i cromosomi
il nucleo dei pensieri
gelo di capelli corti che scuce i “sono”
e vesto indiano di acchiappasogni a pendenti
-Artide in Antartide-
di fiori incorono viso, tempie
e righi di chitarra scorrono fra mani e il quando
La gazza ladra ha rapito il mio diamante
La tua rabbia
posata come daga sul mio cuore
viva rende la spina dell’abbandono
al tuo implicare il mio convincimento
a memorie che resistono alla guerra:
- materiale che parla ancora -
l’esatta lingua del dolore
e un fremito di disappunto lascia.
agita le foglie incurante che stanno per staccarsi
intona un’eco di voci incostanti
i pensieri, ad ogni titolo incontrano ostacoli
si sciolgono campane e rintocchi liberi risuonano
come prodigi di verità:
“le cose che più amiamo siamo destinati a perderle”.
Il vento d’autunno non è più lo stesso
insegue gabbiani allo stesso modo
affamati di onde e nuovi lidi.
E’ difficile arrendersi alla nuova gemma
che non ci riguarda più e nello stesso tempo
ci appartiene da sempre.
Si sciolgono campane e rintocchi liberi risuonano
come prodigi di verità:
“le cose che più amiamo siamo destinati a perderle”.
Le cose, che più amiamo.
saresti nata già via
e portati altrove
divano, Cristo
e ogni croce.
e ogni lago disumano
sublime metafora accantonata
anitra zoppa per i ghignosi
Un altro modo di dirsi: "Adieu!"
o rivederci alti fra le tombe
d'un immolato campo santo
all'ombra del cipresso
discutendo allora
di ciò che fu
mio e tuo lasciato alacre
in scatole di laghi marci
o solinghi abituri
o in canali inquinati di zolfo e d'ogne specie di scarto
un pò cozze viandanti
rumorosi intrugli
da soddisfarsi tra silenti,
vocati piano paradisi
d'oceanica miseria.
Onde tu gia sguazzi
onde tu provi a volteggiare
a inzuppare le zampe in pozzanghere
luminose
eppur bagnata io esco dall'acqua
e la mia piuma zampilla
Ché appartenere è povero,
quanto stagioni compassate
a professarsi il rema
su chissà che scriverebbe
Salinger di noi anitre
rimaste via dal lago di ghiaccio
e dai tumulti del chiedersi,
appena tramonti l'ombra,
un aporico dubbio,
alle catene del vasto grave
tombato tra le fronde
del tuo corvino e d'altri spazi
capillari e cigliari.
Ma il tattile è un arbitrio di scommesse,
passante vetri sulle mani;
taglia e stanca quanto l'ultima sconfitta
o la prima volta che decidi il tuo rumore,
silenziando la densità spenta
e destando sospetti
a quell'ingrata finitura d'identità sparse.
Ma poi una ad una ci specchiamo
nel lago narcise
decise
anime fragili
pennuti volatili a metà
del mondo ch'io
ho vissuto gia.
con un bicchiere vuoto tra mani,
che ascolto una canzone alla radio;
la mente è a palla e implora il silenzio,
in questa stazione di treni che non ha orario
ed è rimasta senza biglietti…
Ma, dopotutto, non saprei dove andare.
Una sirena urla al suo passaggio,
diretta all’inferno o in Paradiso,
con sopra chi fa il suo ultimo viaggio.
Non c’è mai silenzio in questa città,
non dorme nemmeno di notte,
seppur tu chiuda finestre e porte,
ti vive nelle vene, rubandoti il cervello
e facendoti divenir un drogato assuefatto.
Fumo nel cielo e asfalto bagnato,
non consolano un uomo affamato;
che specchiandosi nelle vetrine,
vede solo un vecchio mendicante abbandonato,
che chiede ad un passante una sigaretta,
quattro parole, un po’ di compagnia.
Non c’è alcuna differenza tra il giorno e la notte,
la gente passa di corsa nella totale apatia.
Tra i mille rumori, i sogni la mia città se li porta via.
Siamo stati noi
i primi a fingere
protagonisti della vita
che toglie fiato, toglie colore
che strappa amore.
quale sia il vero scopo
non lo sapremo mai
eppure guardiamo con occhi diversi
lo scorrere incompreso
di pensieri senza costrutto
e prevale l'impotenza
di poter risentire dentro
l'innocenza di un amore
sconfinato e proletario.
così restiamo senza respiro
incapaci di connetterci al momento
e al vero scopo di questo nostro andare.
zombie su i passi
che come orologio che batte
segna i minuti senza fermare
l'attimo per respirarci.
dove ogni passo
mi ricorda il tuo,
dove il muretto siede la tua ombra .
Mi soffermo
e abbasso gli occhi
lasciando al vento
la carezza più dolce.
Quel soffio
è l'unico rumore rimasto
del tuo andare...
A piccoli passi .
C'era solo una strada
di fronte a me
e con lo sguardo, la seguivo,
come ogni giorno,
camminando tra molta gente che,
come me, ciechi,
si muovevano in tutta fretta,
come formiche indaffarate,
in scatole chiamate città.
Casualmente mi trovai
a distogliere lo sguardo dalla via,
dove eravamo tutte marionette.
Svoltai ad un incrocio della vita.
Mi accorsi che i miei occhi vedevano,
per la prima volta,
cose nuove e non ero cieco.
Vedevo che, oltre le consuetudini,
esisteva un nuovo vivere.
Vidi che, oltre il grigio e il fumo,
c'era l'azzurro del cielo infinito,
dove i sogni volavano liberi
e non confezionati dai media
o arrotolati sui giornali.
Assaporai l'aria della libertà,
liberandomi da tutti i mali
che ci avevano dato in dotazione,
per restare schiavi di noi stessi,
perché non c'è miglior servo
di colui che vuole rimanere servitore,
per paura di volare.
Quel giorno incontrai te, libertà e,
con te, portavi un grande dono,
l'amore e il perdono.
o meglio con vigore discutiamo;
non è forse anche questo essere amici,
gettarsi in faccia senza alcun inganno
quel che dell’uno sta pensando l’altro
a rischio poi di battersi ed urlare
o consigliare fino allo sfinire
senza diplomazia, indugio o tatto
quale cammino, quale scelta fare!
Non è amicizia semplice la Tua
che pur celato lì nell’oltrespazio
sei ovunque intorno a me e dentro il mio io
ma senza mai mostrare quel Tuo volto
che tanti hanno cercato e tanto cerco;
non è del tutto facile parlarTi
quando gli umani sensi non aiutano
sapendo tuttavia dentro il mio cuore
che Tu realmente sei pur non essendo.
Che dire poi di tutte quelle colpe
che Tu con il Tuo Verbo metti a nudo
cercando di redimermi e guidare
e degli orrori di cui Ti chiedo conto
(pene, martiri, infanticidi, guerre)
seppur sapendoTi innocente e puro,
chè l’anima non può veder più sangue!
No, non rispondi o forse non Ti sento,
o forse non m’è dato d’ascoltare
quella Tua voce ch’altri ben più degni
hanno attraverso il fuoco, nel deserto
o nelle sofferenze del martirio
udito come un tuono od un sussurro.
Sì, litighiamo spesso io e Te mio Dio
ma nonostante tutto noi ci amiamo
io perché so che sei fedele e retto
Tu perché nella grande onnipotenza
credo altro non sai far se non amarmi.
confondendoti nelle impronte del passato,
l’inquietudine tradiva i ricordi,
troppo lontani per viverli nel presente.
Marosi i pensieri, smossi dall’increspar dell'onde,
trascinati via come fine sabbia,
vanno a morir nel profondo dell’oblio
che l’anima rifugge sempre.
Non hai ali che nel cielo si librino nel vento.
Incline ai dubbi, nella confusa ricerca del cuore,
tu vuoi sanare le cicatrici dell’amore
che, chiuso dentro in una dorata gabbia, muore.
Non vi sarà pianto o riso a ridestar il sorriso spento,
quello che insegui lasciandoti trasportar dal vento,
che non cancella l'orme degli errori del passato,
ma le ricopre soltanto d'una patina accumulata,
generata da indifferenza e da rancore.
Or stai a rimirar chi ti sembrava un tempo il faro,
cercando di comprender e di farti illuminare dalla luce
che illuminava il suo cammino,
ma, cieca, inciampi nell'ombre dei suoi tanti errori.
Vita, mia cara amica, allunga ancora le tue mani,
per aggrapparti al tuo domani,
sarà sol esso a scortarti nel percorso,
fatto di gioie e fors'anche di dolori.
m'attrae di volta in volta
ad'ogni ora della notte
s'avvince nel tremare
il sapore struggente dell'irrazionale impasse
sosta vietata a mitigar servigi
d'anni fui colto
poi scoperto mi raffreddai
ed oggi è quasi crepuscolo
l'affacciarmi di fronte al muro
nell'inchiodare poveri Cristi mai estinti
poveri madonne mai madri
e non più vergini
non esisto-dissi-ai non morti
non compresero l'insensata organza
e il suono vibrante della mia voce
non compresero perchè erano dell'altro mondo
quello dei vivi-dicono loro
quello in cui d'amore e d'altre storie si può
andare a sbattere
ed in silenziosa ambizione
nel volgare tramonto di luglio
impasse fu la prassi
del guardarci andarcene via
e tu materialista metallurgica
tra pozioni e pozzini
hai inquinato le falde veraci
dell'amore impellente
tu esisti-dici-ti tocchi e mi godi
poi esci e corrodi il mondo
che t'attraversa
qui, accanto al mio cipresso non ti voglio
vai più in la
accanto gli altri non morti
perchè li puoi morire
cerco il punto di ripristino
stacco gli elettrodi e verifico se io esisto.
A volte
cancello il mio presente
il passato e il futuro che sarà
l’idioma assurdo di questo mio penoso stato.
Cerco e scavo, copio, incollo e poi cancello
nella mia mente perversa
la nullità del corpo che cerca appartenenza.
Entro ed esco e poi viceversa
e mi sorprendo sempre
quando m’adagio e poi scivolo profondo
nelle sabbie mobili della mia testa.
A volte
conto i giorni e quello che mi resta
per rimanere vivo tra le rose
conto le ferite e le risate
e mi chiedo perché ancora spero
perché cerco tra le pietre
l’ultimo granello
e quando conto le mie perle
mi perdo irrimediabilmente
nella lucentezza delle ombre.
contornando punti e ritmati miei passati
così che mi ritrovo nel purgatorio adeso
a brillio in luce persa di squame ancor opache
Come da Passione risorge dentro il volo
di corvo o dolce augello -a seconda del migrare-
e forse fu così che colsi in me le rime
d'un calamaio a sorgere parole in manto d'erba
altalenando l'essere fiore alle mie gambe








