risucchiano il midollo dei loro amati
spolpano la carne alle ossa privi di zelo
delle loro prigioni sono ammaliati
come un bambino dal fiocco azzurro che pende dal suo lettino
Hanno la testa di carta velina e
pensieri fragili come burro
Sono risucchiati nella loro interiorità
dalle voci che fanno sgretolare la loro dignità
Non c'è poesia che possa addolcire
il delirio che ovunque si mostri
Porta l' uomo a regredire.
Tossiche scorie umane,
ai margini di sistemi disumani,
relitti senza tetto, senza domani,
per strada, nei giardini, anziani
rifiuti rifugiati tra cartoni,
accampati cercano asilo,
tra acquitrini, in tende, nei silos
silenti vittime di guerra
immigrati insicuri sulle banchine,
nei parchi i poveri sulle panchine,
l’uomo usa e getta si dispera,
lo scarafaggio sopravvive e si diletta.
Piero era seduto
sui gradini di una piazza
pensava alla sua donna
che ormai non c'era più
e intanto che pensava
passò di li un corteo
con gente che gridava
sventolando le bandiere
vogliamo più diritti
e pagare meno tasse
e intanto le parole
svanivano nel vento.
Piero era un uomo
venuto da un posto lontano
e da parecchi anni
non aveva più un lavoro
passava tutto il giorno
a suonare la chitarra
nella piazza del paese
cantava vecchie canzoni
e la gente lo ascoltava
viveva di elemosine
ma aveva tante emozioni
e in tasca i ricordi
di un tempo ormai passato.
Piero era seduto
sui gradini di una piazza
un giorno passò un corteo
che lo portò lontano
lo trascinò nel vento
insieme alle parole...
Come foglie d’autunno nel mio bosco
sono i fervidi giorni di quegli anni
tra illusioni, tra giovanili affanni
ove ancor mi rivedo e riconosco
in quei valor volati via col vento
ch’hanno esaurito la lor sorte amara
nel mito iconico di “Che Guevara (1)
che simbol fu di tanto movimento.
Nel sessantotto il mito culminò
bandiera d’impossibili ideali
disciolti di coscienze nei fondali.
Qualche folle a combatter seguitò,
ma ai più di noi giovani impegnati
quel sogno diventò imborghesimento,
al pensier dominante adattamento
ché male non si vive omologati.
Eppur quel patrimonio ancor è in noi,
quegli anni formidabili sessanta,
sogni su cui la rëaltà s’è infranta,
quando parea di vivere da eroi.
Così, come un amore un dì perduto
triste sovviene udendo le canzoni
che ne contrassegnaron sensazioni
e che ne accompagnarono il vissuto,
se ascolto Bob cantar al cuor va un morso:
“Non c’è risposta, amico mio, chissà,
forse nel vento caduta sarà”. (2)
Avevo anch’io quel vento già rincorso
che profondo cercare sa i poeti,
menestrelli e cantori d’ideali
d’un mondo senza guerre ed arsenali,
che il tempo rivelò vani profeti.
(1) Ernesto Guevara della Serna, detto “Che” (1928-67)
(2) adattamento di “The answer, my friend, is blowin’ in the wind” (Da “Blowin’ in the wind”, Bob Dylan, 1962)
Sospesi su borse in crollo,
i mercati monetari mai sazi,
inondazioni devastano spazi,
dazi per tutti e predazioni
trepidazioni sotto le stelle,
esondazioni nelle stalle,
chi piange sul latte versato,
che strazio l’arrivo del dazio
nei dazi indizi di latente pazzia,
lapidazioni tornano nelle piazze,
il pianeta in mano ai biscazzieri,
tornan dazi dei tempi di Alighieri.
Non sei sporco di luna
come giglio della terra,
il rosario della tua pelle
è inchiostro di carbone,
tela d’insulti e frustrate,
mondi di sguardi senza diritti
consumati al mercato degli schiavi.
Lacrime di sangue e fatica
imbiancano campi di cotone
come schiaffi di nuda miseria
a compiacer il volto dei padroni,
ma l’orologio della storia
truffa scarti d’uguaglianza,
spezza i rintocchi di mille catene,
ma questa umanità,
ancora di Dio acerba,
del suo stesso dolore
sarà per sempre serva.
Per la Giornata internazionale contro la discriminazione razziale
Ho visto degli zingari felici
far l’amor rotolandosi per terra
rincorrersi tra arbusti e tamerici,
ebbri di luna in tardo dopoguerra (1)
di ferite incuranti e cicatrici,
altri ancor ebbri di vendetta e guerra
saturi gli occhi, orecchie e pur narici
di quel rancor che l’anima t’afferra.
Dell’età a giochi dediti tra amici
ancor fragili come fior di serra,
di famiglia e politiche radici
recavamo ognun proprio retroterra.
Fu in quegli anni che tante arie appresi
dalla banda ai funerali civili
e tra bestemmiatori e preti offesi
ero piccolo tra fazioni ostili.
Ricordo le Madonne pellegrine
di casa in casa ad aggregar rosari
mentre di scariolanti e di mondine
ridondavano i canti popolari.
La mia casa era in zona di confine
da una parte vivevano i borghesi
dall’altra gli operai delle officine.
Nel sessanta, eran giugno e luglio i mesi,
l’eco giungeva a noi, bimbi e bambine,
dei tumulti reggiani e genovesi (2)
e in tant’altre città s’ebber sommosse.
Forse da piccole coscienze scosse,
trasser poi seme le brigate rosse.
(1): Nel suo testo, scritto durante gli “anni di piombo”, Claudio Lolli (1950-2018) nomina Piazza Maggiore della sua Bologna, ma il mio incipit va subito a evocare un passato ancor più remoto.
(2): Genova, 30 giugno 1960: 40 feriti tra i manifestanti, 162 tra le forze dell’ordine; Reggio Emilia, 7 luglio 1960: 5 manifestanti morti; Licata, un morto il 5 luglio. Scontri anche in altre città: Roma, Milano, Torino, Livorno e Ferrara.
NOTA STORICA. I fatti scatenanti furono la formazione di un governo democristiano con il determinante appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano (MSI) considerato erede del Partito Fascista Repubblicano fondato da Benito Mussolini dopo la caduta del fascismo (seduta del Gran Consiglio, notte del 24-25 luglio 1943), e la scelta di Genova (città partigiana, medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del MSI. Le reazioni d'indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.
Il bullo firma
il suo estuario di violenza,
torchia col buio della ragione
la vita indifesa dell’altro
e lo sporca di soprusi
e lo sporca di vergogna
e lo intrappola nel silenzio
e lo intrappola nella paura.
Il bullo precipita nell’odio,
vince a scacchi con l’arroganza,
ma è solo un germoglio ammalato
gettato in un cuore accecato
che spera d’essere aiutato
a ridipingere d’amore
sé stesso e l’altro.
La diversità abbraccia il mondo.
È trama d’orgoglio
che ordisce l’incontro con l’altro,
orlo d’anima, prezioso come gemma,
spogliato dal battito stupido del pregiudizio,
sguardo d’umanità
disegnato sul petto del rispetto.
La diversità
è il colore della bellezza
che vive per il mondo,
una cicatrice di magia
posata sul tempo d’ogni vissuto.
Eclissi d’empatia
graffiano la mente dei bulli,
lavagne di dolore
piangono sulla pelle
come silenzi di persecuzione
e l’anima trema di vergogna
ostaggio dello scherno,
geografie d’insulti
e aurore di dolore
spezzano la vita dei ragazzi,
come l’ombra imponente del buio
un fragile raggio di sole.
Eppure sono solo ragazzi…
Ragazzi dal cuore spento,
ragazzi dal cuore malato,
ragazzi strozzati dall’odio,
ragazzi sporcati d’indifferenza,
ragazzi baciati dal vuoto
d’una sconcertante eclissi d’empatia.
Gli scarabocchi del male
graffiano i suoi sporchi pensieri
ed un bullo è un cuore incompreso
che latita fra comete di violenze,
deride il prossimo indifeso,
ne umilia i sogni, il suo essere,
il suo bagaglio di vergogna,
lo uccide in un tormento senza oblio,
lo inchioda ad un silenzio tagliente.
Fermati bullo, fiorisci nel giusto,
sei giovane virgola d’umanità
che potrebbe salvare il futuro:
ama gli altri e te stesso
come primavera dopo l’inverno,
regala un grumo di pietà
alle cattedrali della tua fragilità.
Sotto questo cielo d’odio
i bulli cancellano il loro cuore,
disegnano macigni d’ingiustizie
e storie di ordinarie persecuzioni.
Annientano le pagine dell’anima,
spazzano via qualunque rispetto,
sfregiano d’infinito le vite altrui,
inchiodandole al disprezzo.
Sotto questo cielo d’odio
c’è bisogno di più cuore,
non di inutili diversi,
non di stupidi dolori,
non dei deboli
e nemmeno dei più forti.




