Questa lettera
caduta in fondo al cuore
fiorisce fra i sentieri dell’età,
lacrima su giorni d’amore,
su abbracci vicini e distanti,
su nenie di mille parole,
su stracci sfocati
di mille solitudini.
Un padre ama il suo tempo,
rammenda il filo dei ricordi,
altalene di nuvole e giochi,
disegna consigli nel vuoto dei giorni,
apparecchia anche lune smarrite
nei tormentati momenti senza sole.
Un padre fiorisce
fra i sentieri dell’età,
un padre è pioggia d’alba
schiusa sul petto di un figlio.
Tremano i tuoi anni
sulle rughe del tuo volto
ed i tuoi sguardi d’argento
carezzano ancora i miei
e volentieri li regalo alla mia vita
e volentieri li spendo tra i ricordi
e volentieri li abbraccio in silenzio
perché un padre è
e per sempre sarà
una carezza d’esistenza,
una desinenza dei miei passi,
una voce del mio passato,
una persona indimenticabile.
Quando scrissi “A una poetessa ferita dalla luna”, sonetto pubblicato qui di recente ma risalente a oltre un anno fa, mi fu allora risposto: “Nemmeno nel buio/ di una notte senza luna/ son ciechi i tuoi occhi!/ Di dettagli hai arredato l'anima/ ed ora, d'emozioni vivi”. Quanto segue fu la mia replica.
Qual gatta che si muove misteriosa
guardi nel buio una falce di luna
quella che fu per te pericolosa,
che ti ferì poi diventò tua cuna.
Gli occhi tuoi bastano a far la magia,
nella notte narrar quel che tu vedi
e a chi non vede illuminar la via
e dell’anima tua mostrar gli arredi.
Dettagli hai colto lungo i tuoi percorsi
luminescenti emozioni di vita
distillati d’amor bevuti a sorsi
che rendon tua beltà tuttor fiorita.
“Possa tu essere sempre custode
del tuo fuoco sacro,
quella scintilla indomabile che divampa
anche nel cuore della notte più buia.
Possa tu leggere l'anima tua
come un libro antico,
senza curarti delle ombre proiettate dagli sguardi altrui,
ma danzando libera nel tuo spazio di luce.
Possa tu tessere il tuo destino con fili di stelle e se
il mondo intero ti voltasse le spalle,
trovare dimora nella tua stessa costellazione interiore.
Non permettere a nessuno di spegnere la tua sinfonia unica e se un giorno
desiderassi un rifugio silenzioso,
che la serenità ti trovi, come un'eco gentile,
ovunque tu ti nasconda."
(a tutte le donne )
mi manchi
nella metró e in mezzo ai quadri.
Nei vestiti che cambio ogni giorno,
nella mia barba che ti piace così,
nel letto in cui la notte ti sogno
mi manchi.
Nel prurito che mi sta divorando,
mi manchi
nel tempo che spreco pensando a te.
Nelle parole che non ti dirò mai,
nel terrore che ho di perderti ancora,
nell'ansia di rivederti un giorno,
mi manchi
tra queste righe che non leggerai.
Inciampa sullo scalino lo scalpellino,
mormora il marmo a colpi di scalpello,
nei palazzi graniti incisi e levigati,
gremita la polvere si avvita,
nell’asma una statua prende vita
prezioso artigiano della pietra,
umile creatore di bassorilievi,
abile con mazza e mazzuoli
incanta in cantiere ed intaglia,
nell’aria volteggia l’arenaria.
fra stelle chiene 'e brillante,
nun m'arreposo maje:
sono, abballo e ccanto.
Tenevo ancora ggenio
'e scrivere canzone,
po' Cristo, m'ha chiammato,
mm'ha ditto: "saglie guagliò."
Però 'a copp'a 'sti nnuvole
veco 'e mille 'e culure,
'e na Napule ca se sciacea,
fra cantante e ssunature.
Quanno 'a furtuna aggira
e nun sempe se fa vedé,
chello ca maje ammanca,
è 'a tazzulella 'e café.
'O napulitano è bbello,
pecché è rricco 'e fantasia:
mpruvvisa, se ngegna:
spisso s'affida a Ddio.
Nuje simme belle e ccare,
ma tenimmo 'o sanghe pazzo:
picciò nun c'amariggiate
e nun scassate 'o ca...o!
O 'i' lloco, n'angiulillo
sta sunanno 'a cornamusa!
I' mme mbraccio 'o sax:
a mme me piace 'o bblues.
Alleato nel lavoro dei campi,
aggiogato da umili contadini,
c’è chi ti mette innanzi al carro,
se scappi ti chiudono la stalla,
in un uovo ritrovo il tuo occhio,
nel pomodoro ritrovo il tuo cuore,
una ricotta mi ricorda la tua razza,
mi giunge all’orecchio il fiato tuo,
nel silenzio di una grotta.
Al buio un bue prende il bus.
Avvolta da un riccio spinoso,
abbracciata ad un braciere,
caldarrosta accartocciata,
caldo pane di montagna,
rivelata in un bianco monte
dura la buccia dolce la polpa,
rimbalzi inerte portata dal vento,
salti leggiadra nel forno rovente,
scoppietti lieve in padella bollente,
scotti le mani di poveri amanti.
Tondeggiante e dinamica
amica da una vita,
filo d’acciaio mai evoluto
semplice e ben voluto
elastica e morbida
fermaglio perfetto,
abbracci i tuoi fogli
come fossero figli
piccola icona del design,
elegante e leggera,
ti ritrovo oggi on line,
negli allegati sei un clown.
Se tu tornassi questa sera, come ombra gentile,
lungo il sentiero dove il crepuscolo sfuma
ti sussurrerei del buio profondo che avvolge il mondo,
delle scintille che i nostri sogni accendono,
delle stelle smarrite nel cielo dei semplici,
e tra le mie parole troveresti
il pianto di un bambino
Ti ricordo seduto nel plenilunio
guardare verso il cielo
l’universo scorrere muto
Le stelle riflessi di giorni sfioriti,
cadevano lente sui tuoi palmi scavati.
Le tue mani di terra
mani di cielo
toccavano confini invisibili
mentre il vento ti sussurrava memorie
di anni dispersi come grani
sul campo della vita.
Mi basterebbe saperti vivo,
come un sogno incarnato,
un uomo, solo un uomo,
col cuore che batte come un desiderio.
Ora il tuo ricordo è solo un'ombra che fluttua,
e la tua voce è il soffio che diceva ai figli:
"Com’è dolce la notte, e quanto ci ama,
ci avvolge e ci solleva fino ai sogni."
col pensiero della tua risata
ammutolii
membrandoti alla luna
la codardia mi strappò via
lontano da ciò che volevamo
ed ora che voglio tornare da te
hai trovato altre labbra
la ferita al cuore non si cura più
passato l'anno, resterà per sempre
anche in futuri amori suonerai
le corde sottili della mia voce
tra speranze e fantasie
dei progetti uno particolare
ne ricordo il nome
Juliette, perdonami
spiegazione: questa poesia tratta di un rapporto d'amore terminato, durante il quale si stava covando il desiderio di una figlia femmina, che si sarebbe chiamata Juliette.
Sulle corde d'un violino pizzicato
tra profumi di resine e vernici,
l’abete risuona tra le mani
note dal suono delicato
sul bancone l’armonica tavola,
talvolta vola la nota sul ponticello,
un incrocio di corde in armonia,
viola l’aria l’eco di una viola
laboratorio di timbri, suoni, emozioni,
profumi di essenze di legno pregiato
tra le fasce fascino e seduzione
fragranza e passione tra le mura.







