Essere “ricco” può avere molto vantaggi, ma allo stesso tempo può anche non significare niente. Fidatevi, lo scrive uno che ha avuto la fortuna di vincere due milioni di euro al famoso gioco “gratta e vinci” . Al momento della vincita buttai un paio di mutande macchiate di sperma, ma quella notte, 8 giugno 2015, pensai : “E ora che me ne faccio di tutto questo?”.
La mia cara vecchia villa, non sembrò risplendere come un tempo; credo abbia pianto anche lei quella sera. Desiderai così a lungo poterla acquistare e ci riuscii. Il vecchio Harold Boffa stava tirando le cuoia (conseguenza di tutte le macumbe dei figli spettanti una eredità dalla cifre impronunciabili) in compagnia di un tumore maligno al fegato e di una massiccia badante ucraina. Quando Harold spirò, anticipai tutti i figli offrendo loro il doppio dei soldi che possedeva il vecchio taccagno. L'edificio in questione, costruito su due piani, era abilitato ad ospitare tranquillamente due famiglie vista la sua grandezza e le sue enormi ed accoglienti stanze. Affacciata ad un campo di granoturco, la casa si trova al numero 14 della via in cui sono cresciuto, ovvero via Lorna Maitland a Marcallo Con Casone (MI).
Una volta entrato in casa, non tolsi nemmeno i vestiti bagnati di dosso. Con un gesto di noncuranza, mi buttai sul letto a fissare il soffitto : il viso irritato di Silvia sbraitare quelle parole affilate come coltelli, stava ancora davanti ai miei occhi.
La peggiore sensazione che un essere umano può percepire è quella di "vuoto"; io in quel momento la stavo percependo a livello massimo. Nulla porta più tristezza del ricordo di una persona o di qualcosa lasciato alle spalle. Nonostante facesse male, mi piacque ricordarla accarezzarsi l'interno del labbro inferiore per poi portare il dito al naso. Non fui mai in grado di dirglielo, ma adoravo vederglielo fare. La osservavo durante i momenti di concertazione, aspettando che facesse quel bellissimo gesto.
“Che c’è?”. Lei mi chiedeva sorridendo.
“No, niente ti guardavo…”. Rispondevo io sempre imbarazzato.
Alzandomi dal letto, camminai senza scopo su e giù per la casa, fino a giungere al mio tempio visivo – sonoro. Diedi un’occhiata distratta a cd, musicassette e agli infiniti vinili accuratamente depositati su muraglie di scaffali. Il mio "reparto" dvd brulicava infiniti titoli, ma ovviamente mi misi a sfogliare i preferiti di Silvia : "La ragazza di Bube", "La Strada", "Horror High", "Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata", "Il Clan Dei Barker", "Le notti di Cabiria" e "Paura nella città dei morti viventi".
Osservando la fiera figura di Shelly Winters con tanto di mitra e sigaro, necessitai di fumare una sigaretta all'aria aperta. Presi l’ultima dal pacchetto, quasi attento a non rovinarla. Appena aprii la porta mi cadde la sigaretta di bocca : una nera figura stava di fronte a me nel pianerottolo esterno. Lanciai un grido soffocato, mentre con la mano cercai l'interruttore della luce che fortunatamente trovai subito.
Non potevo credere a ciò che vidi : era lei, bagnata fradicia, circondata da borse e borsoni. Per i primi venti secondi non ebbi una chiara idea di quello che stava succedendo; fui sul punto di tirarmi uno schiaffo come per rinvenire da un sogno. Le parole si strozzarono in gola, le gambe tramutarono in gesso, la saliva venne a mancarmi.
"I-Io non...non volevo spaventarti...".
Non sperai minimamente di poter risentire quella voce. La commozione prese il sopravvento all’istante e mi accorsi che lei stava già piangendo con la testa leggermente chinata in avanti. Riacquistando il dono della mobilità mi avvicinai a lei.
La abbracciai, la abbracciai, la abbracciai e la abbracciai.
La pioggia sembrò accarezzare i nostri corpi, lungi dall’essere divisi. Non ricordo quanto tempo passammo sotto la pioggia cercando le labbra e le guancie altrui.
Tutto quello che mi venne da dirle, fu un solamente un sussurro all’orecchio : "Come hai fatto ad entrare?".
Appena sentì la mia domanda, mi guardò negli occhi con aria di compatimento : "Il tuo peggior difetto è quello di dimenticare sempre le porte socchiuse... cancelletto compreso!".
La baciai ancora, assaporando qualche goccia di pioggia caduta innocentemente sulle sue labbra.
"Vieni dentro o qui finisce che ci ricoverano entrambi all'ospedale per bronchite fulminante". Le dissi prendendole la mano.
"Oh, aspetta le valigie!"
"Lascia faccio io" .
dieci secondi di silenzio... "Ok... ma prima baciami ancora...".
La mia cara vecchia villa, non sembrò risplendere come un tempo; credo abbia pianto anche lei quella sera. Desiderai così a lungo poterla acquistare e ci riuscii. Il vecchio Harold Boffa stava tirando le cuoia (conseguenza di tutte le macumbe dei figli spettanti una eredità dalla cifre impronunciabili) in compagnia di un tumore maligno al fegato e di una massiccia badante ucraina. Quando Harold spirò, anticipai tutti i figli offrendo loro il doppio dei soldi che possedeva il vecchio taccagno. L'edificio in questione, costruito su due piani, era abilitato ad ospitare tranquillamente due famiglie vista la sua grandezza e le sue enormi ed accoglienti stanze. Affacciata ad un campo di granoturco, la casa si trova al numero 14 della via in cui sono cresciuto, ovvero via Lorna Maitland a Marcallo Con Casone (MI).
Una volta entrato in casa, non tolsi nemmeno i vestiti bagnati di dosso. Con un gesto di noncuranza, mi buttai sul letto a fissare il soffitto : il viso irritato di Silvia sbraitare quelle parole affilate come coltelli, stava ancora davanti ai miei occhi.
La peggiore sensazione che un essere umano può percepire è quella di "vuoto"; io in quel momento la stavo percependo a livello massimo. Nulla porta più tristezza del ricordo di una persona o di qualcosa lasciato alle spalle. Nonostante facesse male, mi piacque ricordarla accarezzarsi l'interno del labbro inferiore per poi portare il dito al naso. Non fui mai in grado di dirglielo, ma adoravo vederglielo fare. La osservavo durante i momenti di concertazione, aspettando che facesse quel bellissimo gesto.
“Che c’è?”. Lei mi chiedeva sorridendo.
“No, niente ti guardavo…”. Rispondevo io sempre imbarazzato.
Alzandomi dal letto, camminai senza scopo su e giù per la casa, fino a giungere al mio tempio visivo – sonoro. Diedi un’occhiata distratta a cd, musicassette e agli infiniti vinili accuratamente depositati su muraglie di scaffali. Il mio "reparto" dvd brulicava infiniti titoli, ma ovviamente mi misi a sfogliare i preferiti di Silvia : "La ragazza di Bube", "La Strada", "Horror High", "Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata", "Il Clan Dei Barker", "Le notti di Cabiria" e "Paura nella città dei morti viventi".
Osservando la fiera figura di Shelly Winters con tanto di mitra e sigaro, necessitai di fumare una sigaretta all'aria aperta. Presi l’ultima dal pacchetto, quasi attento a non rovinarla. Appena aprii la porta mi cadde la sigaretta di bocca : una nera figura stava di fronte a me nel pianerottolo esterno. Lanciai un grido soffocato, mentre con la mano cercai l'interruttore della luce che fortunatamente trovai subito.
Non potevo credere a ciò che vidi : era lei, bagnata fradicia, circondata da borse e borsoni. Per i primi venti secondi non ebbi una chiara idea di quello che stava succedendo; fui sul punto di tirarmi uno schiaffo come per rinvenire da un sogno. Le parole si strozzarono in gola, le gambe tramutarono in gesso, la saliva venne a mancarmi.
"I-Io non...non volevo spaventarti...".
Non sperai minimamente di poter risentire quella voce. La commozione prese il sopravvento all’istante e mi accorsi che lei stava già piangendo con la testa leggermente chinata in avanti. Riacquistando il dono della mobilità mi avvicinai a lei.
La abbracciai, la abbracciai, la abbracciai e la abbracciai.
La pioggia sembrò accarezzare i nostri corpi, lungi dall’essere divisi. Non ricordo quanto tempo passammo sotto la pioggia cercando le labbra e le guancie altrui.
Tutto quello che mi venne da dirle, fu un solamente un sussurro all’orecchio : "Come hai fatto ad entrare?".
Appena sentì la mia domanda, mi guardò negli occhi con aria di compatimento : "Il tuo peggior difetto è quello di dimenticare sempre le porte socchiuse... cancelletto compreso!".
La baciai ancora, assaporando qualche goccia di pioggia caduta innocentemente sulle sue labbra.
"Vieni dentro o qui finisce che ci ricoverano entrambi all'ospedale per bronchite fulminante". Le dissi prendendole la mano.
"Oh, aspetta le valigie!"
"Lascia faccio io" .
dieci secondi di silenzio... "Ok... ma prima baciami ancora...".

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