Chissà se hai pianto nel modo giusto quando sei nato.
Chissà se invece ti hanno dato una sberla di troppo per cui ora fai tutta questa fatica a strillare un po’ di più.
Quando mi dicevi che non volevi disturbare non sapevo proprio a cosa ti riferissi.
Però forse quelle sberle hanno lasciato qualche segno. E quei segni hanno lasciato l’amaro in bocca.
Hai provato almeno ad ascoltare che cosa si aspettavano? Giusto per sapere, così.
E’ solo che forse non è facile viverci. Con gli altri intendo, ma anche con sé stessi.
Non è vero che esiste un modo, si fa e basta, un po’ come tutte le cose.
Non esiste nemmeno dover avere la capacità per farlo.
Perché altrimenti saremmo tutti in balìa di un dono esterno che ci rende in grado. Ma alla fine noi non siamo in grado, non esistono sottotitoli o guru che ci spiegano la strada, non esistono mappe o ruoli che tengano fisso il respawn per fare le cose come vanno fatte.
Le cose non le faremo mai come andranno fatte.
Semplicemente, alla fine, in un modo o nell’altro, le faremo.
Forse non ci siamo capiti.
I supereroi non esistono, nemmeno fra le metafore.
E anche se ogni volta che senti il bisogno abbandoni il tuo completo migliore in una squallida cabina telefonica per salvare il mondo, prima o poi la sveglia suona e il tuo piede sinistro in qualche modo si troverà a ballare su una mattonella.
Fra i mille poteri che potevi ricevere hai avuto quello più assurdo e irreparabile. Ma in fondo fare la fila per qualcosa di più grosso risulta essere una perdita di tempo. Magari se fossi riuscito a rubare il biglietto di quello prima di te avresti anche potuto pensare di restare.
Dicono che scendere dal letto col piede sinistro porti male, ma mi chiedo se chi controlla quale piede tocca per primo il pavimento sappia anche dargli il giusto peso da reggere.
Tu forse non te lo sei mai chiesto. Forse ti sei solo seduto sul letto a fissarti i piedi, a fissare il pavimento, pensando a che peso dare per appoggiarti di nuovo sul mondo. O forse non ti sei nemmeno posto il problema. Hai solo fatto ciò che c’era da fare.
Come tutti. Forse.
Ma di mantelli in giro se ne vedono a bizzeffe, agitati dal vento di chissà quanti fiati. Dietro facce convinte che andare contromano sia volare, e intanto la corsia di destra è sempre libera.
Ma prova tu a spiegarlo a quelli là che il mondo gira anche se non provano a spegnere il fuoco con la benzina.
Con i loro giganti dentro pieni di convinzione e la paura di un piede sinistro goloso di camminare.
I supereroi non esistono, hanno tolto anche le cabine telefoniche per rendere meglio l’idea. Ti tocca tenerti quella maglietta addosso, e lasciare che la tua faccia passi inosservata a riempire qualche buco fra la folla.
Non è poi cosi male guardare il mondo dal finestrino, sentirne tutto l’odore e il sapore. Non è poi cosi male sceglierlo invece di averlo.
Non so quante volte sei sceso col piede sinistro, ma dovresti dirglielo che non ti è andata poi cosi male. Nemmeno bene forse. O forse è andata talmente bene che per fortuna ogni tanto ti è andata male.
E’ stato un bene non restare. Fra i mille poteri che potevi ricevere credo tu abbia preso il migliore. Perché non è tanto alzarsi, nemmeno camminare, magari è solo non dover non cadere.
Alla fine, hai solo fatto quello che c’era da fare.
E ce n’è stato da fare. Un bel po’.
Strade trafficate su soffitti bianchi alle 4 del mattino, quando l’appiccicoso calore di un pensiero sbatte nella tua testa senza lasciarti dormire. Ne hai fatte di notti insonni eh?
E di pianti nascosti sotto al cuscino. Così per il gusto di sentire un po’ il proprio sapore, per far piovere un po’ senza bisogno di troppi ombrelli.
Siamo un po’ tutti sotto lo stesso cielo sai. Con le stesse nuvole, gli stessi temporali e, anche senza saperlo, sotto le stesse stelle.
Quelle ti sono sempre piaciute, ti è sempre piaciuto il fatto che qualcosa di così lontano possa scaldare qualcosa di altrettanto lontano e di più profondo.
Qualcosa che hanno toccato in pochi.
Ma devi ammetterlo, ci hanno saputo fare. Anche quando non avevi abbastanza orecchie per sentire il loro tocco, anche quando non avevi abbastanza sguardi per ascoltarli.
Hai provato a scrivere della tua vita facendo vibrare le corde nei silenzi più duri, lasciando che le lacrime bagnassero il foglio bianco stropicciandolo come in un abbraccio e la maggior parte delle volte hai pensato che non avesse senso.
Che forse, tanto, non è stato niente. Che forse, tanto, non sei mai abbastanza.
Hai definito con garbo cosa è giusto e cosa non lo è, hai varcato il limite e hai sentito la botta fredda nelle vene che s’incendiavano di rabbia e dolore.
Ma cambieresti un solo grado di ciò che è successo sotto la tua pelle?
Te lo dico io: no.
Un po’ per orgoglio, un po’ per paura. Perché ricominciare significherebbe lasciarsi impressionare di nuovo. Perché ricominciare sembra volersi lasciar alle spalle qualcosa che è ancora sulle spalle.
Io glie lo chiederei a quelli là.
Ma voi, alla mattina, quando vi alzate, quando controllate quale piede deve toccare il mondo, quando controllate quale mattonella è migliore per farvi restare il più in piedi possibile, voi state ricominciando la partita o state solo continuando?
Facci caso, non è una domanda da poco. Eppure probabilmente non te la sei mai fatta.
Tranne quel giorno. Quello in cui sei sceso col piede sinistro. L’hai sentito toccare il mondo, lasciarci l’impronta, e strano a dirsi ma hai sentito che teneva su tutto il peso. Magari gli altri hanno un piede sinistro messo male, ma il tuo no.
Il tuo è forte.
Talmente forte da averti lasciato grandi cose sulle spalle. Cose che non ripeteresti mai, ma che resteranno sempre.
Hai lasciato in giro pezzi di te ovunque. Piccoli frammenti di un elettrocardiogramma da rivedere ma non li sposteresti mai.
Non credi che ci sia un piede che tiene più il peso rispetto all’altro, ma credi che ogni cosa debba mantenere il suo posto.
E non per questo smetterà di piacerti il vento.
A cui permetterai di spettinarti i capelli e scompigliarti l’anima.
Gli permetterai di portarti via quelle parole che sono rimaste troppo là dentro.
Magari gli lascerai anche questa lettera.
E lascerai che il mondo la legga, perché dev’essere come la musica. Perché è inconcepibile spiegazzare una chiave di sol perché stia nella buca delle lettere dell’indirizzo giusto.
Me l’hai insegnato ogni giorno.
L’unico posto in cui deve stare la musica è nelle vene.
L’unico posto in cui deve stare il piacere è nelle tue vene.
E non lo capiremo mai come ci si possa limitare al proprio stile.
O forse, sono quelli là che non lo capiranno mai.
Domani mattina quando ti svegli, quando ti fisserai i piedi probabilmente ti chiederai quanta poesia c’era qui dentro, quanta favola o quanta pazzia.
Probabilmente ti chiederai che senso ha fissarti i piedi o fermarti a goderti il vento.
Eppure lo farai.
Come tutto quello che c’è da fare.
Solo, forse con una prospettiva diversa.
Perché forse non ci hai mai pensato che in fondo ci sei sempre stato.
E che in fondo hai sempre ricominciato.
Perchè alla fine “nessuna misura del tempo è abbastanza con te, ma puoi cominciare con il per sempre”.
Per sempre.
(dedica)
Chissà se invece ti hanno dato una sberla di troppo per cui ora fai tutta questa fatica a strillare un po’ di più.
Quando mi dicevi che non volevi disturbare non sapevo proprio a cosa ti riferissi.
Però forse quelle sberle hanno lasciato qualche segno. E quei segni hanno lasciato l’amaro in bocca.
Hai provato almeno ad ascoltare che cosa si aspettavano? Giusto per sapere, così.
E’ solo che forse non è facile viverci. Con gli altri intendo, ma anche con sé stessi.
Non è vero che esiste un modo, si fa e basta, un po’ come tutte le cose.
Non esiste nemmeno dover avere la capacità per farlo.
Perché altrimenti saremmo tutti in balìa di un dono esterno che ci rende in grado. Ma alla fine noi non siamo in grado, non esistono sottotitoli o guru che ci spiegano la strada, non esistono mappe o ruoli che tengano fisso il respawn per fare le cose come vanno fatte.
Le cose non le faremo mai come andranno fatte.
Semplicemente, alla fine, in un modo o nell’altro, le faremo.
Forse non ci siamo capiti.
I supereroi non esistono, nemmeno fra le metafore.
E anche se ogni volta che senti il bisogno abbandoni il tuo completo migliore in una squallida cabina telefonica per salvare il mondo, prima o poi la sveglia suona e il tuo piede sinistro in qualche modo si troverà a ballare su una mattonella.
Fra i mille poteri che potevi ricevere hai avuto quello più assurdo e irreparabile. Ma in fondo fare la fila per qualcosa di più grosso risulta essere una perdita di tempo. Magari se fossi riuscito a rubare il biglietto di quello prima di te avresti anche potuto pensare di restare.
Dicono che scendere dal letto col piede sinistro porti male, ma mi chiedo se chi controlla quale piede tocca per primo il pavimento sappia anche dargli il giusto peso da reggere.
Tu forse non te lo sei mai chiesto. Forse ti sei solo seduto sul letto a fissarti i piedi, a fissare il pavimento, pensando a che peso dare per appoggiarti di nuovo sul mondo. O forse non ti sei nemmeno posto il problema. Hai solo fatto ciò che c’era da fare.
Come tutti. Forse.
Ma di mantelli in giro se ne vedono a bizzeffe, agitati dal vento di chissà quanti fiati. Dietro facce convinte che andare contromano sia volare, e intanto la corsia di destra è sempre libera.
Ma prova tu a spiegarlo a quelli là che il mondo gira anche se non provano a spegnere il fuoco con la benzina.
Con i loro giganti dentro pieni di convinzione e la paura di un piede sinistro goloso di camminare.
I supereroi non esistono, hanno tolto anche le cabine telefoniche per rendere meglio l’idea. Ti tocca tenerti quella maglietta addosso, e lasciare che la tua faccia passi inosservata a riempire qualche buco fra la folla.
Non è poi cosi male guardare il mondo dal finestrino, sentirne tutto l’odore e il sapore. Non è poi cosi male sceglierlo invece di averlo.
Non so quante volte sei sceso col piede sinistro, ma dovresti dirglielo che non ti è andata poi cosi male. Nemmeno bene forse. O forse è andata talmente bene che per fortuna ogni tanto ti è andata male.
E’ stato un bene non restare. Fra i mille poteri che potevi ricevere credo tu abbia preso il migliore. Perché non è tanto alzarsi, nemmeno camminare, magari è solo non dover non cadere.
Alla fine, hai solo fatto quello che c’era da fare.
E ce n’è stato da fare. Un bel po’.
Strade trafficate su soffitti bianchi alle 4 del mattino, quando l’appiccicoso calore di un pensiero sbatte nella tua testa senza lasciarti dormire. Ne hai fatte di notti insonni eh?
E di pianti nascosti sotto al cuscino. Così per il gusto di sentire un po’ il proprio sapore, per far piovere un po’ senza bisogno di troppi ombrelli.
Siamo un po’ tutti sotto lo stesso cielo sai. Con le stesse nuvole, gli stessi temporali e, anche senza saperlo, sotto le stesse stelle.
Quelle ti sono sempre piaciute, ti è sempre piaciuto il fatto che qualcosa di così lontano possa scaldare qualcosa di altrettanto lontano e di più profondo.
Qualcosa che hanno toccato in pochi.
Ma devi ammetterlo, ci hanno saputo fare. Anche quando non avevi abbastanza orecchie per sentire il loro tocco, anche quando non avevi abbastanza sguardi per ascoltarli.
Hai provato a scrivere della tua vita facendo vibrare le corde nei silenzi più duri, lasciando che le lacrime bagnassero il foglio bianco stropicciandolo come in un abbraccio e la maggior parte delle volte hai pensato che non avesse senso.
Che forse, tanto, non è stato niente. Che forse, tanto, non sei mai abbastanza.
Hai definito con garbo cosa è giusto e cosa non lo è, hai varcato il limite e hai sentito la botta fredda nelle vene che s’incendiavano di rabbia e dolore.
Ma cambieresti un solo grado di ciò che è successo sotto la tua pelle?
Te lo dico io: no.
Un po’ per orgoglio, un po’ per paura. Perché ricominciare significherebbe lasciarsi impressionare di nuovo. Perché ricominciare sembra volersi lasciar alle spalle qualcosa che è ancora sulle spalle.
Io glie lo chiederei a quelli là.
Ma voi, alla mattina, quando vi alzate, quando controllate quale piede deve toccare il mondo, quando controllate quale mattonella è migliore per farvi restare il più in piedi possibile, voi state ricominciando la partita o state solo continuando?
Facci caso, non è una domanda da poco. Eppure probabilmente non te la sei mai fatta.
Tranne quel giorno. Quello in cui sei sceso col piede sinistro. L’hai sentito toccare il mondo, lasciarci l’impronta, e strano a dirsi ma hai sentito che teneva su tutto il peso. Magari gli altri hanno un piede sinistro messo male, ma il tuo no.
Il tuo è forte.
Talmente forte da averti lasciato grandi cose sulle spalle. Cose che non ripeteresti mai, ma che resteranno sempre.
Hai lasciato in giro pezzi di te ovunque. Piccoli frammenti di un elettrocardiogramma da rivedere ma non li sposteresti mai.
Non credi che ci sia un piede che tiene più il peso rispetto all’altro, ma credi che ogni cosa debba mantenere il suo posto.
E non per questo smetterà di piacerti il vento.
A cui permetterai di spettinarti i capelli e scompigliarti l’anima.
Gli permetterai di portarti via quelle parole che sono rimaste troppo là dentro.
Magari gli lascerai anche questa lettera.
E lascerai che il mondo la legga, perché dev’essere come la musica. Perché è inconcepibile spiegazzare una chiave di sol perché stia nella buca delle lettere dell’indirizzo giusto.
Me l’hai insegnato ogni giorno.
L’unico posto in cui deve stare la musica è nelle vene.
L’unico posto in cui deve stare il piacere è nelle tue vene.
E non lo capiremo mai come ci si possa limitare al proprio stile.
O forse, sono quelli là che non lo capiranno mai.
Domani mattina quando ti svegli, quando ti fisserai i piedi probabilmente ti chiederai quanta poesia c’era qui dentro, quanta favola o quanta pazzia.
Probabilmente ti chiederai che senso ha fissarti i piedi o fermarti a goderti il vento.
Eppure lo farai.
Come tutto quello che c’è da fare.
Solo, forse con una prospettiva diversa.
Perché forse non ci hai mai pensato che in fondo ci sei sempre stato.
E che in fondo hai sempre ricominciato.
Perchè alla fine “nessuna misura del tempo è abbastanza con te, ma puoi cominciare con il per sempre”.
Per sempre.
(dedica)
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