Nuovi pensieri angosciosi comparvero insieme all’arrivo dell’estate. La mia stagione preferita si fece attendere più del solito. Nei mesi di maggio e giugno, brutto tempo e temporali furono all’ordine nel giorno. L’estate si attende per vari motivi : c’è chi non vede l’ora di andare in vacanza, chi è ansioso di organizzare barbecue all’aria aperta e chi aspetta le feste della birra. Per noi  era abitudine annuale recarsi all’Anfiteatro di Casorezzo per assistere alla “Beer Fest”.  Al secondo giorno dell’avvenimento, ovvero al sabato, mangiammo la cena tutti insieme. Ho due ricordi nitidi e precisi riguardo ciò : la pasta al ragù insipida e la carne di plastica. Questo poco importava; l’importante era godere della buona compagnia. Nel corso delle serata Lucia mi parve più alla mano : si era abbigliata in modo più sexy del solito (erano anni che non indossava quella maglietta rossa e scollata), inzuppandosi anche del profumo pagato una fortuna da Victoria’s Secret. Mi sono sempre chiesto quante Lacoste possiede Roberto. Ogni volta ne indossava una di un colore diverso; quella sera scelse il colore verde. La stessa scelta di colore la fece anche Clara. Il suo abito era allacciato intorno al collo con due sottili spalline. Davanti, le ricamature erano a forma di trifoglio : un omaggio alla sua amata Irlanda. Il vestito proseguiva trasformandosi in una gonna ne troppo lunga e ne troppo corta, sufficiente a mettere in risalto le gambe formose. I suoi piedi delicati calzavano un paio di sandali bianchi modello "anna field".  Per un attimo la immaginai vestire un accappatoio color panna e appoggiare il piede sul bordo della vasca. Delicata e curante nell'atto della tintura, avrebbe tinto le sue unghie di quel rosso vivo.  

Bevuto il caffè, ci alzammo dal tavolo. Passeggiando tra la folla ridemmo e scherzammo : eravamo tutti e quattro di buon umore. Avanzavamo nel seguente modo : io e Roberto davanti e Clara e Lucia dietro di noi.

Tra i discorsi lavorativi di Roberto, ritrovai Clara al mio fianco. Lucia passò in avanti intervenendo nel discorso : le andava dannatamente a genio l’idea di una petizione per abolire il “jobs act”.

“Senti che odore di aceto”. Disse Clara arricciando il naso e godendo dell’aroma. “Che voglia di salamella… Roby!”. Roberto si girò verso di lei.

“Mangi un panino alla salamella con me? Facciamo a metà!”

“No, non mi va…”. Gli occhi verdi di Clara si spostarono verso di me.

“Si! Sai che difficilmente dico di no sul cibo!”.

La accompagnai alla cassa, mentre Roberto e Lucia si misero in un angolo a proseguire il loro discorso. Seguendola, una piacevole vista mi si parò davanti. I glutei si muovevano perfettamente sotto il vestito. Abbondanti e morbidi accennarono una danza sensuale. La vidi voltarsi più volte verso di me, sempre con quel delicato sorriso. Forse incominciò a sentire i miei occhi incollati al suo corpo. Riuscimmo a fare lo scontrino. Gentilmente le chiesi se voleva metà dei soldi del panino. La risposta non arrivò, solamente uno sguardo inquisitore vociferare : “Smettila! Ci conosciamo da vent’anni!”.

“Ho ancora fame ci credi??”. Clara addentò il panino voracemente.

“Cla…”. Le dissi. “Ma stai facendo qualche dieta?”.

Una lunga risata. “Ti pare che una che dopo cena mangia un panino con la salamella sta facendo la dieta?”.

“No, è che…”

“Che mi è sparito un po’ il culone?”. L’abilità di saper completare le frasi.

“Ecco, si”.    

 “Beh ecco, diciamo che sto più attenta rispetto un tempo.” Giunta a metà mi passò il panino. Delicatamente si lecco le dita, facendo sparire ogni traccia di unto.

“In che senso stai più attenta?”. Le chiesi masticando un boccone.

“Ultimamente non sto molto bene di stomaco, forse ho delle intolleranze.”.

Fu strano udire quelle parole. Da sempre Clara mangiava tutto ciò che esisteva sulla Terra. E pure in quantità abbondanti! Successivamente elencò tutti i cibi che sembravano procurarle problemi. Tra di essi, per mio stupore, vi erano i suoi preferiti.

“Ma con questa specie di dieta stai meglio almeno?”.

“Si… raggiungiamo gli altri o altrimenti ci danno per dispersi!”.

A notte fonda fui dispiaciuto di ritornare a casa, anche se dallo sguardo di Lucia venni a intuire che aveva un programmino particolare per concludere la nottata. Appena varcata la porta d’ingresso, mi afferrò per le spalle. Tra tutti quei baci sensuali i brividi tardarono ad arrivare. Spogliandosi, avvicinò la bocca al mio collo mentre sensualmente tolse la mia maglia. Quel corpo giunonico che un tempo amai follemente, non mi regalò più quell’incontrollabile eccitazione. Quando la sua bocca si fece strada verso il mio inguine, chiusi nervosamente gli occhi.

“Beh? Che succede?”. Domandò delusa davanti alla totale mancanza di erezione.

“Devo aver mangiato troppo…”. Tentati di giustificarmi con l’intento di farla breve.

Sbuffando, rapidamente si alzò dalle mie gambe coricandosi nella sua parte di letto. Ancora nuda, coprì il suo corpo con il lenzuolo. Girandomi verso destra fui di nuovo costretto a fissarle la schiena.

Su di essa le immagini corsero veloci : le unghie smaltate di Clara, le dita unte di aceto e ketchup e la sua nuova dieta, che più che mirata a risolvere le intolleranze, pensai che la adottò per un disturbo psicosomatico.

Il mattino dopo Lucia non accennò minimamente al mio “problemuccio” : tutto proseguì secondo i noiosi canoni giornalieri. “Scopiamo perché si deve scopare”. Queste parole di Clara ritornarono ad assillarmi. Mi accorsi di ritrovarmi nella sua stessa situazione di qualche anno prima. Volevo credere e sperare che fosse felice della sua vita intima con Roberto e che almeno per lei, i problemi del passato fossero scomparsi.  Sentendomi un oggetto in balìa della mia partner, non seppi cosa fare e come reagire. Da un lato pensai che potevo contare su Clara. Parlandole mi sarei sicuramente sollevato, ma nutrivo paura. La considerai da sempre “la sorella minore che non avevo mai avuto”, anche se questa definizione ultimamente sembrò vacillare. Scesa la sera del giorno dopo, decisi ancora di non scriverle. Le motivazioni del mio gesto erano molte. La ragione principale non volli ammetterla nemmeno a me stesso.

Il giorno dopo attendendo che Lucia rincasasse dal primo turno, le feci trovare la cena pronta. Quel mezzogiorno notai in lei una insolita allegria. Ringraziandomi per la cena mi baciò focosamente, come se il fattaccio della notte prima non fosse mai accaduto. Di ottimo umore, mi propose una gita ad Arona nel weekend che stava per arrivare. L’idea mi parve subito interessante; era da parecchio tempo che non passavamo un weekend lontano da Inveruno. “Lo dico anche a Clara e Roby?”. Al pronunciare del nome Clara, il mio stomaco si contorse. Un misto di tensione e felicità nell’immaginare la presenza della mia cara amica. Senza esitare troppo fui più che d’accordo.
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Profilo Autore: luke676  

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Trascorsa una settimana dal matrimonio, sentii che stavo per affogare nella tristezza. Non riuscivo a togliermi dalla testa i suoi occhi implorare aiuto e quella stretta al mio braccio, come se fosse sul punto di confidarmi qualcosa. Da una settimana il mio telefono aveva smesso di squillare; il suo ultimo messaggio di Whatsapp annunciava l’ora di ritrovo prima della cerimonia. Avrei tanto voluto scriverle ma non ne fui capace : la convinzione di risultare inopportuno mi bloccò. Poi, ripensandoci bene, non avrei saputo nemmeno cosa scriverle. Pensai che avrei fatto meglio a lasciare che godesse il suo viaggio di nozze. Lei e Roberto furono indecisi su due tappe : Irlanda o Spagna. Alla fine optarono per Barcellona.

“Tanto quest’estate lo convincerò ad andare anche in Irlanda!”. Mi disse poco prima di sposarsi.

Sentendomi ridicolo, provai una strana sensazione. La lontananza di Clara rese le mie giornate ancora più lunghe. Da parte mia, vi fu un desolato mutismo : rispondevo alle domande di Lucia solamente se era necessario. Lei, facendo finta di niente, si accorse subito di questo mio atteggiamento; forse ne aveva davvero abbastanza di continuare a litigare. Una notte piansi. Per fortuna, da mesi io e Lucia dormivamo con le schiene una di fronte l’altra. I miei occhi si inumidirono automaticamente, distorcendo il buio davanti a me. E’ così terribile piangere di notte, tra ombre danzanti che sembrano stringere il collo soffocando la poca vita rimasta. Sulla parete dove si rifletteva la sagoma della tapparella, disegnai il volto di Clara. La immaginai felice reggere il bouquet, poco prima di ricevere il nostro regalo. Poi la immaginai addentare una brioche alla marmellata al bancone del Sunflower. Famosi erano i suoi improvvisi attacchi di fame alle ore più improbabili. Quel giorno bigiammo insieme la scuola, visitando ogni angolo di Inveruno. La punta del campanile era coperta dalla nebbia; faceva un freddo terribile in quel giorno di inizio dicembre.

Nulla ci spaventava : nemmeno gli schiaffi dei genitori una volta che scoprivano che avevamo saltato le lezioni. Girandomi nel letto, osservai la figura di Lucia abbandonata al sonno. Avrei voluto allungare la mano a spostarle le mutandine, proprio come facevo durante i tempi splendenti del nostro amore. D’istinto la mia mano si fermò; se l’avessi svegliata avrebbe brontolato per una mezz’ora buona e non avevo assolutamente voglia di risentire la sua voce. Strano ma vero, riuscii ad addormentarmi. Mi svegliai in tempo per preparare la colazione e affrontare un’altra giornata di lavoro. Lucia era solita svegliarsi un’ora prima di me per recarsi al Lampugnani. Come tutte le mattine, lasciò un biglietto scritto in cucina. Questa volta mi raccomandava di far cuocere le zucchine non appena sarei tornato a casa. Accartocciai il biglietto gettandolo nell’immondizia e terminai la colazione. La brezza mattutina risultò ancora molto fredda per il mese di maggio, ma soprattutto possedeva una malinconia penetrante. La prima sigaretta aumentò il mio senso di malessere, andando a spegnersi in breve tempo nel posacenere del terrazzo. Le giornate successive mi passarono davanti nello stesso modo, se non in maniera peggiore. Quando fui ormai persuaso di essere condannato ad una vita assurda, arrivò un messaggio sul mio telefono. Era Clara : “Luchi, scusa la settimana di silenzio ma non avevo l’opportunità di ricaricare da nessuna parte. Come stai? Tutto bene? Noi stiamo benissimo, qui è stupendo!!! Credo che Barcellona sia la mia seconda casa, anche se faccio un torto mostruoso all’Irlanda. Ti saluta Roberto, tu saluta Lucia da parte nostra. Un abbraccio”.

Bene : ora voi vi aspetterete che proseguirò elencando le mie sensazioni di gioia giusto? E’ vero : ho avvertito una piacevole sensazione a leggere il messaggio. Questa sensazione cancellò per un attimo la cupidigia dei giorni precedenti, ma svanì immediatamente.

Questo perché? E’ semplice : il messaggio era stato scritto da Clara, ma senza il suo cervello. Potevo sentirmi sicuro di questo fatto; difficilmente mi sbagliavo su di lei.

Sapendo che anche Roberto avrebbe letto la mia risposta, scrissi le frasi più banali possibili. Riflettendo però, conclusi che forse Clara felice lo era per davvero. Arriva un punto delle nostre esistenze dove tutti i nostri dolori svaniscono e veniamo ripagati di tutto il tempo perso. No, non ho mai creduto negli stereotipi e tanto meno fui disposto ad incominciare a credervi. Dopo quel messaggio, seguì da parte sua un’altra settimana di silenzio. Quando rientrarono ad Inveruno, ricevemmo un invito per una cena a casa loro. Dopo varie discussioni riguardo i giorni liberi di Lucia, riuscimmo a fissare la data. La sera del 26 maggio ci recammo in via Fodera, dove al centro di un grande prato sorgeva la villa dei coniugi Oldani. “La Cislaghi la induvinà al ternu al lot a spusà l’Oldani”. Dicevano in paese. In molti si fermavano a contemplare quella immensa villetta a due piani : pura riflessione del sostanzioso patrimonio di Roberto. Il menù prevedeva : polpette vegetariane, risotto radicchio e zola e cotoletta alla milanese con patatine. Entrando in casa, salutai Clara impegnata a cucinare tutti questi piatti sfiziosi. Non ebbi nemmeno il tempo di chiederle come stava che fui trascinato da Roberto a prendere un drink in salotto. Mi raccontò nel dettaglio il loro viaggio di nozze, che sembrava essere stato organizzato con una precisione impeccabile. Seduto nel confortevole divano bianco, non vidi l’ora di mettere le gambe sotto il tavolo e gustare la cena. Nel bel mezzo di un discorso, finalmente apparve Clara reggendo una teglia piena di polpette. Trovai il suo aspetto decisamente migliore rispetto all’ultima volta. Il viso era al naturale, ma non per questo meno affascinante. I capelli, raccolti da un fermaglio nero, freschi di una nuova tinta rossiccia a coprire il biondo naturale. Quel colore le donava un’aria nuova, genuina.

Mentre consumammo la generosa cena, respirai un’atmosfera felice. Quella felicità che però mi spaventò a morte.

Non posso dire di non essermi divertito quella sera, ma sinceramente non vedevo l’ora di restare solo con Clara. Le volevo chiedere cosa la turbava, anche se sapevo già la risposta.

Rimasti soli sul balcone a fumare una sigaretta con Roberto e Lucia impegnati a guardare la T.V. sul divano, decisi di tentare. Neanche a farlo apposta, la risposta fu quella che mi aspettai :

“Qualcosa che non va? No, va tutto benissimo, cosa dovrebbe esserci che non va?”.

“Non so, ultimamente ti vedo un po’ triste…”.

“Triste??”. Sembrò sorpresa di udire quell’aggettivo. “No, ti assicuro che va tutto bene!”.

“Ok! Si è fatto tardi, mi sa che noi andiamo”.

“E’ solo che… mi sento un po’ stanca. Sai, il viaggio, i preparativi del matrimonio…”.

“Certo, capisco”. Mi sentii un po’ in colpa a voltarle le spalle e raggiungere Lucia.

Clara non mancò di sfoggiare il suo dolce sorriso, lusingata per tutti i ringraziamenti e i complimenti riguardo la cena. Il mattino seguente ricevetti un nuovo messaggio :

Grazie per esserti preoccupato ieri sera. Sono contenta che posso contare su di te.”.

Io le risposi che avrei ascoltato ogni suo dubbio, ogni pensiero; non avrebbe dovuto esitare nemmeno un secondo a chiedere qualsiasi tipo di aiuto.

Stai tranquillo, va tutto bene. Fin troppo bene”. L’emoticon sorridente a fine messaggio non mi fece presumere nulla di buono.

In quel momento, recandomi verso la casa di un utente, desiderai che la mia macchina subisse un guasto. In quel modo avrei potuto recarmi in “Oldani Ricambi”, salire in ufficio e vederla. Ma andò tutto benissimo, fin troppo bene appunto.
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Profilo Autore: luke676  

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Lo immaginavo : non ricordo più l’incipit di questo… come voglio chiamarlo? Romanzo? Racconto? Riflessione? Preferisco assegnargli il comune nome “scritto”. Non amo molto etichettare le cose; eppure chi mi conosce mi considera molto selettivo. Erano giorni che avrei voluto scrivere una nuova storia, ma è un periodo vuoto : uno di quei periodi dove l’ispirazione tarda ad arrivare. Tutto profuma di vecchio e gli avvenimenti giornalieri sono di una banalità sconcertante. Quando spengo lo stereo o la televisione, cade un silenzio fastidioso : sembra quasi che i rumori all’esterno smettono improvvisamente, comunicandomi che non c’è niente di nuovo.  Per fortuna, sempre grazie a tutto ciò che vedo, tocco e sento, l’ispirazione seppur lieve e tarda, è arrivata anche questa volta. A darmi l’idea di stendere questo “scritto” è stata una fotografia. Un’ immagine che osservai durante la ricorrenza del 25 aprile, uno di quegli scatti che risveglia parecchi ricordi. Un sorriso sforzato si disegnò sul mio volto : ero proprio ridicolo con quello smoking e quella cravatta che impiegai secoli ad annodare. Il mio occhio sinistro era semichiuso per l’abuso alcolico, mentre la mia mano si appoggiava alle gracili spalle di Alessio. Alla nostra destra vi erano un gruppo di persone a reggere calici di vino e spumante. Lo sfondo è quello della maestosa Villa Garbo, con il suo immenso giardino e il terreno ricoperto di sassi. Lei era così bella, lo è sempre stata : un lungo abito bianco le scopriva le spalle avvolgendole maestosamente i seni in due coppe generose. Il velo lo aveva abbandonato poco prima, dicendo che le scompigliava l’elegante acconciatura; l’avrebbe indossato solamente quando sarebbe giunto il momento della grande promessa.

Il fisico possente di Roberto vestiva un abito vittoriano di colore grigio scuro; con la barba accorciata il suo viso acquistava un aria decisamente pulita, anche se i capelli arruffati a metà orecchio gli donavano sempre quel senso di trasandato.

Ricordai il suo famoso discorso a fine cerimonia. I fumi dell’alcol modificarono la sua voce già di per se greve e grossolana, facendolo barcollare a tal punto da farmi temere che sarebbe cascato sopra la tavola alle sue spalle. “Volevo preparare un discorso…”. Esordì tra i nostri applausi e i fischi d’incoraggiamento. “Volevo preparare un discorso, ma non l’ho fatto… però, quando io e Clara siamo entrati qui abbiamo visto che non ce n’era bisogno, perché tutto questo è stato abbastanza”. Una pioggia di applausi senza precedenti.

Già, proprio un piacevole ricordo. Era stata una lunga giornata di metà aprile di molti anni fa. Al tempo io e Lucia avevamo appena deciso di intraprendere la nostra convivenza, anche se lei per tutto il giorno continuò a ripetermi : “Amore, quand’è che anche tu mi porterai all’altare?”. Clara invece, continuò a chiedermi se il vestito le donava e se aveva il trucco a posto.

“Sei bellissima”. Le risposi più volte. Alle mie lusinghe, i suoi verdi occhi guardavano verso il basso e le guance si tingevano del colore di uno stupendo tramonto.

 Ad un certo punto della serata, andai a sedermi a braccia aperte sopra  un dondolo in un angolo di quell’enorme giardino.

“Lucone, non ce la fai più eh? Sono i finiti i tempi del Country Star!”. Gridò Beppe per sfottermi.

Lucia, dopo i suoi rimproveri, si rassegnò a pettegolare con le altre amiche presenti, tenendo comunque l’occhio vigile su di me.

Con la vista annebbiata vidi qualcosa di bianco avvicinarsi. Clara si sedette al mio fianco facendo scricchiolare il dondolo.

“Tirati su di qui! E’ peggio se resti in questa posizione!”.

“Io… vedo gli uomini scendere dai lampioni!”. Le dissi per rimembrare una celebre frase dei vecchi tempi. Lei rise, mentre tentai di alzarmi per assumere una posizione decisamente più presentabile.

“Allora come ti è sembrato?”.

“Cosa?”. Le domandai passando la mano tra i capelli.

“Tutto…”.

“Oh beh, stupendo! Tutto organizzato splendidamente e… Cla, sono felice per te!”.

“Grazie, siete stati fantastici tu e Lucia, come tutti del resto…”.

Barcollando, mi alzai. Lei fece lo stesso, senza però restare vittima dei troppi bicchieri di Blanc De Noir.

“Luca…”. Vidi la sua mano stringermi il braccio.

“Si?”. Anche se la mia vista non era del tutto ritornata nitida, notai il suo sguardo preoccupato.

“Vieni, è ancora tempo di fare altre foto…”.

Ci dirigemmo nella sala da pranzo, dove il mio fegato fu messo ancora a dura prova. Preferisco dimenticare le espressioni che assunsi in quelle foto, che fortunatamente non ho mai avuto occasione di vedere.

Ci vollero quattro giorni per “rientrare nelle grazie” di Lucia. Lunghi silenzi conseguono alle serate in cui alzai il gomito più del dovuto. Quella volta raggiungemmo il record di quattro giorni, interrotti con il suo solito : “Io non ce l’ho con te, ma non sopporto proprio quando bevi!”. Strano, le prime volte che uscivamo insieme dovevo sempre scendere dalla macchina ad aiutarla ad aprire il cancello di casa. “Poi si cambia…”. Dice lei.

Ma perché si cambia? Più che “cambiamento”, la sua la definirei “rinuncia forzata”; un altro modo di giustificare una vita fatta di regole assurde che altri le hanno imposto. Quando la conobbi, Lucia andava contro ogni tipo di privazioni imposte soprattutto dai cosiddetti “superiori” o da chiunque crede di “essere più in alto di noi”.  Feci la sua conoscenza quando entrambi lavoravamo alla R.S.A. Lampugnani di Nerviano. Io avevo appena terminato il corso di O.S.S. (Operatore Socio Sanitario), mentre lei prestava già servizio in struttura da anni. Durante il mio breve periodo lavorativo, mi affiancarono a Piera : una quarantenne dai capelli rossi cotonati con un carattere più acido dell’aceto. L’unico sollievo di quel lavoro, che poi abbandonai per dedicarmi all’assistenza domiciliare, era vedere Lucia e farci lunghe chiacchierate nelle pause. Scoprimmo di avere molti interessi in comune, oltre all’attrazione fisica. La statura bassa, gli occhi neri penetranti e i lunghi capelli lisci e castani, furono alcuni dei particolari che mi fecero innamorare. Il suo corpo assomiglia tanto a quello di una venere, tanto soffice e delicato. Adoravo anche la sua generosità e la capacità di ascolto. Quando decidemmo di metterci insieme, diventò la ragazza che ho sempre odiato : imitava il mio modo di vestire, di apparire e anche il mio modo di parlare. Disse che per lei la relazione ideale era quella in simbiosi, ovvero : non era decisa a mollarmi neppure un secondo.

Poco a poco, e riguardo a questo non smetterò mai di darmi la colpa, vidi tutti i miei amici scomparire : li vedevo solamente una volta alla settimana al bar per un birra, senza più confidare gioie, dolori e aneddoti divertenti. Lucia ottenne il suo scopo. L’unica amica che non riuscì a farmi “abbandonare” fu Clara, la mia compagna di giochi d’infanzia. I tentativi di Lucia furono molti, visto che non le andava a genio nessuno che le presentavo, ma con Clara le cose andarono diversamente. Il carattere possessivo di Lucia venne piegato dal nostro forte legame d’amicizia, aiutato dalla mia buona volontà a non cadere ancora in ridicoli errori.

La vidi rassegnarsi per la prima volta, osservando la loro amicizia nascere ed evolversi.

Parecchi anni fa, ci fu un periodo in cui persi di vista Clara. Dopo aver concluso l’ultimo anno di liceo scientifico, ottenendo il massimo dei voti, decise di accettare una proposta di lavoro a Londra. Riuscivo a sentirla quando si collegava da un Internet Cafè, comunicando tramite il vecchio sito di studenti.it. Tra tutti quegli Hermes, mi disse che aveva conosciuto un ragazzo londinese che lei chiamava Ralph. A soli diciannove anni, pensò di avere trovato l’amore della sua vita, ma quando ritornò in Italia qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Di fronte a me non c’era più la bambina con cui giocavo a “un due tre stella”, ma una splendida donna. Fece crescere i suoi capelli biondi, abbandonando il taglio a caschetto che portò fino ai diciotto anni. Il fisico, pur sempre formoso in passato, si abbellì di graziose forme. Il petto gonfiava amorevolmente la bianca t-shirt, facendo intravedere un nero reggiseno in pizzo. Le labbra graziosamente sottili e autrici di sublimi sorrisi, presentavano un rossetto smagliante. Il volto rotondo, con le guance piene di salute, era rimasto lo stesso; forse leggermente pallido, ma sempre caratterizzato da un aria fanciullesca. Furono gli occhi a subire un mutamento : al loro interno non si leggeva più la spensieratezza dell’infanzia e dei ricordi piacevoli, ma bensì rammarico e sofferenza.

Clara mi spiegò che la sua fiducia negli uomini aveva raggiunto un punteggio assai basso. Ralph le fece credere che le favole esistono ancora. Lei non si arrese, decidendo che era ancora il caso di riprovarci.

Qualche anno dopo conobbe Roberto, incallito giocatore di rugby e titolare della ditta Oldani Ricambi. Non persi nemmeno un dettaglio della loro storia. Ogni volta che Clara ci litigava, veniva a confidarsi con me. Viceversa, quando litigavo con Lucia non vedevo l’ora di scriverle per leggere le sue risposte di incoraggiamento. Incominciammo ad uscire in coppia, dove ebbi l’occasione di conoscere meglio Roberto.

Durante quelle uscite desiderai tanto possedere la sua forza di carattere, la sua abilità a risolvere qualsiasi situazione, ma allo stesso tempo non volevo essere lui. Non lo vidi baciare Clara nemmeno una volta, se non durante il loro matrimonio. Clara mi confidò che nelle quattro mura di casa era ancora peggio : “Scopiamo perché si deve scopare. Se non lo facciamo c’è qualcosa di sbagliato”. Mi spiegò che non sarebbe mai capace di piangere di fronte a lui o di avere il coraggio di urlagli in faccia tutte le sue pene. Una sera mi disse : “Capisci che ho paura a mollarlo? Se dovessi farlo, questo va al Sunflower si ubriaca, prende la macchina e si ammazza contro il muro”. Poco dopo, vista l’ennesima riappacificazione, non me ne parlò più. Parve che la loro storia proseguì a gonfie vele fino al matrimonio. Certo ci furono ancora litigi e incomprensioni, ma poco prima del matrimonio rividi Clara felice come un tempo. Spensierata, mi espose che lei e Roberto avevano trovato il giusto equilibrio. Fui contento per loro, ma lo fui di meno riguardo il mio rapporto con Lucia. Mi chiesi più volte se tutto ciò era davvero quello che desiderai nella vita, cioè : convivere con una ragazza “normale” senza problemi mentali e casi di suicidio in famiglia. La mia indole ha sempre avuto la calamita verso ragazze problematiche le quali, dopo avermi raccontato la storia della loro vita, mi stufavano peggio di un reality show. Lucia non ebbe grandi cose da “raccontare”, facendomi più volte porre la domanda : “Ma a questa cosa le piace??”.

L’improvviso positivismo di Clara fece nascere un sospetto : dentro di me sentii che non mi aveva raccontato tutto riguardo la sua relazione con Roberto; il presentimento che un grande macigno le pesasse sul cuore divenne sempre più frequente.
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Profilo Autore: luke676  

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Grazie per aver scelto di ascoltarmi. Grazie per aver scelto di ascoltarmi con estrema attenzione. Spero che tu tenga conto di quanto sto per dirti e lo valuti con serenità. Si, serenità, perché quando si parla di questo argomento scattano subito delle prese di posizione che hanno fondamenti ancestrali. Per intenderci, non metterti sulla difensiva come un pugile pronto a sferrare il suo micidiale destro. Ti ricordo, al proposito, che da sempre esistono pugili simili ai pifferi della famosa fiaba che andarono per suonare ed invece furono suonati ! Dobbiamo parlare di un argomento importante come il rapporto dell’uomo verso l’amore. Se vuoi, considera il nostro rapporto. Considera me come il soggetto principe di questa riflessione. Ti assicuro, ma tu lo sai già, che sono in possesso di tutti i crismi per ricoprire questo ruolo. Vedi, l’uomo è un animale, non intendendo una bestia, molto complesso. Egli è retaggio degli stimoli primordiali che ne determinarono la differenziazione con la donna. Molte volte, imbattendoci in tali esemplari, ci meravigliamo o meglio, vi meravigliate che l’input che li fa avvicinare alle donne è di origine sessuale e, solo dopo e forse, di origine sentimentale. Atteggiamento deprecabile ai nostri giorni in cui viene esaltato, giustamente, l’autocontrollo come espressione di maturità intellettuale. Tuttavia non voglio parlarti di tali persone, di tali uomini che ritengo agli antipodi della realtà, ma che ancora provocano tanti danni, in primis agli uomini veri, quelli di cui sono un indegno rappresentante. Eppure, a causa di costoro, sono dovuto passare anch’io sotto le “forche caudine” che tu mi hai imposto. Mi hai soppesato, valutato e poi scelto, ma ancora con molta circospezione. Nondimeno, non posso dire di aver avuto mai a che fare con il tipo d’uomini di cui si parlava. Mi piacciono le ragazze, è vero. Specialmente quelle “dotate e accessoriate”. Mi è piaciuto abbandonarmi alle loro languide carezze…e non solo. Sono stato birichino, insomma, ma solo con quelle donne che me lo hanno chiesto e poi concesso. Infine sei arrivata tu  ed hai chiuso il circolo dei miei vizi di gioventù. Non mi sto giustificando, non giustifico i vizi passati mentre condanno altri uomini. Affermo la venialità del mio peccato, circoscritto nell’arco temporale di una stagione della vita. Ecco, è stato un po’ come quando si fa il servizio di leva, fai il militare per un anno e poi torni nei ranghi. Dai, anche a te non sarebbe piaciuto un bacchettone, ti conosco. Da uomo vero, tuttavia, nemmeno un piccolo pensiero a tutto questo, da quando ci sei tu a riempire la mia vita. Ogni pensiero, ogni azione del mio vivere è rivolto a te. In te ho trovato ciò che cercavo ed ho raggiunto il mio equilibrio come uomo. Anche tuo è il merito per cui non ho più bisogno di fare il galletto e cercare alcunché. Una piccola considerazione la si potrebbe fare, tuttavia. Siamo fidanzati da un anno e mezzo e tu mi hai dato tutta te stessa, ma proprio tutta ! Prima di me sei stata fidanzata per cinque anni con Luigi. Anche a lui hai dato tutto, ma proprio tutto ? No, per carità, non m’interessa. Il passato non corrisponde al presente ed a me, il tuo, non mi incuriosisce. E’ solo un pourparler ripensando a tutte le donne che hanno avuto parecchi fidanzati, a loro, i miei vizi di uomo, non le farebbero impallidire né le metterebbero in cattiva luce, sono stati solo dei tentativi frustrati dalla ricerca dell’uomo con la U maiuscola. Certo non è facile capire quando un uomo vuole fare sul serio oppure no. Le trovate e i marchingegni per sedurre una donna sono molteplici. Le menzogne e le frottole scorrono a fiumi, difficile districarsi fra esse. Spesso la donna, per questi motivi, assume l’aspetto della vittima sacrificale da parte dell’eventuale e molto improbabile partner. Scusa  se ti chiedo lumi, ho un dubbio. Ma, le donne, di cui si esalta l’intelligenza, la stessa intelligenza che, tra un tipo bello e un tipo brutto, dovrebbe fargli preferire quello con più sentimento, perché scelgono, la maggior parte delle volte, il più bello ? E sono sempre recidive.  Non ho mai capito !

Sai, pensavo fosse un argomento più facile da trattare, da farti comprendere ove non lo avessi chiaro. Tuttavia tranquillizzati, io ti amo e tu hai finito la tua ricerca della persona giusta. Sarò sempre quello che hai desiderato e non mancherò in nulla. Se vuoi, sarò pure il tuo scendiletto, mi annullerò in te.

Perciò, amore, smettila di sentirti attratta da Luca, il nostro bagnino, non fa per te. E’ vero, e un bel ragazzo con quei muscoli guizzanti sotto la canotta rossa. Sempre circondato da uno stuolo di ragazze pronte ad esercitarsi sulla respirazione bocca a bocca. Ora ci sono io, per te, amore mio…dove vai ? Corri verso di lui…lo abbracci…gli accarezzi i muscoli…Maledetti gli uomini e le loro trappole ! 
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Profilo Autore: Bronson  

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… Infondo, abbiamo bisogno di  sorridere e ridere. La necessità di un sorriso che scaldi, che arricchisca, che ci migliori, perché no. Che sciolga questi morsi annodati dentro, che stemperi i pesi delle angosce perché, inutile negarlo, non ci sono duri e tutti abbiamo il nostro tallone di Achille. Ma la fragilità mette una maschera, si nasconde, e veste di cinismo e falsità a dispetto, ed anche a discapito, di un’autenticità che andiamo sbraitando e cercando. Avremmo bisogno di essere più leggeri, limpidi come un sorriso: godere di più e mentire meno. Ma diventiamo ricci, raggomitolati sulle nostre solitudini e insicurezze… Infondo, sentiamo l’esigenza di una carezza anche quando affiliamo i nostri coltelli : la lingua ed i cattivi pensieri, sempre schierati su un campo di battaglia, guerrieri usati e sfruttati, sostituiti ad un essere civile e cristiano, a tratti sempre più alterato. Ma soffochiamo spontaneità e semplicità nei silenzi dell’ira, del disappunto, della recriminazione. E non dovremmo cercare, ma lo facciamo, giustificazione nel fatto di essere uomini e quindi non perfetti, sfortunatamente solo pieni di difetti…. Nessuno può costruire il meglio per noi se non noi stessi!...Ed invece…

… Solo davanti ad un corpo vestito di morte, che ha lasciato i respiri della sofferenza umana, tra quelle lenzuola sulle quali, ora, poggiano occhi di compassione e, più o meno, di dispiacere; davanti a quel corpo sbiancato dalle verità della vita, non sempre e non tutti, rispolveriamo questo profondo sentire.... Poi, di nuovo, giriamo le spalle e ce ne dimentichiamo.

Se potessimo svegliarli, questi silenzi, vestirli di luce. Se potessimo plasmarli e dar loro una forma, vestirebbero di consapevolezza, della verità del cuore che non sappiamo, o non vogliamo, ascoltare. Potremmo scoprire la profondità vera dell’anima, capire che la vita è adesso e che bisogna lasciare anche segni tangibili e validi.

… E c’è questo tempo che, scorrendo, non lascia spazio vuoto, consuma le ore che vanno senza fermarsi. E ci siamo noi e il nostro riflettere che, alla fine, abbraccia sempre lo stesso straccio di pensiero, la solita magra conclusione: ora non voglio pensarci!…. Conclusione di comodo per non rispolverare responsabilità e doveri, per non guardarsi veramente in faccia. E ci dimentichiamo del tempo che fugge e ci calpesta!....

Proverò a spararmi nel cuore raggi di sole, che impolverino la meschinità e le inutilità di questi miei giorni, del mio essere fragile. Cercherò di alleggerire il cammino cogliendo meglio senza mentire. Voglio cominciare da un sorriso e con esso seppellire le asce perché, infondo, abbiamo bisogno di ridere e sorridere!…


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Profilo Autore: Giò  

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I fantasmi, questi sconosciuti, mi verrebbe da aggiungere. Si, perché se esistessero farebbero veramente paura. Noi uomini siamo bravi a trovare i rimedi contro i pericoli, le paure da essi provocati. Prendi, ad esempio, leoni, tigri, rinoceronti e tanto altro ancora. Appena ne abbiamo capito la pericolosità li abbiamo ridotti all’estinzione ! I fantasmi, no. Quelli non si toccano, anzi, bisogna preservarli. Immaginate un novembre senza Halloween ? Le segrete dei vecchi castelli inglesi ? Non avrebbero senso ad esistere…e a portarci tanti benefici economici, aggiungo io. Insomma, creature benefiche da tutti i punti di vista. Allora gli abbiamo costruito addosso un’aura di terrore e li abbiamo mandati per il mondo a seminare spavento. Sarcasmo a parte, credo che ormai una buona quota di persone, nel mondo, non ci creda più ed era ora. Per mia fortuna, non ho mai nemmeno cominciato ad averne essendo cresciuto in un ambiente dove, queste presenze, erano bandite fosse anche per impaurire la piccola ed irrequieta truppa della figliolanza. Tuttavia, ai tempi della mia infanzia, ricordo persone grandi essere presi da terrore al solo immaginarli. Mi sovviene di una mia zia, attempata zitellona a causa della non eccessiva bellezza (non mi fate dire che era proprio brutta, dai, non posso farlo !) che soffriva di tale paura al punto che, inevitabilmente, la notte, io e i miei pii fratelli ci alzavamo, mettevamo un lenzuolo a ricoprirci interamente, accendevamo una candela ciascuno ed andavamo quatti quatti in camera sua in processione. Oltre non mi è dato di raccontare perché, il farlo mi farebbe tornare in mente il dolore delle sculacciate di mia madre, l’indomani.

Siamo seri, per favore. Sono altri i fantasmi di cui aver paura e questi si trovano nella realtà e non in altri mondi. Da questi bisogna guardarsi ! Già…guardarsi…se ti accorgi della loro presenza, non come capitò a me parecchie primavere fa quando, ancor giovane e sfaccendato (… o affaccendato male, scegliete voi !), avevo deciso, insieme ad un cugino di aprire un’attività che desse sfogo anche alla mia prorompente vitalità. E quale migliore attività c’era se non quella di gestire una discoteca con ristorante annesso ? Nessuna che potesse calzarmi meglio ! Bene. Poiché seguivo con attenzione l’andamento della stessa, sacrificavo la mia presenza in famiglia e presso la mia fidanzata, per cui decisi, una sera d’invitare a cena le donne della mia vita : mia madre, mia cognata, ultimo arrivo in famiglia e da poco sposa a mio fratello e, non ultima, la mia fidanzata. Feci preparare un tavolo davvero speciale e chiesi al maitre di non essere disturbato, per quella sera. Tutto stava andando per come avevo stabilito e si leggeva la soddisfazione delle convitate dai loro sguardi. Ne ero felice. D’un tratto il maitre richiama la mia attenzione. Mi alzai, mi avvicinai a lui e gli chiesi il motivo dell’agitazione che lo aveva preso. Mi spiegò che una signorina voleva parlarmi e non riusciva più a trattenerla. Mi disse che non era italiana. Lo invogliai, cercando di rincuorarlo, a farla entrare, non c’era nulla di cui aver paura, non era mica un fantasma ! E invece lo era ! No…cioè…i fantasmi non esistono e non bisogna averne paura, come dicevo prima, ed invece…invece quando vidi il soggetto attraverso i vetri dell’ingresso, cominciai a dubitare delle mie certezze. Non potevo credere che Lei…cioè Lui…il fantasma insomma, si dirigesse, correndo, verso di me, che mi ero accasciato sulla sedia, mi buttasse le braccia al collo e mi stampasse un bacio in bocca. Mi divincolai come potei, ma ormai la frittata era servita e non era certo un piatto opera della cucina del mio ristorante ! Quando riaprii gli occhi ringraziai il cielo di essere ancora vivo ma gli occhi delle mie tre ospiti non lasciavano presagire nulla di buono. Mia madre, poverina, mi guardava schifata, ma in fondo orgogliosa dei miei successi con l’altro sesso, mia cognata, siciliana, era la più indignata e non faceva altro che sussurrare all’indirizzo della mia fidanzata la stessa frase : “Ma come si permette !! E tu, non dici niente ?”. Ma quello che mi provocò un vero brivido, si, più delle dita della  giovane francesina che avevo appiccicata addosso che carezzavano dolcemente il mio collo, fu la silente indifferenza della mia donna che non lasciava presagire nulla di buono ! Non una smorfia, non un segno di rabbia. Nulla, indifferenza e basta. Anche quando la mia amica si mise a sedere sulle mie gambe. Scambiai con lei qualche parola, qualche perentorio invito a smetterla, in francese. Spiegai ai miei familiari che l’avevo conosciuta anni prima ed era passato un bel po’ di tempo da quando non ne avevo notizia. Si era materializzata ora, all’improvviso, proprio come un fantasma ! Quindi, la feci alzare dalle mie gambe e l’accompagnai alla porta con la promessa che ci saremmo visti in seguito. Mi sembrava di stare in una sauna visto il mio sudare in quei momenti “concitati”. La serata finì lì. Le donne della mia vita decisero di andar via decisamente incavolate. A me toccò l’onere di riaccompagnare la fidanzata a casa. Pensai che, durante il tragitto avrei subito una dura reprimenda e mi preparai mentalmente ad affrontarla. Sperai tanto che lei non volesse prendersi la solita “pausa di riflessione”, l’amavo troppo. L’amo ancora, tutt’oggi che è mia moglie. Tuttavia si dimostrò distaccata, come nulla fosse successo.

  • Dovrai accompagnarmi fin su, al secondo piano del palazzo. C’è stato un guasto e manca la luce per le scale ed io ho paura. – mi disse, con fare indifferente.
  • Paura ? dei fantasmi, forse ? –  risposi ridendo, con la speranza di stemperare la tensione.
  • Già, dei fantasmi, appunto. Vedi, i miei fantasmi, a differenza dei tuoi, non si materializzano mai ! Sono impalpabili, eterei e meno “carrozzati” del tuo. No, no…e parlerebbero in italiano e senza erre moscia. E poi, li ho convinti a limitarsi a farmi paura e non a pretendere che io mi sieda sulle loro gambe, per cui non escono mai allo scoperto se non sono io a volerlo. Insomma, sono entità discrete. Ma stai tranquillo e… attento, perché un giorno, cioè…una notte, potrebbero palesarsi e portarti il conto, un conto molto salato, solo che io lo volessi.
Una lezione che compresi ed accettai. Ora, dei fantasmi parlo con più rispetto perché le paure che crediamo possano generare attorno a loro, in fondo, sono paure che ci creiamo da soli, dentro noi stessi. Quando non vogliamo riconoscerle, le scarichiamo su di loro per mascherare la nostra insicurezza. Per eliminarli del tutto bisognerebbe, prima, eliminare gli scheletri nel nostro armadio. Pure gli scheletri, ora ! Non bastavano i fantasmi ? Certo che ne scrivo di cose allegre !!!


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Profilo Autore: Bronson  

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Un leone si inchina e posa il suo sguardo "sulla luna" (indotto così al sonno), e si sofferma come al solito, sulla leggerezza delle cose. Quando domani lotterà, sarà per la vita, e non per la morte dell'essere, quale è la ragione umana.
Proprio un umano, una di quelle solite notti, mentre quel "segno di fuoco" era dormiente, si avvicinò un po', e pensò finalmente di aver sconfitto quella forza della natura, o almeno di aver conquistato e sottomesso il suo rifugio selvatico.
In realtà, non sapeva, di non controllare la vita di quell'animale "ferito", e nemmeno la propria.
Al sorgere del sole, si scontrarono ancora, la ragione e la natura, perché l'umano aveva oltrepassato la barriera segreta di quell'essere ora prigioniero, che non si stancherà mai di lottare per riavere il suo spazio vitale. Sono sbarre fisiche erette dall'uomo, con cui è stato rinchiuso il leone o un suo simile.
La ragione umana è limitata al punto da non conoscere i limiti: chi la possiede, non conosce il significato di prigionia per altri, all'infuori della possibilità di prigione per sé o per suoi simili.
L'umano così, non sa qual è il senso della libertà, che un animale selvatico cerca..
Ciò che l'uomo ha chiamato "insostenibile leggerezza dell'essere", (interpreto così): è insostenibile per l'uomo che usa la ragione, invece per l'essere, quella leggerezza è al contrario norma di vita, e libertà "selvatica" di decidere per il proprio benessere, capendo e assecondando la natura.
Se l'uomo impone dei limiti ad animali diversi, si crea inevitabilmente un rapporto conflittuale, che genera uno scontro "tra natura e ragione".
Se invece egli pone dei confini oltre se stesso e il suo mondo, succede una cosa totalmente differente:
in qualche modo crea il mondo (già esistente) al di là del suo, ne percepisce l'esistenza senza il bisogno di attraversarlo, ed è subito tranquillo, con la coscienza di non essere più prigioniero.
Con una sorta di illusione, di conoscere al di là del sentiero tracciato, perché egli ha stabilito una specie di patto/ alleanza con la terra straniera.
L'umano la "conosce" perché ne conosce bene i contorni/lineamenti, infatti ha tracciato egli stesso i confini,
gli stessi sia per il proprio terreno, che per la terra oltre il confine, che non vorrà mai varcare.
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Profilo Autore: Sonia Dritsakos  

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Le cose migliori della  vita sono quelle semplici.
Riempirsi di cielo,  respirare il vento, ascoltare il rumore del mare , profumarsi le narici di nettare di fiori, sono queste le piccole cose da regalare agli occhi, alle orecchie , alle mani, al cuore.

Non desideriamo la luna ! Ma accontentiamoci di poterla ammirare ogni notte.



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Profilo Autore: Caterina Morabito*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 14-03-2014

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Mi ricordo come fosse ieri quando ero solo un ragazzino tatuato con i capelli lunghi e il sorriso sul volto, quando l'amicizia era splendete e un abbraccio da un fratello era sempre presente, avevo tutto una persone completa giovane sensibile e amata,e ora mi ritrovo a 45 anni schiavo di un sistema corrotto che ti permette di vivere solo come un fantasma, le ore passano lentamente il caporeparto strilla la mia autostima cala la testa calda che ero un tempo si è raffreddata, oh melissa amore mio come ho permesso al mondo di trasformarmi in questo modo atroce, non sono più l'uomo che ti aveva fatto innamorare mi guardo allo specchio i capelli sono caduti dal troppo stress la pancia è aumentata, i tatuaggi sono sbiaditi la vita ha vinto contro un ragazzo di periferia.
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Profilo Autore: lasetta  

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Risultati immagini per silenzio


Nervoso vègeta.
Inquieto, amaro assumo.

Pel muto… ingenuo!






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Versi (stile haiku1-4-6) nati da un pensiero di Edgar Lee Masters, poeta, scrittore e avvocato statunitense del 1900:


“La lingua è magari un membro indisciplinato ma il silenzio avvelena l'anima”.
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Profilo Autore: Rocco Michele LETTINI  

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