Il piacevole calore delle lenzuola svanì al mattino, quando mi accorsi che il lato di Carol era vuoto. Chiamai il suo nome per tutta la casa, ma nessuno rispose. In giro non vi era nessun biglietto, nessun avviso; forse era uscita a fare compere in paese e aveva deciso di lasciarmi riposare. La porta principale era aperta, ma le chiavi erano state lasciate nella serratura. Abbastanza preoccupato chiusi la porta e andai a cercarla in paese. Quando giunsi davanti alla locanda, all’interno vidi tutte le luci spente.

“Non c’è più nessuno…”. Disse un vecchio passante alle mie spalle.

“Come?”. Chiesi stupito.

“Sono ormai dieci anni che se ne sono andati”. Aggiunse abbassando il berretto sgualcito davanti agli occhi.

“D-dieci anni?”. Alzando lo sguardo vidi le mura trasudare decadenza e l’insegna arrugginita. “Scusi, ma…”. Quando mi voltai di nuovo il vecchio era sparito.

Scosso dal timore appoggiai il viso al vetro della finestra frontale.

“No!”. Di scatto mi allontanai dalla finestra. “Non è possibile…”.

Ovunque vi erano traccie di polvere e ragnatele: sul pavimento, sulle sedie, sui tavoli, sul bancone; perfino le teste di animali e le antiche padelle erano scomparsi sulle mura sbiadite.

Forse ero ancora nel letto e stavo sognando? Sì, non poteva essere altrimenti. Questa supposizione riuscì a ravvivarmi leggermente.

“Quando questo incubo sarà finito, mi sveglierò accanto a lei ad assaporare il profumo di albicocca”. Pensai camminando nervosamente tra le vie del paese.

Quando incominciò a scendere la sera, mi accorsi di aver battuto ogni angolo di Semina. Le poche botteghe erano chiuse per la festa di Ognissanti e tutti gli abitanti sembravano essere rintanati in casa. La pioggia, scendendo spietata dal cielo nero, bagnò il mio corpo a dovere. Le mie gambe e i miei piedi iniziarono a manifestare i primi segni di cedimento. Non mi arresi; restava solamente un ultimo luogo da visitare. “Tentar non nuoce”. Pensai oltrepassando il cancello. 

Camminai alla ricerca della tomba di Piero Padovani: la mia ultima speranza di ritrovarla, dopo di che mi sarei rivolto alle autorità. Passeggiando nel lato sinistro mi fermai davanti ad un grande monumento. L’alto angelo, appena illuminato dalla fioca luce del lumino, depositava rose nel marmo frontale. Nella lapide vidi la fotografia di un uomo dai  tratti somatici famigliari; sì, era lui. Quanto somigliava a Carol. Ciò che vidi appena sotto l’immagine mi fece cadere dritto con le ginocchia al suolo.  

“Ora ricordi?”. La delicata mano toccò la mia spalla. La voce appena accennata aveva il tono melodioso che tanto mi piaceva. Voltandomi con grande fatica la vidi risplendere sotto la pioggia in un lungo vestito bianco.  

“No…”. La mia voce si ridusse ad un sospiro affannoso.

“No! No! No! Dimmi che non è vero!”. Scossi il suo corpo tenendola stretta tra le braccia. Tra le mie lacrime che si confusero con la pioggia, lei non mostrò nessuna emozione. Accarezzando i miei capelli, mise un dito sulle mie labbra e iniziò a baciarmi.

Chiudendo gli occhi vidi un pavimento bianco; la luce riflessa sulle piastrelle era decisamente accecante. Stentai a riconoscerla davanti allo specchio sopra il lavandino: aveva l’aria stanca, i capelli arruffati e il volto terribilmente magro. In silenzio tolse i vestiti e si avvicinò alla vasca. Tremando puntò il piede dentro l’acqua bollente, ma anche quando vi si immerse i brividi non smisero di tormentarla. Lo stupendo colore dei suoi occhi si spense; in un attimo nell’acqua caddero due gocce rosse, poi tre, quattro… la vasca, le pareti, lo specchio, ogni angolo si tinse di rosso.

Quando quella straziante immagine scomparve, mi ritrovai a piangere istericamente davanti alla fotografia della lapide.

“Non piangere Stefano…”. Con la vista appannata la vidi chinarsi accanto a me. “Io ora sono felice… le tue lacrime mi faranno riposare in pace”.

“Portami con te! Non vivo senza di te”. Piansi ai suoi piedi mentre lei si alzò guardando il cielo.

“Non posso, io ora appartengo ad un altro mondo. Quello che abbiamo vissuto, anche se è stata un’illusione, mi ha riempito il cuore. Mi sono bastate le tue carezze, la tua presenza e tutto il tuo amore. Avrai sempre un posto nel mio cuore Stefano, grazie di tutto”.

Confondendosi con la pioggia, la sua figura scomparve accanto all’angelo.

“Carol… Carooool, Carooool… aspetta non te ne andare, non te ne andare…”.

Penso di aver pianto tutte le mie lacrime quella notte. Ora non provo più nessuna emozione; il mondo intorno è morto, non esiste, senza di lei nulla può più esistere. Forse c’è un modo per poter sentire ancora quello stupendo calore. Credo sia l’unica via d’uscita a questa miseria. Sì… eccomi mia Cicetta, vengo da te…         FINE                    Dedicato a tutte le vittime dell'amore 

1 1 1 1 1
clicca sulle stelle per valorizzare il testo
Profilo Autore: luke676  

Questo autore ha pubblicato 43 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Commenti  

Grace D
+2 # Grace D 19-01-2017 09:27
Un amore che dura anche oltre la morte, un racconto surreale. Un saluto!
luke676
+1 # luke676 20-01-2017 13:40
Grazie mille, un caro saluto anche a te!

Collegati o registrati per lasciare un commento.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.
Per maggiori informazioni sui cookie e per gestire le preferenze sui cookie (di prima e/o terza parte) si invitano gli utenti a visitare anche la piattaforma www.youronlinechoices.com. Si ricorda però che la disabilitazione dei cookie di navigazione o quelli funzionali può causare il malfunzionamento del Sito e/o limitare il servizio.