Ho nostalgia della dormita che feci quella notte : sana e riposante senza traccia di brutti sogni; nella mente solamente l’entusiasmo di svegliarmi il mattino dopo per scriverle un messaggio. Ovviamente, questa fu la prima cosa che feci non appena puntai il piede fuori dal letto.
Carol rispose subito; la immaginai nel letto impaziente ad aspettare che mi facessi vivo. Dopo alcuni sms decidemmo di incontrarci al suo paese. In quel periodo, dato che stavo frequentando l’ultimo anno di scuola superiore, non potevo permettermi un navigatore satellitare; scrissi le sue indicazioni sopra un foglietto. Un vero e proprio calvario : arrivai al paese alle 16.00, ovvero un’ora dopo l’appuntamento. Come prestabilito la vidi aspettarmi fuori dall’agriturismo “Cascina Corte Grande”. Di giorno apparve ancora più bella : raccolse i suoi capelli in due lunghe trecce, adottando un leggero trucco ad abbellirle ulteriormente il viso. Indossava uno scialle nero, una salopette e delle scarpe da ginnastica.
“Scusa il ritardo…”.
“Fa niente. E’ colpa mia che abito fuori dal mondo”.
Appena salì in macchina le dissi che Semiana mi piaceva molto; lo trovai il classico paese adatto ad un anima solitaria come la mia. Sarei stato ore ed ore a contemplare le campagne intorno scrivendo racconti e poesie.
“Dove andiamo?”. Le chiesi
“Prima lascia che ti mostri dove sono cresciuta, la locanda Padovani.”
“Hai una locanda?”.
“Si mio padre è il proprietario, sono ormai due anni che ci lavoro dopo scuola”. Lo disse con aria sconfitta, facendomi immaginare il genitore sfruttarla come se non ci fosse un domani.
Le pareti della locanda erano tappezzate con vecchi piatti e padelle oltre alle teste di animali imbalsamati. L’interno era deserto, ma Carol disse che non mancava di certo la clientela desiderosa di gustare le specialità Lomelline. I suoi genitori erano fuori paese e quel giorno le lasciarono le chiavi. Fu davvero entusiasta di mostrarmi la Locanda e mi disse che un giorno l’avrebbe portata avanti nel migliore dei modi.
“Lascia che ti offra una birra…”. Disse toccandomi il braccio.
“Scherzi? Te la pago!”.
“Neanche per sogno!”.
In un attimo si precipitò al bancone e spillò una media chiara.
“Grazie, sei troppo buona”. Lei abbassando gli occhi sorrise; seduta al mio fianco su uno dei tavoli mi osservò berla con sguardo amorevole. Mi rilassai; la sensazione di essere in un locale vuoto in sua compagnia era qualcosa di davvero speciale.
“Avete tante camere sopra?”.
“Cinque camere in tutto…”.
“Sarei curioso di vederne una…”.
Senza parole mi strinse la mano e mi baciò. Facemmo l’amore in una delle piccole stanze al piano superiore; quanto fu bello. Tanto felici, restammo abbracciati nel letto fino a quando non decidemmo di rivestirci e uscire in paese. Quando osservammo il sole tramontare seduti su una panchina mi disse :
“Non sono mai stata felice come ora”.
“Nemmeno io Cicetta”.
“Wow! Mi piace se mi chiami “Cicetta” ”.
“Davvero? Mi è venuto così…”.
Ricordando le immagini di quella stupenda giornata, il silenzio e il vuoto nella casa apparvero stranamente confortevoli. Sdraiandomi sul letto nascosi il viso nel cuscino; anche con la casa deserta ebbi vergogna di versare lacrime. Sfinito e con una sensazione di umido nel corpo, cascai in un sonno profondo.
Appena mi svegliai presi nervosamente una sigaretta dal pacchetto. Affacciandomi al balcone la vista di Piazza Ducale perse il suo fascino; fumando pensai solamente una cosa :
“No! Non posso…”.
“Non posso… non posso… non posso…”.
Carol rispose subito; la immaginai nel letto impaziente ad aspettare che mi facessi vivo. Dopo alcuni sms decidemmo di incontrarci al suo paese. In quel periodo, dato che stavo frequentando l’ultimo anno di scuola superiore, non potevo permettermi un navigatore satellitare; scrissi le sue indicazioni sopra un foglietto. Un vero e proprio calvario : arrivai al paese alle 16.00, ovvero un’ora dopo l’appuntamento. Come prestabilito la vidi aspettarmi fuori dall’agriturismo “Cascina Corte Grande”. Di giorno apparve ancora più bella : raccolse i suoi capelli in due lunghe trecce, adottando un leggero trucco ad abbellirle ulteriormente il viso. Indossava uno scialle nero, una salopette e delle scarpe da ginnastica.
“Scusa il ritardo…”.
“Fa niente. E’ colpa mia che abito fuori dal mondo”.
Appena salì in macchina le dissi che Semiana mi piaceva molto; lo trovai il classico paese adatto ad un anima solitaria come la mia. Sarei stato ore ed ore a contemplare le campagne intorno scrivendo racconti e poesie.
“Dove andiamo?”. Le chiesi
“Prima lascia che ti mostri dove sono cresciuta, la locanda Padovani.”
“Hai una locanda?”.
“Si mio padre è il proprietario, sono ormai due anni che ci lavoro dopo scuola”. Lo disse con aria sconfitta, facendomi immaginare il genitore sfruttarla come se non ci fosse un domani.
Le pareti della locanda erano tappezzate con vecchi piatti e padelle oltre alle teste di animali imbalsamati. L’interno era deserto, ma Carol disse che non mancava di certo la clientela desiderosa di gustare le specialità Lomelline. I suoi genitori erano fuori paese e quel giorno le lasciarono le chiavi. Fu davvero entusiasta di mostrarmi la Locanda e mi disse che un giorno l’avrebbe portata avanti nel migliore dei modi.
“Lascia che ti offra una birra…”. Disse toccandomi il braccio.
“Scherzi? Te la pago!”.
“Neanche per sogno!”.
In un attimo si precipitò al bancone e spillò una media chiara.
“Grazie, sei troppo buona”. Lei abbassando gli occhi sorrise; seduta al mio fianco su uno dei tavoli mi osservò berla con sguardo amorevole. Mi rilassai; la sensazione di essere in un locale vuoto in sua compagnia era qualcosa di davvero speciale.
“Avete tante camere sopra?”.
“Cinque camere in tutto…”.
“Sarei curioso di vederne una…”.
Senza parole mi strinse la mano e mi baciò. Facemmo l’amore in una delle piccole stanze al piano superiore; quanto fu bello. Tanto felici, restammo abbracciati nel letto fino a quando non decidemmo di rivestirci e uscire in paese. Quando osservammo il sole tramontare seduti su una panchina mi disse :
“Non sono mai stata felice come ora”.
“Nemmeno io Cicetta”.
“Wow! Mi piace se mi chiami “Cicetta” ”.
“Davvero? Mi è venuto così…”.
Ricordando le immagini di quella stupenda giornata, il silenzio e il vuoto nella casa apparvero stranamente confortevoli. Sdraiandomi sul letto nascosi il viso nel cuscino; anche con la casa deserta ebbi vergogna di versare lacrime. Sfinito e con una sensazione di umido nel corpo, cascai in un sonno profondo.
Appena mi svegliai presi nervosamente una sigaretta dal pacchetto. Affacciandomi al balcone la vista di Piazza Ducale perse il suo fascino; fumando pensai solamente una cosa :
“No! Non posso…”.
“Non posso… non posso… non posso…”.
