Terminato l’abbondante pranzo, ritornammo in paese. Nei pressi del municipio mi ricordai dell’esistenza di una vecchia casa abbandonata. Innumerevoli furono le volte che proposi a Carol di visitarla. Lei, sensibile e paurosa, rifiutò sempre.
“Ti fa ancora paura?”. Le chiesi fermando la macchina davanti alla decrepita struttura.
“No… andiamo!”. Restai sorpreso a vederla scendere dalla macchina decisa ad esplorare la dimora. Vedendola in difficoltà ad avventurarsi tra le macerie, la aiutai stringendole la mano.
Essendo il paese deserto, nessuna anima viva ci vide entrare nella porta principale. Al piano terra vi erano i resti di una cucina e cocci di vetro sparsi ovunque. Gli altri locali, tutti muniti di un grande camino, erano vuoti. Tenendoci per mano salimmo la scala in legno che conduceva ai piani superiori.
“Sei contento ora che hai finalmente visto la casa di Caterina Medici?”.
“La strega di Broni?”.
“Esatto, proprio lei. In paese dicono che il suo spirito si aggiri in questi locali”. La voce ferma, decisamente calma. Dove era finita la ragazza terrorizzata dalle storie di fantasmi?
“Mica ti facevano paura certe storie?”.
“Ora non più. Imparando ad affrontare la sofferenza ho saputo domare le mie paure”.
Senza preoccuparsi della polvere, sedette su di un materasso al centro della stanza. Quanto dispiacere provai ad immaginare gli eventi della sua vita a cui non avevo assistito. Dolcemente le accarezzai i capelli; la loro morbidezza mi mancava da troppo tempo. Non appena avvertì il contatto, venne più vicino al mio corpo alla ricerca di calore.
“Mi dicevi che hai tentato di prendere una laurea in giurisprudenza…”. Ruppi l’assordante silenzio.
“Si, ma poi con la locanda ho dovuto lasciare”. Nelle sue parole traspariva l’amarezza di non avere portato a termine lo studio.
“Sei ancora in tempo a riprovarci”.
“No, ora ho tutto ciò di cui ho bisogno”.
Le sue mani fredde accarezzarono il mio viso, ma quando ricambiai l’amorevole gesto trasmisero un piacevole calore.
“Non ti lascerò mai più…”. Sentivo che quella era l’unica promessa sincera di tutta la mia vita.
“Baciami…”. Chiudendo gli occhi mi lasciai trasportare dalle emozioni. Sorridendo ci sdraiammo insieme sul materasso sgualcito, il freddo non ci diede alcun fastidio; in quell’ ambiente erotico e decadente ci abbandonammo ad uno dei nostri più lunghi atti d’amore.
Quando la luce scomparve dietro alle vecchie finestre, Carol si addormentò sul mio petto. Osservando la dolce espressione sul suo viso, rilassai il mio corpo. Un delicato tepore invase i miei sensi e la mia mano smise di accarezzarle la testa.
Svegliandomi, vidi Carol accendere una sigaretta. Quando la luce dell’accendino svanì, cadde nuovamente il buio.
“Che ore saranno?”. Chiesi sedendomi sul materasso.
“Sarà sera ormai… andiamo, qui sta diventando sempre più freddo”. Attivando la torcia del cellulare riuscì leggermente ad illuminare la lunga stanza buia.
“Dove andiamo ora?”.
“A casa mia, ho un appartamento tutto mio. Non abbiamo ancora mangiato, ti preparo una bella cenetta”.
“E tua madre?”.
“Dorme in una delle stanze della locanda, finalmente si è decisa a lasciarmi un po’ di libertà”.
Sempre aiutandoci con la torcia del cellulare lasciammo la casa di Caterina Medici; anche se l’avevamo onorata di tanto d’amore, mi venne il sospetto che le fitte tenebre vollero inghiottirci. All’esterno l’aria sapeva di pulito; una lieve pioggia bagnò i nostri corpi che non smisero mai di abbracciarsi.
Nella rustica cucina dell’appartamento Carol cucinò dei maccheroni con zucchine, pomodorini e ricotta di capra.
“Cicè, anche in cucina sei rimasta bravissima”. Mi complimentai per l’ottima cena. Lei, arrossendo in viso, si alzò da tavola e mi invitò a visitare la casa.
Rimasi sorpreso a vedere libri ovunque : nel salotto, in camera da letto, in cucina e perfino in bagno. L’antica mobilia della casa aveva come scopo quello di contenere tutti quei volumi. Ad eccezione del televisore, lo stereo e un lettore DVD non vidi altri segni di tecnologia.
Decisamente provati, decidemmo di metterci a letto. Con la sensazione che tutto ciò non fosse vero, mi addormentai di nuovo.
“Ti fa ancora paura?”. Le chiesi fermando la macchina davanti alla decrepita struttura.
“No… andiamo!”. Restai sorpreso a vederla scendere dalla macchina decisa ad esplorare la dimora. Vedendola in difficoltà ad avventurarsi tra le macerie, la aiutai stringendole la mano.
Essendo il paese deserto, nessuna anima viva ci vide entrare nella porta principale. Al piano terra vi erano i resti di una cucina e cocci di vetro sparsi ovunque. Gli altri locali, tutti muniti di un grande camino, erano vuoti. Tenendoci per mano salimmo la scala in legno che conduceva ai piani superiori.
“Sei contento ora che hai finalmente visto la casa di Caterina Medici?”.
“La strega di Broni?”.
“Esatto, proprio lei. In paese dicono che il suo spirito si aggiri in questi locali”. La voce ferma, decisamente calma. Dove era finita la ragazza terrorizzata dalle storie di fantasmi?
“Mica ti facevano paura certe storie?”.
“Ora non più. Imparando ad affrontare la sofferenza ho saputo domare le mie paure”.
Senza preoccuparsi della polvere, sedette su di un materasso al centro della stanza. Quanto dispiacere provai ad immaginare gli eventi della sua vita a cui non avevo assistito. Dolcemente le accarezzai i capelli; la loro morbidezza mi mancava da troppo tempo. Non appena avvertì il contatto, venne più vicino al mio corpo alla ricerca di calore.
“Mi dicevi che hai tentato di prendere una laurea in giurisprudenza…”. Ruppi l’assordante silenzio.
“Si, ma poi con la locanda ho dovuto lasciare”. Nelle sue parole traspariva l’amarezza di non avere portato a termine lo studio.
“Sei ancora in tempo a riprovarci”.
“No, ora ho tutto ciò di cui ho bisogno”.
Le sue mani fredde accarezzarono il mio viso, ma quando ricambiai l’amorevole gesto trasmisero un piacevole calore.
“Non ti lascerò mai più…”. Sentivo che quella era l’unica promessa sincera di tutta la mia vita.
“Baciami…”. Chiudendo gli occhi mi lasciai trasportare dalle emozioni. Sorridendo ci sdraiammo insieme sul materasso sgualcito, il freddo non ci diede alcun fastidio; in quell’ ambiente erotico e decadente ci abbandonammo ad uno dei nostri più lunghi atti d’amore.
Quando la luce scomparve dietro alle vecchie finestre, Carol si addormentò sul mio petto. Osservando la dolce espressione sul suo viso, rilassai il mio corpo. Un delicato tepore invase i miei sensi e la mia mano smise di accarezzarle la testa.
Svegliandomi, vidi Carol accendere una sigaretta. Quando la luce dell’accendino svanì, cadde nuovamente il buio.
“Che ore saranno?”. Chiesi sedendomi sul materasso.
“Sarà sera ormai… andiamo, qui sta diventando sempre più freddo”. Attivando la torcia del cellulare riuscì leggermente ad illuminare la lunga stanza buia.
“Dove andiamo ora?”.
“A casa mia, ho un appartamento tutto mio. Non abbiamo ancora mangiato, ti preparo una bella cenetta”.
“E tua madre?”.
“Dorme in una delle stanze della locanda, finalmente si è decisa a lasciarmi un po’ di libertà”.
Sempre aiutandoci con la torcia del cellulare lasciammo la casa di Caterina Medici; anche se l’avevamo onorata di tanto d’amore, mi venne il sospetto che le fitte tenebre vollero inghiottirci. All’esterno l’aria sapeva di pulito; una lieve pioggia bagnò i nostri corpi che non smisero mai di abbracciarsi.
Nella rustica cucina dell’appartamento Carol cucinò dei maccheroni con zucchine, pomodorini e ricotta di capra.
“Cicè, anche in cucina sei rimasta bravissima”. Mi complimentai per l’ottima cena. Lei, arrossendo in viso, si alzò da tavola e mi invitò a visitare la casa.
Rimasi sorpreso a vedere libri ovunque : nel salotto, in camera da letto, in cucina e perfino in bagno. L’antica mobilia della casa aveva come scopo quello di contenere tutti quei volumi. Ad eccezione del televisore, lo stereo e un lettore DVD non vidi altri segni di tecnologia.
Decisamente provati, decidemmo di metterci a letto. Con la sensazione che tutto ciò non fosse vero, mi addormentai di nuovo.
