tanto che sarei potuto passare per una di quelle “signorine” che la sera affollano i marciapiedi, mi lavai i denti poco prima di uscire e andai…a piedi naturalmente. Chi avrebbe avuto la fortuna di dividere la sua vita con la mia, anche se per breve periodo, avrebbe dovuto essere una camminatrice ! Mi sentivo un po’ un crociato, pensai che avrei dovuto faticare molto quella sera, non ero abituato a duellar a singolar tenzone con le donne, ma ero deciso. Audentes fortuna iuvat, dicevano i latini e io mi sentivo audace quella sera. Poi non so, certo è che la mia audacia diede i suoi frutti. Ebbi molto, tanto successo quella sera. Tra frizzi e lazzi Incantai la platea in quella festa, sia maschile che femminile, cui ero molto interessato. Ad un certo punto tra le donne si era creata una lista di coloro che avrebbero ballato assieme a me prima di altre, quasi tutte! All’una di notte avevo i piedi dolenti e ancora non avevo trovato ciò che cercavo. Eravamo quasi all’alba del ’68 e i fermenti cominciavano a sentirsi. Ballai con la filosofa, e stavo per addormentarmi addosso a lei per i suoi discorsi. Effetto identico lo ebbi con la scrittrice impegnata che non la smetteva di parlare e senza refusi. La sportiva che non finiva mai di muoversi anche a musica finita. Di tutto, insomma, ma niente che facesse al mio caso. E io continuavo a ballare alla ricerca di…e mica potevo dire di chi  ero alla ricerca ! Finalmente si fecero le due e trenta ed arrivò lei. Non molto alta, magra con tendenza ad ingrassare (notare il mio linguaggio da gentiluomo),tranquilla, aveva l’aspetto di una donna che sapeva il fatto suo. Mi disse semplicemente, con la consapevolezza di chi era sicura di non essere rifiutata ;

·       Mi fai ballare ?

·       Te lo stavo per chiedere. - (Bugia. Non mi ero nemmeno accorto di lei)

·       Sei galante…

·       Eh no ! Non cominciamo ad offendere ! A me galante non lo ha mai detto nessuno !

·       Che simpaticone che sei…

La musica iniziò e lei si strinse a me con un calore diverso e accostò il suo viso al mio. Capii di essere piaciuto, ormai mi sentivo un intenditore di donne. Pensai : Non mi freghi con la dolcezza degli innamorati. Voglio ben altro io. E, infine, avvenne ciò che mi ero augurato avvenisse. Lei si accostò al mio orecchio, sollevandosi sulle punte delle scarpe e pronunciò la fatidica frase :

·       C’è troppo fumo qua dentro, potremmo andare a casa tua ?

·       Certo che possiamo, ma sai, è una casa di poveri studenti fuori sede…

·       Se ci sei tu, sarà una reggia.

E chi mi teneva più a quelle parole. Avrei voluto fare salti di gioia, ma mantenni l’aplomb. Era arrivata la mia ora, quella tanto attesa. Sarei diventato adulto in tutto e per tutto !

Arrivati a casa entrammo ed io accesi le luci ad intermittenza che diedero spettacolo. Intanto fuori era cominciato a nevicare e l’atmosfera ovattata che creava la neve ben si sposava con la scenografia che avevo creato benché in antitesi. Solo una cosa la disturbava.

Il rumore che veniva dall’altra parte della parete, riconducibile all’attività amatoria della persona che abitava i locali accanto ai miei. Gridolini, sospiri di donna in amore e quant’altro, giornalmente, ed io a causa di deficienze edili, ero costretto a sopportarle mio malgrado . Ora, invece, mi facevano anche comodo…facevano pendant all’atmosfera che  avevo creato. Ma da quella sera in poi, fantasticai, le grida si sarebbero tramutate in urli, i sospiri in vortici di piacere, si, con queste premesse avrei fatto la mia entrée nel mondo dei grandi, degli adulti. Ero stato scrupoloso, avevo premeditato e, di conseguenza, avevo fatto tutto a puntino. Con l’augurio che la mia serata finisse come stava per finire, avevo indossato perfino le mutande tattiche…cioè delle mutande nere con davanti stampato in rosso, il disegno di una trivella ! Presi degli cioccolatini, regalo che mia madre mi fece essendosi accorta che soffrivo di “cioccolatofagia” e del brandy che tenevamo nell’evenienza di una rianimazione. Tutto era pronto. Mi sentivo come poco prima di sostenere l’esame di Anatomia. Vuoto ! E non potevo sprecare questa grande occasione. Una preghiera a S.Valentino Peccatore,il santo dell’amore profano e quindi mi sedetti accanto a lei, sul divano. Le passai il braccio attorno al collo e l’attirai verso di me. Lei mi lasciò fare docilmente e docilmente appoggiò la sua testa sul mio petto. Dopo un po’ le sollevai il mento per baciarla e…….

·       Che fai, piangi ?

·       Si, di felicità ! Ma tu avrai capito ! Perché tu lo hai capito, vero ?

·       Come no !  - dissi brevemente per tacitare la conversazione e passare all’azione, ero eccitatissimo. E poi cosa c’era da capire era tutto chiaro, dai !

·       Sei eccezionale – rispose lei – Quando hai capito che sono innamorata pazza del tuo amico? Ora che non c’è, volevo vedere dove abitava, si, insomma, l’ambiente in cui interagiva e perché no, conoscere l’amico con cui condivide tanto tempo !

Quella domanda non ebbe mai risposta, solo uno scrollare le spalle addebitabile più ad un tic nervoso che ad un tentativo di rispondere. Tutto era tornato alla normalità. Le atmosfere che avevo create, svanite. Il sogno nordista di un giovane terroncello, in fumo. Avrei dovuto rimandare la mia entrata nella società che conta, quella degli adulti, ancora non si sa per quanto tempo.

Ora sono vecchio e non sono più vergine, ovvio ! Ma non è stato questo a facilitare la mia maturazione complessiva. La crescita avviene, non traumaticamente come credevo di poter fare io, ma nei tempi giusti al momento giusto. Parlo proprio come un prof che vuol dare lezioni ! La verità è che essendo vecchio, non ho più tante…urgenze e posso così  pontificare. Però…la lezione di tanti anni fa mi è servita a capire che si cresce con le parti alte del corpo e non con quelle basse. In fondo, pur essendo vecchio certe “esigenze” ancora non mi mancano, ma le affronto per come devono essere trattate, cioè esattamente al contrario di come facevo prima, e il risultato cambia, oh si che cambia !
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Bronson  

Questo autore ha pubblicato 295 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
I

Quando va spegnendosi il tramonto e più non sento le voci
degli ambulanti di meloni e olive nere
o gli arrotini coi loro altoparlanti
e la girandola del vento più non gira laggiù
sul balcone difronte al mio,
con i bambini che piangono che non vogliono lavarsi
e i vecchi fermi come scacchi, allora
riguardo le parole scritte in giorni come questi
anche se temo che non significano niente, semmai
erano solo i nostri cuori che esplodevano in mille coriandoli
perché le ragazze sorridendo spruzzavano stelle sui nostri petti ancora acerbi
e guardavamo arcipelaghi di nuvole viola nel cielo completamente immobile,
o era più semplicemente la vita con i suoi imballaggi, le valigie, i vestiti mal piegati,
le carte da gioco, gli scatoloni impolverati, le immagini del ricordo.

Ed io non sapevo che la poesia potesse avere cieli d'estate,
andare di corsa nelle pianure rassegnate,
sfruttare il vento nei frutteti per tagliarmi il capo
e scendere come la pioggia mentre tutto si ripara
o scagliarsi come una donna con versi biondi come vino
ed altri silenziosi e solitari come gli anziani sulle panchine dei giardini comunali
che aspettano la morte con i bastoni d'ebano e i cappelli
e le altre parole da mettere in serbo per le stagioni fredde
e l'amore mostruoso, l'odio, il dolore.

II

All'alba, d'improvviso, il treno
entrò nella stazione tra le luci nucleari di fine Ottobre
e tutto sembrava diventare rosso, le unghia rosse, i tetti rossi,
l'uva rossa, anche il sole diventava rosso,
e la tua bocca ancor più rossa.
Da quelle parti incontrai i miei diciannove anni,
seduti con gli occhi di miele e i fianchi stretti come un' ape
mentre il tempo ci veniva addosso come un temporale
e l'addio era già nelle nostre mani rigate come le foglie,
in quello che dicevamo e tenevamo nascosto
e poi la fiducia, la serenità, la paura,
i miti, i nascondigli, i finestrini imperlati dalla pioggia,
le stoviglie in cucina, le conserve d'Agosto, i bazar cinesi,
tu nuda allo specchio che passavi le dita su quel neo
e l'asfalto cocente appena messo sopra le case, le croci della ferrovia,
le pillole e l'anoressia,
i gabbiani che arrivavano alle discariche di provincia
e la neve di quell'anno che la neve qui viene solo sul Vesuvio, allora
pensavo alla grande tristezza delle madri senza figli
o alla tristezza dei cani che dormono sui sacchi di juta
o alla feroce bellezza del mondo che odorava di fica e di sperma
e poi di nuovo il treno all'improvviso,
noi liberi come anime latine
e la città che ci accoglieva con le gambe aperte
e tutti che uscivano come spermatozoi dai convogli
e il tempo correva come gli studenti sotto la pioggia
con i palazzi che diventavano più scuri
e poi innamorarsi di colpo come una porta sbattuta,
con l'addio nei tuoi occhi di farfalla, tra le camicie a righe colorate,
sempre con i tuoi fianchi stretti come un'ape.

III

Da qualche parte in un' altra dimensione
le donne raccoglievano il sangue dei maiali scannati
che fumava davanti ai miei occhi scuri come la terra bagnata
e in Giugno dietro al Santo c'erano i vecchi col bastone,
i bambini con la veste della prima comunione cantavano i "Gloria al Padre"
e tutti si facevano il segno della croce
ed io me ne andavo per i campi
che dal tabacco uscivano i migranti con i guanti e le camicie lunghe
e Settembre ci portava l'uva bianca come i tuoi polsi
che il succo ci colava sulle dita abbronzate dal mare, sui jeans slavati
e poi l'amore disfatto come le lenzuola azzurre dei nostri letti, allora
restavo fermo come le stelle ad ascoltare il murmure amoroso della terra
del tempo tutto che riempie i nostri sonni
e risalivo per le vene del mondo sentendo meno l'amarezza,
disteso come questo filo d'erba fra le tue labbra.
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Antonio  

Questo autore ha pubblicato 17 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Giusy Ferrero potenza canora e bellezza

Giusy Ferrero è una vocalista e cantante,

rivelatasi in questi ultimi anni,

come un a delle interpreti femminili

musicali,

più dotata e potentissima;

con un a voce baritonale,

profonda e sincopata

unica nel suo genere e originalissima

come impostazione e forza canora;

queste doti canore,unita d un indiscusso talent o e ad una grande

sensibilità musicale ,

e poi non manca la bellezza fisica,

ne hanno fatto,

un personaggio,unico nel suo genere.

Di questa artista unica e complessa,

le canzoni non mancano e sono di alto effetto,

come per esempio spicca Novembre,

ma io volevo te,e tante altre;

come la Nannini,anche Giusy spesso

dedica brani alla stagione invernale

e il suo repertorio è inconfondibile.

L’artista ha una voce inconfondibile ed impareggiabile,

che ne fanno una protagonista da sempre.

1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: stefano medel  

Questo autore ha pubblicato 234 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Vesti il mio pensiero
con soavi  colori,
lasciando lungo il mareRisultati immagini per autunno
lieti giorni migliori,
il dipingere foglie
addormentate,
dal vento sciroccale
sparpagliate,
pallido sole attraversando
spogli rami, esulta
il germogliar folti ricami,
il profumar selvatico
Vermiglio mosto spuma,
tra malvasia, moscato
solstizio bruma,
nostalgico estate,
lontane stelle briose
spumeggianti serate,
vezzosa stagione transitoria
verso l'infinito
inesorabile memoria.
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: valeria viva*   Sostenitrice del Club Poetico dal 16-06-2015

Questo autore ha pubblicato 45 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Al risveglio non v'è musica migliore del canto degli uccelli. Hanno un parlottio talmente rasserenante, che mi viene voglia di verseggiar con loro. Spesso per spiccare il volo, metto le ali ai miei pensieri e tendo a salire verso l'alto. Lì ci trovo nuvole trasformiste e dai contorni chiaroscuri, che mi pare di plasmare l'argilla; tanto si presentano duttili e cedevoli allo sguardo. Assumono le forme che vuoi dar loro le nuvole... A volte in esse ci ritrovo volti cari che pare mi sorridano, altre mi sembra di vedere mani tese che mi invitano a salire. Poi scendo sulla terra, me ne vado per mare e ascolto i suoi racconti. Quanto misteri nasconde il mare, con le sue onde affascinanti, sagaci, versatili, logorroiche e prolisse, specie quando s'alzano. Spesso s'increspa e urla ed io immagino una folta schiera di schiavi, alzare pesanti massi, nel tentativo di costruire grossi palazzi, ma poi accade che tutto crolla e sotto le macerie rimangono sepolti i soliti corpi senza nome. Quegli stessi volti che vanno per mare alla ricerca di un'identità loro negata. E poi ci sono i suoni, che a differenza dei rumori allietano l'udito. C'è così tanto da ascoltare! Da bambina mi rimproveravano di volere la luna, ma io avevo già la luna. Di quante lune credevano avessi bisogno! Non avrei mai chiuso la luna in un cassetto. Anche i miei armadi sono sempre aperti e il loro contenuto si spande ovunque...A volte mi sento talmente piccola, ma non mi spiace, perchè i grandi, quando crescono perdono sempre qualcosa. È come se il corpo allungandosi, abbandonasse parti importanti di se. Col tempo, ho compreso, che quelle che per alcuni sono imperfezioni, per altri sono fonte di inesauribile energia. Io sono lieta di raccogliere gli scarti di chi si scrolla di dosso le foglie morte. Ne faccio tappeti e su di essi cammino, per raggiungere il mio paradiso. Una sana e allegra follia mi induce a raccogliere sorrisi, pianti, urla, disperazione e passioni, che i grandi buttano via, perchè non sanno quanto perdono in bellezza, nella loro spasmodica ricerca di oro. Ritorno a guardare il cielo e un fulmine illumina la stanza. Non ho paura perchè sono certa che tutta quella luce mi ha colorato gli occhi di azzurro. Non posso quantificare il reale costo della mia fantasia, non avendo essa nè peso nè prezzo. Continuo a tuffarmi nel mio mare e scambiando effusioni col sole, mi ritrovo tanto oro sulla pelle e nei capelli. Si. Posso tranquillamente affermare di essere abbastanza ricca...
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 143 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Dopo quell’immenso vortice di emozioni, non fu per niente facile affrontare la strada di ritorno. Cercando di non pensare troppo alla fatica, mi sentii felice come all’età di dieci anni. Il sorriso sul volto di Clara non era ancora scomparso da quando lasciammo “Il Pensatoio Della Vallata”. Per riposare le nostre gambe, ci fermammo al “Bar Umbro” di Boffalora. Quando ci sedemmo sulle panche del piccolo spazio esterno, l’ora di cena era già passata da un pezzo. Dando un’occhiata al telefono cellulare impostato sul “modo silenzioso”, vidi tre chiamate senza risposta.

“Lucia deve essere tornata…”. Dissi parlando a me stesso.

Clara alzò lo sguardo dal menù che stava consultando. Prima che potesse parlare, mi alzai dal tavolo. I suoi occhi interrogativi mi seguirono avvicinarmi al bidone dell’immondizia dall’altro lato della strada. Aprendolo, gettai il cellulare tra i rifiuti e ritornai tranquillo a sedermi al tavolo.

“Ora anch’io sono definitivamente tuo…”.

Credo che il più bel sorriso lo fece quella volta, allungandosi sul tavolo per baciarmi. Sentendo la sua lingua muoversi lussuriosa, cercai di controllare l’eccitazione che stava di nuovo divampando.

“Oggi è il più bel giorno della mia vita”. Vidi i suoi stupendi occhi inumidirsi.

“Anche se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, morirei felice”.

“Dai! Non farmi piangere ora!”. Disse lei tentando di scacciare le lacrime con una breve risata. Una tenera e sottile lacrima scese dal suo occhio destro. Con le dita riuscii ad arrestare il suo percorso accarezzandole la guancia leggermente umida. Il sapore delle lacrime di gioia è così dolce. Le sue hanno la particolarità di essere teneramente zuccherate. 

 I gustosi prodotti dell’ “Umbro” ci permisero di consumare un’ottima cena,  bevendo anche due birre medie chiare.

“Alla faccia!”. Restai stupito della voracità con cui Clara terminò di mangiare il panino con cotto, fontina, olive verdi, maionese e funghi. Non sufficientemente sazia, ne ordinò un altro.

“Ora il mio stomaco è tornato alla normalità”.

“Cosa aveva che non andava?”.

“Quando hai troppi pensieri per la testa, l’alimentazione ne risente”.

“Notavo la tua sofferenza guardandoti negli occhi…”.

“Ci sono troppe persone al mondo che vogliono decidere la tua vita, programmarla, dirti sempre cosa fare…”. Terminato il secondo panino accese una sigaretta. Anche se ne avevo appena spenta una, non rifiutai quella che mi offrì porgendomi il pacchetto ancora pieno.

“Tutti mi vedevano felice, sorridente. Credevano che incontrando Roberto mi ero definitivamente messa a posto : un lavoro fisso, una casa, la sicurezza economica. Io felice non lo ero neanche un po’”.

“Questo l’ho sempre capito Cla. Non pensare che io fossi contento della mia vita. Mancava il senso, una ragione per cui vivere. Questa ragione eri tu Clara”.

“Luca, sono solamente andata avanti perché speravo che un giorno ti avrei avuto. Ora quel giorno è arrivato”.

“Finalmente si. Dimmi una cosa però...”.

“Cosa?”.

“Lui… ti ha mai picchiata?”.

La sua fragorosa risata fece girare la coppia al tavolo davanti a noi. Per qualche secondo anche gli altri clienti fissarono il nostro tavolo.

“Chi?”. Domandò divertita. “Bastava che alzavo un po’ di più la voce che lui abbassava le orecchie come un agnellino. Mi stupisce che tu, dolce sensibile ed intelligente, non abbia capito che persona è!”

“Non fraintendermi, l’ho sempre pensato che lui fosse così. Cercavo solamente una conferma da te. Ne ho conosciuti di personaggi che si atteggiando da “grandi uomini”. Al bar raccontano che al lavoro mandano affanculo il capo oppure che trattano di merda la fidanzata; ma poi quando uno o l’altra, a casa o in fabbrica alza voce, le loro mutande si riempiono di merda”.

“Hai detto “merda” troppe volte ma questo è Roberto!”.

“A quest’ora anche lui ti starà cercando…”. Affermai osservando i lampioni accendersi e dare il benvenuto alla sera.

“Non lo so e non mi interessa. Senza farlo apposta ho lasciato il cellulare a casa…”.

Lasciando sul tavolo la somma che dovevamo pagare, le presi la mano : “Vieni Cla…”. Ci affacciammo alla sponda a contemplare l’immensa lunghezza del Naviglio. Al buio le sue acque nascondono misteri che sotto un cielo stellato assumono fascino fiabesco.

“Guarda quella casa…”. Disse Clara puntando il dito verso una piccola abitazione sull’altra sponda. “Mi piacerebbe un giorno avere una casa tutta nostra. Aprire le finestre e sentire l’odore dell’acqua del Naviglio e della vegetazione intorno”.

“Fantastico”. Le mie braccia si strinsero intorno alla sua pancia mentre alle sue spalle godevo il suo profumo. “Prima ti dicevo che averti è tutto ciò che avevo sempre desiderato…”.

“Certo…”.

“Beh, non proprio…”.

“Cosa significa?”. La vidi voltarsi di scatto fissandomi preoccupata.

“Monta in bicicletta e seguimi!”.

Le dinamo ancora funzionanti ci permisero di percorrere tranquillamente la strada. Non risposi alle domande di Clara, volli che la meta da me pensata restasse un segreto. Durante il tragitto lei continuò a protestare per l’eccessiva lunghezza del percorso.

“Aspettami! Aspettami!”. La sua voce supplichevole mentre tentava di starmi dietro.

Terminata la pista ciclabile, la strada si fece più stretta e ricca di curve. Alcune automobili battevano quella piccola e scomoda stradina e quando vedemmo i loro fari, ci fermammo per farle passare. Finalmente vidi apparire il parcheggio completamente deserto.

“Non ti sarà mica saltato in mente di fare il bagno a quest’ora??”.

“No, niente di tutto questo”.

Legando le nostre biciclette al tronco di un albero, ci imbattemmo nel sentiero spigoloso che portava alla spiaggia. La pallida luna ci permise di muoverci senza troppe difficoltà.

“Oh!”. La sorpresa di Clara nel vedere il grande tronco caduto sulla spiaggia. “Sai che me ne ero quasi scordata?”.

“Io non l’ho mai dimenticato, da quella sera che mi raccontasti la storia…”.

“Ne sono la prova tutte le scritte incise qui… questo è il tronco degli innamorati. Il “nostro” tronco”.

Sedendoci sulla superficie ruvida la baciai a lungo per poi fare nuovamente all’amore. “La notte è nostra… tutta nostra…”. Le vociferai all’orecchio sdraiati ai piedi del grande busto. Nonostante ci addormentammo sugli scomodi sassi, fu il migliore sonno della mia vita. Quando mi svegliai il sole era già alto nel cielo. I suoi raggi baciarono delicatamente Clara distesa sul mio petto. Le sue mani erano leggermente sporche della poca sabbia presente. A ripararmi dal fresco venticello che cullava gli alberi vi era il calore del suo respiro. Contemplando il sole riflettersi nel Soliva, sentii che stava per svegliarsi. La luce le diede fastidio e sospirando chiuse immediatamente gli occhi. Il suo braccio avvolse il mio stomaco stringendomi ancora più forte a lei.

“Queste nostre terre seppur belle e testimoni del nostro amore, non meritano la nostra presenza. Qui entrambi abbiamo sofferto tanto…”.

“Hai ragione… andiamocene!”. Disse con gli occhi ancora chiusi.

“Dove vorresti andare?”.

Alzando la testa con il mento appoggiato al mio petto e giocando con le mie labbra, mi guardò negli occhi : “Un posto vale l’altro. L’importante è che ci sei tu con me”. 


A Valentina 
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: luke676  

Questo autore ha pubblicato 43 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Dopo due giorni di pioggia ritornò il sereno. Sul terrazzo, pensai che era la giornata perfetta per intraprendere una qualsiasi attività sportiva all’aria aperta. Il sole risplendeva caldo in quel cielo privo di nuvole. Il vento, seppur leggermente fresco per via della pioggia caduta, non arrecava fastidio. Fu esattamente quando beneficiai del calore del sole che il cellulare squillò. Data l’ora mi parve impossibile si trattasse veramente di lei.

“Clara…”.

“Luca…”.  La voce più dolce e delicata del solito; quasi come un sospiro.

“Ti andrebbe di fare un giretto in bicicletta?”. Da qualche tempo i miei battiti cardiaci assomigliavano a quelli di un cardiopatico.

“Ma… non sei al lavoro?”.

“Ti ho detto che ho un sacco di ferie arretrate”. Ebbi l’impressione di fare troppe domande in quel momento.

“Oh, io beh… si! Volentieri!”.

“Vieni qui tu? Poi andiamo sulla pista ciclabile?”.

“Ok! Andiamo verso Boffalora?”.

“Si, certamente”.

Rimasi sorpreso da tale proposta e tutto mi sembrò incredibile. Anche se stavo per uscire con la mia migliore amica, sentii l’insopportabile tensione tipica dei primi appuntamenti. Ci fu di buono che Lucia ottenne un permesso al lavoro per far visita ad una sua zia moribonda. La zietta era ricoverata all’ospedale di Novara, quindi Lucia non sarebbe tornata prima di cena. Se avesse udito la telefonata, la sua gelosia sarebbe esplosa ai quattro venti; di Clara era gelosa più di ogni altra donna al mondo.

Esattamente alle 14.30, seduto sulla sella della mia bicicletta la vidi uscire dal cancello di casa. Per l’occasione calzò delle scarpe nere da ginnastica alte, dei leggings di colore grigio e una maglietta smanicata di “Zjevenì” dei Root. I capelli li raccolse come quella sera della cena, con l’eccezione che erano tornati a risplendere dello stupendo biondo naturale. Per riparare i suoi graziosi occhi dai raggi del sole, portò elegantemente degli occhiali neri. La sua inseparabile borsa nera occupava il cestino dell’Atala bianca, mentre io non portai nemmeno una bottiglietta d’acqua.

Affrontando le strade dissestate di Inveruno, pedalammo fino a raggiungere la pista ciclabile. Mi accorsi che ancora nessuno dei due aveva realmente parlato se non per rispondere alle solite domande di rito.

“Roberto sa che scrivi?”. Le domandai all’altezza di Marcallo Con Casone.

“No…”. Dalla sua risposta capii che la domanda le diede un po’ fastidio.

Nei pressi di Boffalora lo scenario intorno a noi cambiò. Affrontando la discesa di uno stretto ponticello, ritrovammo il Naviglio Grande alla nostra destra. Qui il venticello divenne più fresco e le persone aumentarono : chi come noi pedalava in bicicletta, chi correva a piedi e chi passeggiava con il proprio cane.

La nostra pedalata proseguì fino a Turbigo : un lungo percorso che essendo personalmente fuori allenamento, mi sfiancò. Vista anche la stanchezza di Clara decidemmo di fermarci a riposare. Alle spalle della panchina montata sul lato destro della pista, vi era un sentiero in discesa che proseguiva in un bosco di acacie.

“Non facevo una strapazzata così da tanti anni”. Disse lei con il fiatone. Frugando nella borsa prese la bottiglietta d’acqua che aveva portato da casa, ancora miracolosamente fredda. Terminando di dissetarsi con un lungo sorso la porse tra le mie mani.

“Se è per questo è anche tanto tempo che non beviamo dalla stessa bottiglia!”.

Togliendosi gli occhiali da sole, accennò un sorriso : “Già, come quando tua mamma non voleva perché diceva che così si prendono i microbi”. Ridemmo entrambi ricordando le frasi premurose di mia madre.

“Lucia lavora?”.

“No, è a Novara a trovare un zia. Torna per l’ora di cena. E Roby?”.

“E’ in azienda, non l’ho ancora visto oggi!”.

Ancora quei brividi in tutto il corpo, sempre più intensi.

“Hey!”. Alla sua esclamazione quasi sobbalzai. “Perché non andiamo giù per il sentiero del bosco?”.

“Ma non abbiamo le bici adatte…”.

“E chissenefrega! Andiamo a piedi!”.

Non si trattava di un lungo tratto anzi, la camminata fu piuttosto breve e per niente difficoltosa. Al termine del sentiero boscoso fece comparsa un grande campo di papaveri; Il loro colore rosso spiccava intensamente sotto i raggi del sole. Quando la stradina proseguì curvando, intravidi in lontananza una costruzione in legno.

“Quella cos’è?”. Domandai alzando gli occhiali da sole.

“Non so, andiamo a vedere!”.

Nel lato sinistro della strada sorse una casetta costruita sul prato verde.

“Benvenuti al pensatoio della vallata”. Con stupore lessi la scritta multicolore. Essa era posta frontalmente su di un asse di legno scuro.

Le pareti esterne erano ricoperte da centinaia di fogli bianchi. Ognuno di essi retto da nastri adesivi e puntine, presentava diverse calligrafie e messaggi. Leggemmo poesie brevi, messaggi d’amore ma anche lettere di speranza, gioia e dolore.

“E’ così romantico non trovi?”. Disse Clara sfiorando un piccolo foglio dove vi era disegnato un cuore rosa con le iniziali “F” e “G”.

“C-cosa?”.

“Venire qui, in mezzo alla natura e tracciare i segni dell’amore. Chissà come si sono sentite felici certe persone, almeno per qualche minuto, un’ora. Forse per tutta la vita”.

“Tu non sei felice?”. Lei si girò di scatto verso di me.

“Questa è una delle tante domande a cui non so rispondere…”.

Subito dopo, colta dalla distrazione, la vidi inciampare in un piccolo tavolino posto nei pressi dei gradini che rialzavano la casetta. Con una smorfia di dolore si sedette immediatamente sul secondo gradino.

“Oh no! La caviglia…”. Disse seccata portandosi le mani intorno alla scarpa sinistra. Quando liberatasi dalla scarpa tolse la calza nera, notai un leggero gonfiore intorno alla caviglia.

“Non muoverti!”. Schizzai verso la sua bicicletta estraendo la bottiglietta d’acqua dalla borsa. Alzandole lentamente la gamba la applicai alla caviglia indolenzita.

“Ora aspettiamo qualche minuto”. Le dissi estremamente imbarazzato di stare in quella posizione.

“Va già meglio Luca…”.  Vociferò adagiandosi sul gradino mentre le tenevo ancora la gamba sollevata.

“Potrei andare a fare il fisioterapista!”.

“Tu hai sempre saputo fare molte più cose di me”.

“Non è vero. Non stiamo mica facendo una competizione!”.

“No, volevo solo dirti… grazie”.

Una folata di vento andò a scompigliarle i capelli. Avvertì fastidio per quella ciocca bionda che le copriva l’occhio sinistro. Allungando la mano, andai ad anticipare la sua che si fece strada a spostare i capelli. Le nostre mani si incrociarono. Quel delicato e piacevole urto si tramutò in una dolce e innocente stretta. I disegni che accennarono le nostre mani furono pieni di calore e ricchi di sfumature. Appena vidi la fede nuziale, interruppi per un attimo la nostra dolce danza.

“Io…”. Il mio sussurro la fece avvicinare, mentre delicatamente appoggiai il suo piede sul gradino. Il suo volto cercò le mie labbra per ascoltare quelle parole che si erano strozzate in gola.

“Io… volevo dirti che…”. Il piacevole sentore di cannella tornò nuovamente a deliziare il mio olfatto.

“Lo so… anch’io…”.

Tutto divenne buio. Una sensazione di bagnato sopra le labbra e dentro la bocca. La sua passione mi travolse di sorpresa. Dapprima lento e sensuale, il nostro bacio divenne intenso e focoso, quasi violento. Le sue braccia strinsero il mio corpo, facendo si che avvicinanandomi alla sua piccola bocca, ne avrei esplorato l’interno più amorevolmente.

Il suo abbraccio fece intendere che per nessuna ragione al mondo mi avrebbe lasciato andare. Quelle mani vollero stringere la sicurezza e la protezione che erano andate a cercare per anni. Senza interrompere il movimento delle labbra, andai ad accarezzarle la schiena. I miei palmi avvertirono gli abbondanti disegni del suo corpo. Alzandole leggermente la maglietta le accarezzai i fianchi. Lei sospirò, aprendo leggermente gli occhi; l’eccitazione si scolpì intensamente sul suo viso. Ritornò a baciarmi con impeto, permettendo alle mie mani di beneficiare delle sue forme. Ascoltando il suo respiro affannoso e senza smettere di guardarla negli occhi, le tolsi la maglietta. Lei fece altrettanto con la mia, senza preoccuparsi di eventuali visitatori indesiderati. Nell’atto di privarla del reggiseno bianco lei mi disse : “Sono tua…”. Ogni bacio a quegli stupendi attributi tanto desiderati per anni, mi parve eterno. Ritornai focoso a baciarle il collo, con le sue mani che, morbide e delicate raggiungevano ogni angolo del mio corpo. Con il vento che soffiava ancora spietato, restammo entrambi nudi sulla superficie legnosa di quella casetta. Stando sopra di lei, la amai perdutamente come se quello fosse il nostro ultimo giorno sulla Terra. Provando immenso piacere, strinse le mie braccia e la mia schiena affondandovi le unghie. Quando sfiniti ci ritrovammo abbracciati, il sole stava per tramontare. Tra gli stupendi colori del cielo ci alzammo da terra rimettendoci i vestiti. Nessuna parola servì a commentare il nostro lungo amplesso; solamente sguardi d’amore e lunghi abbracci. La preoccupazione dei mesi precedenti scomparve definitivamente sul volto di Clara, come se fosse il ricordo di una vita precedente.

Scendendo la piccola scalinata, mi strinse la mano. La caviglia non le fece più male; i suoi passi divennero stabili e precisi. Avvicinandosi alla sua bicicletta prese la borsa nel cestino. Con taquino e penna tra le mani si diresse verso il davanzale ai lati della casa. Ai piedi delle mura ricoperte di foglietti vi erano alcune puntine; ne raccolse una con la speranza che avrebbe retto il piccolo foglietto bianco alla parete.

08-07-2016. Tutto ciò che sogni, prima o poi si avvera… Luca e Clara” . La puntina arruginita permise al foglio di restare appeso sulla muraglia legnosa.

Posandole la mano sulla spalle le dissi : “E’ tutto quello che ho sempre desiderato…”.  Lei rispose alle mie parole avvicinando le sue labbra profumate alle mie.

“Aspetta!”. Esclamò fermandosi a pochi millimetri dalla mia bocca. Avvicinandosi rapidamente alla sponda di un canaletto alla destra del pensatoio, tolse la vera dall’anulare. Un lancio diretto la fece cadere nell’acqua che la inghiottì senza troppi complimenti.

“Ora sono definitivamente tua…”.
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: luke676  

Questo autore ha pubblicato 43 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Alla festa, oltre che ai coniugi Cislaghi e Oldani, non mancarono nemmeno i miei genitori. Da anni mamma e papa erano stretti amici dei genitori di Clara. “Come sei pallido. Non mangi?”. Domandò mia madre che da anni non si fidava della cucina di Lucia. Ripensandoci, da un lato aveva ragione; ma allo stesso tempo le sue domande mi davano un fastidio enorme.

La fortuna volle che quell’anno Lucia lavorasse al pomeriggio. Fu un sollievo non vederla sbuffare e isolarsi con l’I-Phone in un angolo.

I genitori di Lucia sono di mentalità inquadrata : per Carlo e Simona non esistono nient’altro che il lavoro e i grandi guadagni.

Parecchie volte, tra i loro sguardi di disapprovazione, mi sono sentito in colpa a lavorare poche ore al giorno. Una volta dissero che erano contenti del fatto che rendevo felice la loro figlia. Peccato che della mia felicità loro non se ne preoccuparono mai.

Vedendo i nostri genitori discutere e ridere come un tempo, insorse la solita cara vecchia malinconia. Mi accorsi che erano mesi che vivevo nel passato. Ricordare ogni volta quei tempi lontani fu anche una specie di terapia : mi aiutarono a distrarmi da un presente pieno di dubbi e incertezze.

“Sei dimagrito?”. Mi chiese Marina passandomi un piatto di plastica colmo di pasticcini. Quell’anno cambiò pettinatura, adottando un taglio a caschetto molto simile a quello che portò Clara diversi anni prima. Mettendole accanto, chiunque avrebbe affermato che fossero sorelle. Ad eccezione del colore azzurro degli occhi di Marina, parevano due gocce d’acqua. La dimora di Vincenzo e Marina non era cambiata molto : passeggiando tra le stanze, sentii ancora quel fascino magico dei nostri giochi e di tutti i pomeriggi d’estate passati insieme. Nella maggior parte di esse vennero installati dei condizionatori che ci ripararono dalla calura di quel pomeriggio di inizio luglio. Vincenzo, ovvero il proprietario della casa e il padre di Clara, è un ex biker. Da lui Clara ereditò la passione per l’Hard Rock e le moto, poi sfociata grazie a me all’Heavy Metal e alle pellicole Horror. Passai molte serate al bar di sua proprietà chiamato Victory,  dove Clara vi lavorava come cameriera. Nonostante fossero passati degli anni, Vincenzo non aveva abbandonato l’abbigliamento tipico biker. Quel giorno lo vidi vestito esattamente come allora : gilet in pelle smanicato, gli immancabili pantaloni di pelli e rayban da vista.  I capelli lunghi raccolti in una lunga coda risultarono leggermente brizzolati senza evidenti segni di calvizie. Per sua fortuna, riuscì a ottenere la pensione poco prima che l’Italia divenne un paese improponibile per aprire una qualsiasi attività. L’anno in cui chiuse il Victory, si dedicò alla sua collezione di dischi e a lunghe gite in moto.

Come me, Clara è figlia unica. Crebbe sotto norme rigide ma con la giusta libertà. Grazie agli onesti quattrini che portava il bar, Marina ebbe la possibilità di dedicarsi pienamente a crescerla e alle faccende domestiche.

Quando giunse l’ora di cena, ricordai a Clara degli scritti. Roberto, impegnato a discutere di automobili con i nostri genitori, non si accorse nemmeno che lei udendo la mia proposta, mi invitò a salire in mansarda. Ci alzammo dal tavolo del giardino inosservati, con passi brevi a raggiungere la porta di casa. Provai inquietudine a trovarmi solo con lei a salire le scale : una infinita rampa portava alla piccola mansarda. All’interno osservai tutti i vecchi giocattoli di Clara accuratamente incellofanati.

“Ecco, quando ho del tempo libero vengo qui in questa casa ad aiutare mamma e poi salgo qua…”. Disse calma appoggiando la mano su di un tavolo di colore bianco.  “Mi siedo qui, prendo la penna e comincio a scrivere”.

“Bello…”. Commentai stupito.

Camminando lentamente verso un mobile in acero si abbassò ai suoi piedi. Sospirando leggermente, aprì con forza il penultimo cassetto. Quel grande cassetto conteneva alcuni quaderni di vari colori. Li strinse tra le mani minute e sempre elegantemente smaltate. Alzandosi prese due vecchie sedie che adagiò sotto il tavolo bianco.

 “Prima voglio che tu legga questo”. Disse sfogliando delicatamente le pagine del primo quaderno di colore giallo.

La pagina presentava un racconto breve. Senza troppe difficoltà a decifrare la sua calligrafia, iniziai a leggerlo ad alta voce. La storia, senza titolo, narrava di due bambini che si conoscono in vacanza. Piero e Martina, questi i nomi dei fanciulli, soggiornando nello stesso Hotel chiamato “Arc En Ciel” a Diano Marina.

Si divertono insieme, costruendo castelli di sabbia e inventando nuovi giochi. Trascorsi quindici giorni, Pieto ritorna a casa insieme alla famiglia. Nel viaggio di ritorno sente di aver lasciato una parte di se in quel luogo di villeggiatura. Ricordando Martina, Piero avverte la tristezza per la prima volta in vita sua.

“Bello!”. Esclamai al termine della breve lettura. ”Hai descritto ottimamente la nostalgia attraverso gli occhi di un bambino. Cla, è fantastico!”. Le mie parole furono sincere.

“Non esagerare”. Il tono della sua voce possedeva la stessa timidezza che provai quando lei mi fece i complimenti per le mie sceneggiature. “Ho riflettuto sul fatto che forse gli adulti dovrebbero riconsiderare queste sensazioni fanciullesche. Ogni volta che guardiamo un bambino dovremmo ricordarci che anche noi eravamo così…”.

“Clara…”. Lei fissò la mia grande mano avvolgere la sua. Alzando lo sguardo, i suoi occhi divennero umidi. Come nel sogno, non resistetti a quelle travolgenti e stupende iridi. Con un calore terribile in tutto il corpo, mi avvicinai al suo volto. Un invitante profumo di cannella riempì il mio naso mentre i nostri occhi andavano a chiudersi.

“Clara! Dove sei?”. Il fracasso della porta d’ingresso fece spalancare immediatamente i miei occhi.

“Sono qui!”. Clara era già balzata in piedi dalla sedia. In mezzo secondo la vidi uscire fuori dalla porta. Alzandomi con il cuore in gola la seguii scendere le scale.

“Stiamo ordinando le pizze per stasera, quale vuoi?”. La voce di Marina si fece sempre più vicina.

Vedendoci accanto alla scalinata assunse un espressione interrogativa.

“Io… al prosciutto! E tu?”.

“Anche… per me va bene al prosciutto…”.

“Ok, bene. Ma… che stavate facendo in mansarda?”. La domanda tanto temuta giunse puntuale.

Clara rispose con un tono convincente : “Noi stavamo guardando i vecchi LP di papà, c’era un titolo che interessava a lui…”.

“Oh. Le faccio portare per le sette e mezzo, dammi una mano a preparare la tavola”.

Vedendo Clara allontanarsi insieme alla madre non seppi più dove andare. Confuso accesi una sigaretta sugli scalini della porta d’ingresso. Il cielo venne invaso da nuvole minacciose che annunciavano l’arrivo di un temporale. Quando caddero le prime gocce d’acqua, Roberto si alzò di corsa dai tavoli insieme ai miei genitori. Tutti e tre corsero in casa a ripararsi. “Arriva! Arriva!”. Gridarono allegri vicino a me.

In cucina Clara e Marina finirono di imbandire la tavola. Tentai di incrociare il suo sguardo, ma ogni volta lei sembrò scacciare i miei occhi. Per tutto il resto della serata mi parlò solamente ponendo domande scontate tipo : “Vuoi del vino?”; “Vuoi la frutta?”.

Sulla strada verso casa non smisi di pensare al racconto di Piero. Addormentandomi, sognai di essere un bambino che giocava in riva al mare. Davanti a me un grande castello di sabbia e al mio fianco una bambina bionda con le treccine. Terminata l’opera, la bambina mi diede un breve ed innocente bacio sulla bocca.

Di buon mattino, mi svegliai più rilassato del solito con Lucia al mio fianco che dormiva ancora. Dentro di me fui felice di aver conosciuto un nuovo lato della personalità di Clara. Mai desiderai come in quella giornata di averla nuovamente di fronte a me per avvertire il profumo di cannella. Quando scese di nuovo il buio, l’ insolita felicità tramuntò in un’ angoscia logorante.

Pensai a come avrebbe potuto reagire Roberto se sarebbe venuto a sapere che stavo per baciare sua moglie. Fisicamente lo temevo tantissimo e non morivo dalla voglia di vederlo incazzato. Sorsero mille dubbi anche sul parere di Clara riguardo il nostro breve (anzi brevissimo) contatto fisico. Mi domandai se davvero sentì le mie stesse sensazioni; dei sentimenti che, detto sinceramente, non provai mai prima d’ora. Invece riguardo a Lucia, beh… sarebbe cascato il mondo! 

1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: luke676  

Questo autore ha pubblicato 43 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
“Ti sei divertita?”.

“Certo, a te non è piaciuto?”.

“Insomma, ad un certo punto non sentivo più le gambe… una gita è fatta per rilassarsi!”.

“Mmmm…”.

Il discorso non proseguì, Lucia si addormentò sul mio petto. Adagiandola sul cuscino, restai nuovamente solo con la notte. Desiderai avere in casa una di quelle tisane miracolose di cui parlò Roberto, ma oltre la camomilla e il the verde non esisteva nient’altro in quella casa. Osservando ancora una volta sorgere il sole, decisi che era giunto il momento di trovarmi una “distrazione”. Vista la mia passione per il cinema, presi in considerazione la possibilità di iscrivermi ad un corso di sceneggiatura. Inevitabilmente Lucia si iscrisse ad un corso di inglese. La situazione si evolse nel seguente modo : durante le ore libere dovetti farle gli esercizi che l’insegnate assegnava per il lunedì. Il mio corso invece si tenne a Milano in via Fulvio Testi. Essendo un breve corso gratuito, venne frequentato da molte persone. I coordinatori parlarono spesso di Gastaldi, Sacchetti, Age e Scarpelli, ecc. In quel periodo scrissi una ventina di sceneggiature che feci leggere anche ad un mio compagno di corso, un tale Zanni.

“Ho come l’impressione che tu scriva di getto, scendendo in particolari che bloccano un po’ il ritmo narrativo. Questa non vuole essere una critica, tutti i grandi scrittori si perdevano in particolari eccessivi”. Mi disse una volta.

Spesso mi incontrai al bar con Zanni per discutere appunto di cinema e di donne, da sempre grandi ispiratrici di poeti e registi.

Zanni mi disse anche che tanti anni prima aveva lavorato per alcune riviste indipendenti di cinema di genere. Raccolse interviste con Umberto Lenzi, Enzo G. Castellari, Aldo Lado e anche Mario Bianchi. Quando telefonò a Lenzi, effettuando una interurbana che gli costò come uno stipendio, venne il turno di porgli qualche domanda riguardo il suo film “Cicciabomba”. Lenzi, al solo pronunciare del titolo gli chiese a sua volta : “Ma lei mi sta pigliando per il culo?”. “No assolutamente, non mi permetterei mai!”. Rispose Zanni. “Ecco, neanch’io!”. Nelle successive telefonate altri registi non lo fecero nemmeno finire di presentarsi, riappendendo la cornetta con tanto di insulti gratuiti. Fu piacevole condividere questa passione con Zanni, ma quando il corso terminò si trasferì a Bologna. Ricevette una importante proposta di lavoro alla quale non si sentì di rifiutare.

Lucia non ebbe parole carine leggendo i miei scritti : “Sembrano tutti un miscuglio di tette e culi. Ma poi chi è questa Marisa? Una di cui dovrei essere gelosa??”. Non le risposi nemmeno. Involontariamente la figura di Marisa, per un certo senso ispirata al personaggio interpretato da Pamela Tiffin in “Straziami, Ma Di Baci Saziami”, possedeva gli attributi di Clara. Dolce, sensibile ma allo stesso tempo determinata e battagliera. In una sceneggiatura che intitolai “Immensamente”, Marisa tradisce il fidanzato Nino, un onesto lavoratore. Ogni volta che andavo a scrivere la parola “tradimento”, una fitta si insidiava nella mia testa. Il fatto positivo fu però che restai impegnato a scrivere racconti che rilassarono la mia mente.

I messaggi di Clara non furono molto frequenti e l’ultima volta che la vidi fu durante la gita di Arona. Le nostre conversazioni via Whatsapp si limitavano a domande e risposte di semplice routine.

Una mattina le mie poche ore di lavoro mi permisero di recarmi al mercato settimanale di Inveruno. Fui ufficialmente incaricato da Lucia ad acquistare due etti di prosciutto cotto.  In quella giornata grigia e piovosa alzai l’ombrello più volte per farmi spazio nella folla.

Tra quel marasma lei mi apparve davanti all’improvviso. Provai imbarazzo a fissarla nei suoi occhi stupiti.

“Tu al mercato??”. Chiese ironicamente spostandosi verso il marciapiede.

Involontariamente, i nostri ombrelli si incastrarono tra di loro.

“Oh scusa!”. Dissi tentando di sciogliere quell’assurdo impiglio del quale lei parve divertirsi.

“Ecco! Finalmente ce l’abbiamo fatta”. Qualche secondo dopo fummo lontani dal chaos con quei dannati ombrelli magicamente ritornati al loro posto.

“Sono venuto a prendere il cotto”.

“Ah già! Martedì è il giorno del prosciutto… io cercavo una gonna di jeans ma le bancarelle vendono solo robaccia!”.

“Gia…”.

Osservai il suo elegante e insolito giubbotto per un giorno di pioggia d’estate. Portava anche una sciarpa bianca e delle scarpe invernali.

“Come stai?”. Ancora una volta quegli occhi tentarono di rapirmi.

“Bene Cla, e tu?”.

“Insomma, oggi proprio non va…”.

“Ma non lavori oggi?”.

“No, avevo delle ferie arretrate. Tu hai finito prima oggi?”.

“Si, al martedì faccio solamente due ore”.

“E’ vero… ma ce lo beviamo un caffè?”.

“Si, perché no?”.

“Fammi prima prendere il prosciutto se no quella mi ammazza!”

Con una risata divertita Clara mi seguì fino al camion del salumiere. Terminato il mio compito entrammo nel bar Magret. Clara volle sedersi in tutta tranquillità al tavolino accanto alla vetrina. Togliendo il cappello viola di lana, apparvero freschi e lisci i suoi capelli biondi.

“Sembri vestita come una che deve andare in Alaska!”.

“Ho… freddo”. Le sue parole sembrarono nascondere mille significati.

“Cosa stai facendo di bello in questo periodo?”. Mi chiese togliendosi il giubbotto adagiandolo sullo schienale della sedia.

“Mi sono iscritto ad un corso di sceneggiatura…”

“Cosa? E non mi dici niente?”. Un domanda che suonò di rimprovero lontano un miglio.

“Beh, ho sempre da fare…”.

“Racconta dai!”.

Scesi nei minimi dettagli, sentendomi un po’ in colpa di averla resa partecipe troppo tardi di quella esperienza.

“Hai scritto delle storie?? Voglio assolutamente leggerle!”.

“No dai…”. Il rossore alle guance puntuale.

“Cosa “no dai”? Assolutamente si!”. Seppi fin dall’inizio che aveva già vinto.

“Ok, te le manderò via mail…”.

“Perfetto! Grazie, non vedo l’ora!”.

La salutai dicendole che dovevo tornare a casa ad attendere l’imbianchino per un preventivo. Dopo pranzo andai in salotto ad accendere il PC. Revisionai tutti i miei scritti, cercando di eliminare tutti gli errori e le eventuali storpiature.

Leggendo e rileggendo, conclusi che ero uno scrittore poco più che mediocre. Le mie opere mi apparvero scontate e piene zeppe di luoghi comuni. Non riuscii nemmeno ad immaginare cosa avrebbe potuto pensarne Clara.

“Luca.. ma sono stupende!”. Questa la risposta alla mail in cui allegai le mie sceneggiature.

Replicai con un banale : “Grazie Cla!”.

Il giorno dopo mi chiamò al cellulare. Dato che stavo prestando assistenza ad un utente, le risposi indaffarato. Lei propose di richiamarmi più tardi. Sempre con quell’inseparabile brivido in tutto il corpo la salutai dicendo che ciò andava benissimo. Nel pomeriggio richiamò.

“Che è successo?”. Le chiesi preoccupato appena portai il telefono all’orecchio.

“Niente! Che deve succedere? Avevo voglia di parlarti, tutto qui!”.

“Ah!”. Seguirono cinque secondi di silenzio.

“Quindi che fai?”.

“Niente, sono appena tornato dalla spesa. Lucia sta facendo il secondo turno”.

“Io sono in pausa… che palle, questa giornata sembra non finire più. Comunque volevo dirti che i tuoi racconti sono splendidi. Se fossi un regista ti avrei già proposto un film!”.

“Addirittura?”. La mia risposta volle essere di incredulità, ma fu difficile nascondere tanta gioia.

“Davvero! Hai una dote particolare a descrivere emozioni che non sono per niente facili da trasportare sulla carta”.

Sentii un impulso infrenabile nel vederla e spiegarle tutto ciò che mi aveva ispirato a scrivere quelle storie.

“Anch’io scrivo…”.

“Non… non me lo hai mai detto!”.

“Siamo pari : come tu non mi hai informato del tuo corso, io non ti ho detto che scrivo!”.

“Allora dovrai farmi leggere anche tu!”.

“Non sono niente di che…”.

“Eddai! Ora non puoi rifiutarti!”.

“Questa domenica c’è il compleanno di mamma…”. Quasi mi scordai dell’appuntamento annuale con il compleanno della signora Marina. Clara disse che se ci tenevo tanto, mi avrebbe fatto leggere i suoi racconti a casa dei suoi genitori. Accettai entusiasta la proposta iniziando a contare i giorni che mancavano alla domenica successiva.
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: luke676  

Questo autore ha pubblicato 43 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Per raggiungere la nostra meta usai la mia macchina. Lucia mi raccomandò di non scegliere canzoni troppo estreme per il viaggio. Il risultato fu che per buona parte chiacchierammo del più e del meno, fino a quando Clara propose di accendere il lettore cd. L’unico cd presente in macchina era “Haunting The Chapel” degli Slayer.

“Manda avanti, manda avanti!”. Disse Clara dai sedili posteriori. Sapevo bene che la title track era la sua preferita da sempre. La canzone fu la colonna sonora di quegli anni, esattamente quando duplicai su cassetta il cd che lei aveva comperato. Sorridendo la guardai nello specchietto retrovisore. Per un attimo i suoi capelli ritornarono a caschetto e il viso le si fece ancora più rotondo. Quanto erano deliziose le fossette scolpite sulle sue guance.  Al mio fianco camminava con lo zaino in spalla e la giacca beige. I jeans attillati con ampi buchi le scoprivano le ginocchia. La vidi nell’intervallo impegnata a rollare una sigaretta della quale mi lasciava sempre i due ultimi tiri. “Sei il mio maestro!”. Mi diceva sempre per ringraziarmi di averle fatto scoprire tanti gruppi. Il suo entusiasmo a scoprire nuove forme d’arte mi parve un ricordo così vecchio, così distante. Alla sua sinistra Roberto le stava vicino, ma senza sfiorarla. Un paio di volte le mostrò dei link “divertenti” al cellulare per i quali finse di mostrare interesse. Credo che i nostri sguardi d’intesa nello specchietto commentarono da soli quei link.

La presunta gita si trasformò in un vero e proprio tour de force. Roberto autoproclamandosi “guida turistica” ci face battere ogni centimetro quadrato di Arona. Non essendo abituato alle lunghe camminate, incominciai a sentir reclamare le gambe. Dopo aver visitato l’ennesima chiesa della quale poco mi importava, proposi di sederci per un aperitivo. “Non prima di aver fatto una passeggiata in riva al lago!”. Rispose sorridente Roberto posando la sua enorme mano sulla mia spalla.

Dal mio sguardo traspariva l’odio più puro e il desiderio di ritrovarmi a casa sulla mia poltrona. Clara si divertì ad osservare le mie manifestazioni di impazienza, interrotte sul nascere dalle gomitate di Lucia.

Scendendo sulla piccola spiaggia, il cielo sopra di noi fu prossimo al tramonto. Al mio fianco Lucia fu impegnata a fotografare il panorama. Clara invece, restò a braccia conserte ad osservare il sole scomparire. Se avessi avuto il dono della pittura, avrei dipinto un ritratto stupendo : i lunghi capelli mossi dal vento, l’amorevole profilo a disegnare una visione d’incanto e la debole luce del sole ad illuminare l’interno del labbro inferiore dolcemente bagnato. Camminando lentamente andò a sedersi su un masso. Da lì si  poteva ammirare l’immensità del lago e le basse montagne verdi. Quando calano le tenebre esse formicolano di tanti puntini luminosi. Si, sarebbe stato proprio un bel quadro…

Per mia gioia, finalmente ci sedemmo in un bar. Lucia si sedette davanti a me, ansiosa di mostrami le foto appena scattate. Clara godendo il suo Campari, si allungò a raggiungere il cestello di patatine portato dalla cameriera. In quel modo la morbidezza del suo seno accarezzò la mia spalla destra. Era una così dolce, tanto calda e confortevole. In quel momento cercai di rimuovere l’unico episodio in cui la vidi in reggiseno. Accadde dopo un concerto. Vicino alla mia macchina, lontano da occhi curiosi, si cambiò la maglietta zuppa di sudore. Il mio sguardo non volle saperne nemmeno di distogliersi da un tanto divino splendore. Nel reggiseno quegli immensi seni sembravano esplodervi, lisci e leggermente bagnati. Candida e profumata e totalmente a proprio agio, cercò un’altra birra nel portabagagli. Sempre quella sera, quando ritornai a casa entrai nel bagno. Il pensiero di quello che vidi mi provocò una onesta erezione. Abbandonai l’idea di masturbarmi. Al solo pensiero mi sentii terribilmente sporco.

“Tesoro tutto bene??”. Chiese Lucia a proposito del mio sguardo assente.

“Si,si… solo un po’ stanco. Stanotte… ho dormito poco”.

“Oh! Maledetta insonnia! Io prendo spesso una tisana a base di melatonina…”. Roberto elencò le possibili cure per i vari disturbi del sonno : l’ennesimo discorso che sembrava non conoscere fine.

Quella specie di gita aveva risucchiato tutte le mie energie. Diedi la colpa alla lunga camminata che ci fece fare Roberto, ma anche a tutti quei pensieri che non avevano ancora deciso di abbandonarmi. Dopo aver terminato la cena alla pizzeria “Da Aldo”, dissi che non me la sentivo proprio di guidare. Gentilmente Clara si offrì come autista del nostro viaggio di ritorno. Attendendo che Lucia e Roberto salissero in macchina mi sorrise. Nessuno dei due fece in tempo ad aprire le portiere posteriori che Clara schizzò via a tutta velocità.

“Ma che fai??”. Le domandai spaventato, mentre i due gesticolavano impazziti alle nostre spalle.

“Semplice : li lasciamo qui”. Proseguendo a tutta velocità, la sua voce fu calma e rilassata.

 “D-dove andiamo?”. Le chiesi ancora scosso.

“Andiamo a fare una camminata sulla spiaggia del lago di Stresa, abbiamo bisogno di distrarci un po’… ti va?”.

Percependo una strana eccitazione accettai. Nella mia testa ronzarono mille domande senza risposta e non mi resi perfettamente conto di quello che accadde.

La guardai preoccupato : “Che c’è Clara? Cosa ti è successo?”.

“Te lo spiego quando siamo sulla spiaggia”.

Clara parcheggiò la mia macchina poco distante dal lungolago. Mi sembrò di essere ritornato a dieci anni prima, quando prima di confidarmi un segreto voleva essere lontana da tutto e da tutti.

La spiaggia illuminata debolmente dal chiarore lunare, mi apparve infinita. Dopo aver percorso un breve tratto, Clara incominciò a frugare nello zaino che si era portata da casa.

“Ecco qua”.  Felice, estrasse un telo da spiaggia.

“Che fai?”.

“Mi sono portata l’occorrente per un bagno”. 

“Un che?”.

“Un bagno. Ti ricordi quando andavamo al mare insieme con i nostri genitori?”.

“S-si ma… a quest’ora?”.

“Avanti vieni, io ho sotto il costume…”.

“Io… beh, faccio il bagno in mutande!”.

Rise mentre si denudava al mio fianco. Sotto quei vestiti si nascondeva un corpo modellato secondo le leggi dell’amore. Il costume intero, di colore nero, ricopriva la stupenda floridità. Mi soffermai ad ammirarle le gambe stupendamente generose e i fianchi larghi che avrei voluto tanto stringere. Vicino al tallone sinistro spicca il tatuaggio di una rosa; i suoi petali hanno la particolarità di  gocciolare sangue. I piedi, magnifici arti dolcemente minuti, sono di color del latte, con le unghie questa volta minuziosamente smaltate di viola.

Clara mi prese la mano. Avvicinandoci alla riva bagnammo i nostri piedi nell’acqua del lago. Una sensazione di brivido e freschezza si estese sulla mia pelle. Godemmo immensamente della nostra follia, rimembrando i vecchi giochi che facevamo nei nostri bagni al mare. Poco dopo, uscendo dall’acqua ci distendemmo sul lenzuolo. La gente che ci vide dal lungolago avrà sicuramente pensato che fossimo dei pazzi.

Mi accorsi che non vedevo Clara con i capelli bagnati da anni. Notai che in quello stato assumeva ulteriore fascino. Le gocce d’acqua sul suo corpo  mi provocarono sete lussuriosa; quella sfrenata voglia di stendere la bocca sulla sua pelle e assaporare il gusto dell’acqua.

In posizione prona mi guardò negli occhi senza mai smettere di ridere. Delicatamente la mia mano raggiunse la sua schiena bagnata. Il suo sorriso scomparve. Con uno sguardo profondo allungò la mano ad accarezzare il mio viso. Sollevandosi, si sedette sulle ginocchia. I nostri visi furono distanti pochi centimetri l’uno dall’altro. La  guardai intensamente negli occhi : quanti incantevoli mari in quell’iride verde. Rapito nel travolgente oceano di colore verde, le accarezzai il mento giocando con le sue labbra. Timidamente assaporai l’acqua leggermente salata, mentre la sua bocca rispose prontamente ai miei lenti baci. Le sue mani accarezzarono i miei capelli, stringendoli tra le dita mentre andavo a baciarle i punti caldi. Leggero, il suo corpo si mosse sensuale sopra di me; i lunghi capelli biondi le nascondevano il volto a tratti. Mentre raggiunse l’orgasmo, il vento spostò i capelli dal suo volto : Lucia!    

“Luca! Calmati!”. Clara strinse il mio braccio, davanti a me un semaforo rosso.

“Cos’è successo?”.

“Devi aver sognato. Ti sei addormentato e hai gridato : “Noooo!” .

“D-dove siamo?”.

“Siamo quasi a casa”. Dal sedile posteriore Roberto rispose per lei.

Appena comparì il verde Clara svoltò a sinistra. Il solito triste viale alberato che porta ad Inveruno apparve subito dopo. Nei pressi del cancello di casa sua parcheggiò la macchina.

“Cosa hai sognato?”. La spia si accese puntuale all’apertura delle portiere, i suoi occhi verdi mi fissarono.  “Niente…”. Le risposi.
1 1 1 1 1
clicca sullle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: luke676  

Questo autore ha pubblicato 43 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.